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Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]

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Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]
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Drulka si strinse nelle spalle. «Basta sapere come uno la pensa, caro Lavrentino. A qualcuno non piace esser mangiato, ad altri…».

«Rivolgiti a noi con l’appellativo di Grandi, sozzume!».

«Ai vostri comandi, Grande». Drulka s’inchinò. «Cosa desiderate da degli umili paesani come noi? Volete una donna? Del cibo?» Fece un gesto, e un ragazzotto s’affrettò a portare una larga ciotola colma di carne cotta. Due ragazze dalla faccia stolida si aprirono le vesti, mostrando le loro nudità incrostate di sudiciume.

Rhialto accennò loro di allontanarsi. «Siamo qui per visitare la Città Sacra, Luid Shug, che in quest’epoca dovrebbe risvegliarsi per fondare il Regno della Luce. Abbiamo invece trovato solo macerie, fanghiglia, e questo villaggio puzzolente. Perché sono accaduti avvenimenti così diversi e infelici?».

Grulka si pulì le mani nel grembiule e rivolse ai due un torpido sogghigno. Con un calcio brutale tolse di mezzo una vecchia che gli era venuta fra i piedi, e scosse le spalle. «Le rovine che avete visto sono impregnate di vecchi segreti, ma non c’è più nulla di sacro la. Le leggende narrano che i secoli sono trascorsi su di esse, mentre i Venti Dei restavano incrollabili sul vulcano. Ma la pioggia e il vento desolato consumano anche gli Dei, e oggi essi sono polvere morta».

Grulka li esaminò come se, per la forza dell’abitudine, stesse calcolando misure e peso dei loro corpi. Sogghignò ancora. «Ma Gli Esemplari delle antiche storie dormono ancora il loro lungo sonno nelle uova di alabastro. Giovanotti e tenere fanciulle riposano nelle loro alcove di seta, ignorati da tutti e nel segreto!».

Da qualche minuto le dita di Drulka si muovevano in modo strano, torcendosi, agitandosi qua e la, intrecciandosi in complicati disegni, e Rhialto l’aveva addebitato al suo nervosismo. Senza farci caso notò che l’individuo non cessava un istante quei movimenti.

«Uova d’alabastro? Possibile?» mormorò, pensoso.

Sentendosi interrogato dal suo sguardo, Osherl ebbe un gesto seccato. «Ecco un’altra complicazione. Non vorrete che andiamo a insozzarci gli stivali fra quelle erbacce pantanose?».

Rhialto non rispose. Cominciava a sentirsi preda di una certa stanchezza, peraltro non spiacevole, che attribuì agli sforzi di quel giorno. Drulka si fece avanti, continuando ad agitare le dita.

«Miei nobili e grandi Signori», disse in tono mellifluo. «Vedo che siete sfiniti dal viaggio. Perdonate la mia biasimevole ospitalità».

L’uomo ordinò che fossero portate tre pesanti seggiole di legno bianco, i cui schienali erano scolpiti con certosina precisione a rappresentare dei volti umani bizzarramente contorti. Con un sorriso invitante e voce morbida li invitò ad accomodarsi:

«Prego, onorevoli ospiti. Sedete e riposate con comodo».

Drulka si lasciò cadere su uno degli scranni, senza cessare di muovere le mani. Rhialto s’accorse che in effetti aveva le gambe pesanti e lo imitò con un grugnito. Si volse a Osherl. «Non capisco. Nell’aria di questo posto dev’esserci qualcosa che intorpidisce le membra. Mi sento stranamente insonnolito».

Osherl gli rispose nella lingua del XXI° Eone: «Costui comanda quattro Sandestin di un tipo inferiore, per la precisione il tipo che noi definiamo “Cataplasmatico”. In questo momento essi stanno premendo sui vostri centri nervosi per indurvi a chiudere gii occhi. Inoltre Drulka ha già dato l’ordine di preparare coltelli e pentole per noi».

Rhialto lo fissò con astio. «Perché non hai fatto niente, allora? Dov’è la tua lealtà?» E, visto che il Sandestin si limitava a tossicchiare imbarazzato, sbottò, sempre nella sua lingua: «Ordina a questi Cataplasmatici di trasformare il naso di Drulka in una salsiccia lunga mezzo metro, con una cisti ulcerosa alla radice e un foruncolo purulento sulla cima».

«Piuttosto orrido, ma farò come volete».

Un attimo dopo il becchino-macellaio balzò in piedi con un urlo, e incredulo di quel che gli stava capitando piombò a sedere nella polvere. Rhialto annuì soddisfatto. «Bene. E adesso, per quanto non dovrebbe esserci bisogno di dirlo, imponi ai Cataplasmatici di tenersi definitivamente alla larga da me».

«Certo. Ma resteranno da queste parti, e Drulka potrà usarli in seguito per vendicarsi».

«Allora accordati con loro, liberali dai vincoli che hanno con costui e mandali per la loro strada. Chiaro?».

«Quanta generosità!», dichiarò Osherl. «Questi Sandestin pretenderanno un quindicesimo di punto ciascuno: dovrò pagarli di tasca mia?».

«Adesso non seccarmi coi particolari. Devo avere delle risposte dal nostro amico, a dispetto delle sue nuove preoccupazioni». Rhialto attese che Drulka la smettesse di gemere e palpeggiarsi il macroscopico naso poi, quando lo vide più calmo, disse: «Ora sai quel che ci guadagni a ingannarmi. Sono stato ancora molto pietoso, e mi aspetto gratitudine e assoluta sincerità. Siediti. Desidero proseguire la conversazione».

Drulka sollevò le braccia, disperato. «Voi siete un uomo troppo sospettoso. Volevo soltanto farvi riposare un poco, in tutta innocenza. Cos’altro volete da me?».

«Avete esplorato l’intera estensione di queste rovine?».

«Scavare nelle macerie non ci interessa… salvo che quando si scopre una di quelle uova dal contenuto appetitoso».

«Capisco. E quante uova avete divorato?».

Drulka si sostenne il naso con una mano. Scontrosamente rispose: «Una volta ho contato i gusci vuoti. Erano cinquemila e seicentoquarantuno. So che ne restano pochi».

«Pochi?», esclamò Rhialto. «Se non hai sbagliato il conto, per fondare il Regno della Luce resta soltanto uno degli Esemplari. Voi avete divorato tutti gli altri».

Drulka dimenticò per un momento la sua appendice. «Ne rimane appena uno? Questa è una brutta notizia. Il cibo scarseggia sempre più».

«E il tesoro? Dove sono le gemme e i preziosi che avete scavato fuori dagli antichi templi?».

«Bah, abbiamo conservato quelle cosucce, è vero, ma solo perché siamo gente sensibile che ama il bello. Specialmente le gemme rosse, gialle e rosate, o bianche. Quelle di colore azzurro o verde le usiamo per un altro scopo, dato che portano scalogna».

«E cosa ne fate?».

«Le leghiamo alla coda delle lucertole di palude, dei lupi ursini o degli ominoidi. Questo li spaventa pazzamente e li induce a compiere balzi divertentissimi, finché fuggono urlando nella foresta».

«Uhm! E cosa sai dirmi di un cristallo azzurro, un prisma lungo un palmo? Ha seguito la stessa sorte? Lo hai mai visto?

Drulka si fissò la punta del naso, girandola di qua e di là. Emise un gemito. «No. Sì… non lo so. Mi par di ricordare un oggetto simile, ma è trascorso del tempo».

Rhialto esibì un sorriso cortese. «È il dolore al naso che ti rende così difficile frugare nella memoria?».

«Oh, Signore! Proprio così, proprio così!», gridò l’altro.

«Quando mi porterai quel cristallo azzurro, la tua sofferenza finirà».

Drulka grugnì sordamente. «Non sarà una cosa facile».

Rhialto non aveva nient’altro da dire. Si alzò e, seguito da Osherl, uscì a lunghi passi dal villaggio. Su uno spiazzo erboso il Sandestin fece materializzare un confortevole padiglione di seta blu. All’interno c’erano tappeti, un tavolo di cristallo scolpito, quattro seggiole in mogano ricoperte di velluto, lampade a stelo e un’alcova. Fuori dalla tenda Rhialto volle un altro tavolo da giardino, un baldacchino e altri accessori finemente decorati. A lato, un elegante casotto coi servizi igienici e tutto il necessario per la toeletta.

Nell’ora successiva Rhialto fece il bagno, si profumò e si cambiò l’abito. Poi lasciò Osherl nel padiglione e si arrampicò nel cielo a passi veloci, per dare un’occhiata al panorama che il sole dipingeva di colori ancor molto velati.

Era circa la metà del pomeriggio e il tempo migliorava, ma i pesanti cirri in rapido spostamento lasciavano vedere uno strato di nuvole più alte e di un grigiolino uniforme, che occludevano del tutto il cielo. Esplorò con l’ipervideo in ogni direzione, e quasi subito ebbe la lieta sorpresa di localizzare la macchia blu: vista dal suo posto d’osservazione si trovava a nord est.

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