Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]
- Автор: Вэнс Джек Холбрук
- Серия: Terra morente #4
- Год: 1986
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]». Краткое содержание книги:
«Sicuro, ma mai uno con l’aria tanto altera, e tuttavia con un cappello così comico».
Rhialto annuì appena. «Non ho intenzione di modificare la mia faccia, però sarei felice di sentire come sia a vostro parere un cappello più confacente».
La prima ragazza disse: «Quest’anno tutti portano un feltro “scodella di zuppa”, così lo chiamano. L’unico colore ammesso è il magenta. Una singola nappa sbatti-orecchio basta per il pudore, e l’emblema di casta in porcellana è considerato un tantino vistoso ma ammissibile».
Rhialto batté un colpetto sulla sacca. «Osherl, procurami un copricapo che corrisponda alla descrizione. Informati altrove. E portami anche un tavolo con una ricca colazione basata sui gusti di quest’epoca».
Il cappello apparve. Rhialto gettò il suo fra gli sterpi e indossò con garbo il nuovo articolo, mentre le ragazze applaudivano divertite. Nello stesso momento Osherl aveva fatto comparire una bella tavola apparecchiata a pochi metri da li, colmandola di vassoi che sembravano appena usciti dalle mani di un cuoco ispirato.
Con un gesto elegante Rhialto invitò le ragazze ad accomodarsi. «Perfino i meno eletti ai piaceri della tavola si allieterebbero dinnanzi a simili vivande. E lasciatemi dire che è in queste circostanze che le piccole cortesie, unitamente a tali dolciumi e prelibatezze, rendono possibili e facili nuove amicizie. Mie care fanciulle, consentitemi il piacere d’invitarvi a un piccolo pranzo».
La più cauta delle tre ragazze obiettò: «E poi, che cosa pretenderete da noi?».
Un’altra la rimbeccò, querula: «Tish Tush! Questo gentiluomo ci ha cortesemente invitato a dividere il suo cibo. Il meno che puoi fare è di rispondere con altrettanta cortesia».
La terza ebbe una risatina eccitata. «Prima il piacere e poi il dovere! Infine, ben pochi sono così generosi prima… e senza pesanti allusioni a come sdebitarsi poi».
Rhialto esibì un’integerrima dignità. «Damigelle, vi prego di degustare queste leccornie senza scrupolo alcuno».
Le tre giovani donne si accostarono alla tavola, e notando che lui non faceva complimenti diedero anch’esse di piglio ai vassoi, con appetito ed entusiasmo.
Da li a poco Rhialto accennò verso settentrione. «Dite, cosa sono quelle strane nuvolaglie che gravano sulla pianura?».
Le ragazze si volsero dove lui indicava, con l’aria di non aver mai notato proprio niente. «Oh, laggiù c’è Vasques Tohor. Probabilmente la polvere è causata dalla guerra che stanno combattendo».
Lui fissò l’orizzonte, accigliandosi. «Di che guerra si tratta?».
Le fanciulle risero della sua ignoranza. «È stata dichiarata dai Duchi Bohulic di Est Attuck. Hanno portato qui in gran numero le loro truppe da battaglia, e senza rimorso le hanno scatenate contro Vasques Tohor. Ma non potranno prevalere contro il Re dei re e i suoi Mille Cavalieri».
«Già, immagino anch’io di no», disse Rhialto. «Tuttavia sono curioso, e credo proprio che andrò subito a vedere coi miei occhi. Mie care damigelle, è con immenso rammarico che ora vi saluto».
Le ragazze se ne tornarono lentamente alle precedenti incombenze, ma era chiaro che il loro entusiasmo per i cespugli di bacche era svanito. Imprecarono contro gli sterpi, si lamentarono per il caldo, e continuarono a gettare occhiate in direzione dell’alta figura di Rhialto finché una siepe non lo nascose alla vista.
A un chilometro di distanza Rhialto balzò nell’aria, e con gli stivali vibranti nell’Incantesimo del Passo Leggero corse nel cielo verso Vasques Tohor.
Nel momento in cui giunse sulla scena, la battaglia era già stata decisa. La fanteria pesante dei Bohulic, con l’appoggio dei rumorosi vagoni da battaglia, aveva fatto l’impossibile. Nella polvere di Pian Feneique a oriente di Vasques Tohor, le Venti Potenze dell’Ultimo Regno erano state annientate. La città stessa non avrebbe potuto reggere molto a lungo all’attacco dei Duchi Bohulic.
La luce violacea del tramonto illuminava tragicamente un campo da cui si levava il fumo degli incendi, cosparso di macchine rovesciate e corpi umani stesi nella polvere. Legioni di volontari e di coscritti erano state fatte a pezzi, e le loro uniformi e gli stendardi erano un mosaico di tessere multicolori ormai immobili. I Mille Cavalieri, esseri per metà viventi e per metà metallici originari di Canopo, s’erano gettati alla carica contro i vagoni da battaglia, ma per la più parte erano stati bruciati dai raggi-fiamma prima di poter colpire l’avversario in modo efficiente.
Adesso sulla piana dominavano i vagoni da battaglia, tozzi e sinistri veicoli capaci di alzarsi nell’aria fino a venti metri dal suolo, armati con raggi-fiamma e mitragliere ad aghi. Le truppe d’assalto provenienti da Est Attuck sopraggiungevano da diverse direzioni. Non avevano l’aspetto di un esercito ordinato, ben pulito e irregimentato secondo canoni classici, ma apparivano piuttosto come veterani di molte armi svariate mescolati caoticamente, e con in comune solo la lingua e la polvere che li copriva. A una prima occhiata davano l’idea di una torma di sbandati, con scarsissima disciplina e il morale piuttosto basso. Alcuni erano anziani, barbuti e pallidi, altri erano giovanotti grassi e abbronzati; molti camminavano a passo deciso, non pochi si lasciavano oltrepassare con atteggiamento stanco, una buona percentuale sembravano andarsene per conto loro e si potevano notare le espressioni più diverse. Le uniformi che indossavano erano improvvisate, e non mancavano gli abbigliamenti più singolari e bizzarri, compresi quelli messi insieme spogliando i cadaveri dei nemici appena uccisi. I meglio organizzati erano forse i disertori della Ventesima Legione, che marciavano a ranghi serrati con cupa determinazione, uniti dalla colpa e dalla ferocia, venuti da quei confini dove i Duchi di Ferro li avevano per anni attaccati, spaventati e infine convinti a passare dalla loro parte.
Tam Tol, Re dell’Ultimo Regno, era rimasto per tutto il giorno sui bastioni di Vasques Tohor a guardare ciò che accadeva a Pian Feneique. Aveva visto i suoi tanto ammirati Cavalieri caricare in arcione ai volatori contro i vagoni da battaglia, finché gli strali di fiamma rossa non li avevano decimati. La sua Ventesima Legione era uscita sul Campo con gli Indomabili alla testa, in un bellicoso sventolio di stendardi. Sopra di loro era stato mandato fuori anche uno squadrone di nere tigri del cielo, velivoli lunghi otto metri forniti di lanciagas, mitraglie a fiamma e proiettori sonici.
Tam Tol era rimasto immobile a guardare il contrattacco delle orde di Bohulic, che urlando ferocemente avevano sbaragliato i suoi valorosi gentiluomini, e non s’era mosso da li neppure quando il campo gli aveva mostrato la fine delle sue speranze, ignorando le staffette che richiedevano la sua presenza altrove con urgenza. I suoi ufficiali si erano allontanati uno alla volta con una scusa o l’altra, ed egli aveva capito che intendevano fuggire: non s’era preso neppure la briga di girare la testa, troppo orgoglioso e fiero per rimproverare la loro vigliaccheria dinnanzi alla disfatta. Alla fine era rimasto solo sul bastione.
All’interno delle mura regnava il caos. I cittadini abbandonavano le loro case, folle di gentaglia scatenata depredavano i palazzi, file di carri stavano uscendo alla rinfusa dalla Porta del Tramonto. La gente scappava verso la città sacra di Luid Shug, situata nella Val Joheim settanta chilometri più ad ovest.
Rhialto giunse a lunghi passi aerei e si fermò fuori città, sulla verticale di una zona meno agitata, quindi esplorò il cielo attraverso l’oculare dell’ipervideo. La macchia blu si stagliava sopra i quartieri occidentali dell’abitato. Senza fretta proseguì in quella direzione, ma era contrariato dall’esplodere di quegli avvenimenti confusi e si faceva poche illusioni di poter trovare il Perciplex facilmente. Ovunque si scorgevano scene violente e sanguinose. Fu mentre oltrepassava in volo le mura che vide Tam Tol, solo dietro i merli granitici, impettito e indifferente all’avanzata nemica. In quel momento un vagone da battaglia deviò verso il condottiero, e da un portello venne gettato fuori un uncino con l’evidente scopo di arpionare bestialmente l’uomo, ma l’oggetto lo colpì invece alla nuca. Col cranio spaccato, Tam Tol precipitò all’esterno e si sfracellò in silenzio alla base delle mura.