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Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]

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Rhialto il meraviglioso [Rhialto the Marvellous - it]
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Al portone della città, sorvegliato da guardie con le armi puntate, la confusione rese immediatamente difficoltoso il processo di selezione, e il giorno trascorse nel caos mentre pochissimi cercavano di dare una parvenza di organizzazione agli sfollati, che difettavano di acqua e cibo. Prima del tramonto i più realistici avevano abbandonato ogni speranza di ricevere aiuto dall’interno della città, e cominciarono ad allontanarsi attraverso la pianura. Rhialto, che fin dal mattino aveva messo all’opera Osherl per procurare contenitori di latte a tutte le famiglie che avevano bambini, s’era piazzato su una montagnola di terriccio con l’ipervideo in mano. Ogni tanto vedeva la macchia blu spostarsi, ma sempre in zone dove l’affollamento era eccessivo, e col crepuscolo la perse di vista del tutto ancora una volta. Di umore tetro fece ritorno a Borgo Torredecima, dove si fece assegnare la stessa camera della sera prima. Un bagno caldo e una buona cena non bastarono però a ristorargli il morale, e dormì malissimo.

Il mattino dopo tornò a Luid Shug di buon’ora, e subito si accorse che i Selezionatori dovevano aver lavorato l’intera notte: la porta meridionale della città era adesso sbarrata, la gran massa degli sfollati era sparita lungo la Val Joheim, e fuori le mura non restavano che un migliaio di persone. Col sole ancora basso, qualcuno vide però che a sud erano comparse due armate di Bohulic, e che all’apparenza esse convergevano verso Luid Shug. In gran fretta tutti quanti raccolsero le loro cose e scapparono in direzione dei confini settentrionali.

Ma la macchia blu risultò non essersi mossa di troppo: l’ipervideo la localizzò sulla verticale della Città Sacra, entro il perimetro dei bastioni. Rhialto stabilì di scendere a terra davanti alla porta occidentale, dove nel poderoso battente era inserita una porticina fornita di spioncino. Bussò e chiese di essere accolto in città. Nessuno si prese la briga di aprire lo sportelletto, ma una voce che sembrava uscire da qualche apertura nascosta lo arringò severamente:

«Vai per la tua strada, straniero. Cento secoli dovranno trascorrere, prima che Luid Shug apra le sue porte. L’Incantesimo del Tempo Sconfinato è ora su di noi. Vattene, dunque, e se anche ti volgerai a guardare indietro, non vedrai altro che gli dei dormienti».

Le armate dei Bohulic si stavano avvicinando assai rapidamente. Rhialto salì nel cielo a lunghi passi e si fermò all’altezza dei bassi cumuli di nuvole scompigliate dal vento.

Uno strano silenzio gravava sulla vallata. All’interno della città non era visibile nessun movimento. Con uno spiegarsi di forze teso più a impressionare che altro, i vagoni da battaglia avanzarono verso la porta occidentale di Luis Shug. I veterani Bohulic, appesantiti dalle loro armi e sudati, seguivano i veicoli in lunghe file.

Dalle conchiglie a forma di tromba del minareto sul vulcano, una voce tonante si rivolse alle schiere: «Tornate indietro, guerrieri! Rinunciate a portarci la minaccia. Luid Shug è ormai preclusa alla vostra ambizione di conquista!».

I comandanti non prestarono la minima attenzione a quelle parole, fecero arrestare la truppa e si accinsero a far saltare la porta con tubi di esplosivo. Cinque delle imponenti effigi di pietra si sollevarono nell’aria dall’interno del cratere, e nelle loro mani balenarono armi sconosciute: l’aria vibrò al saettare di terribili energie, i vagoni da battaglia rotearono e si schiantarono, le truppe appiedate vennero annientate da una forza invisibile che le schiacciò al suolo come uno stivale avrebbe spiaccicato degli insetti. Un minuto più tardi, allorché le effigi si ritrassero nelle loro nicchie, Val Joheim era più silenziosa e deserta di un immenso cimitero.

Rhialto non se la sentiva di scherzare con la potenza che aveva già intuito e visto in Luid Shug. Tenendosi ad alta quota si diresse a sud passando da una nuvola all’altra. Giunto dove le colline cominciavano a levarsi più impervie, a una ventina di chilometri di distanza da Punta Eclisse, atterrò sopra un’altura ricoperta da un morbido tappeto d’erba grassa. S’incamminò verso l’unico albero dei dintorni e sedette all’ombra, appoggiando la schiena al tronco.

Il sole era quasi a metà del suo arco celeste. Dall’erba si levava un profumo gradevole, e spirava appena un alito di vento. Lontano, a nord est, si scorgeva una spirale di fumo che aveva tutta l’aria di levarsi dall’abitato di Vasques Tohor. Masticando un filo d’erba, Rhialto cercò di fare il punto della situazione.

Le circostanze non potevano dirsi troppo soddisfacenti, sebbene il Perciplex fosse più o meno ormai localizzato. Su Osherl non c’era da fare eccessivo affidamento, visto che il giorno prima gli s’era mostrato quantomai svogliato, ostile e per nulla desideroso di collaborare. Ildefonse? Le sue preoccupazioni dovevano essere volte più al minaccioso atteggiamento di Hache-Moncour che alla persona di Rhialto. E tuttavia Ildefonse era noto per la sua diplomatica capacità di aggirare gli ostacoli coi compromessi. Come Maestro, anche mancando di un Chug, poteva costringere Sarsem a una condotta più utile per tutti. Comunque fosse, su Sarsem non si poteva contare però molto.

Rhialto giocherellò distrattamente con l’ipervideo, lo puntò in direzione di Luid Shug e constatò che la macchia blu era sempre la dove l’aveva lasciata. Intascò l’oggetto e chiese a Osherl di uscire dal suo contenitore di folgorite.

Osherl gli si mostrò sotto l’aspetto di un elfo alto un metro e mezzo, vestito di penne, con l’epidermide azzurra e lunghi capelli verdi. Parlò con tono distaccato e noncurante: «I miei rispetti, Gentiluomo. Eccovi qui, in un limpido e soleggiato pomeriggio del XVI° Eone. L’aria è balsamica, tiepida e aromatica. Voi state masticando un filo d’erba con la pigra soddisfazione di un ragazzo di campagna. Gioisco nel vedervi preso dalla semplicità della vita agreste».

Rhialto ignorò del tutto quelle frasi. «Non ho ancora recuperato il Perciplex, e il demerito per questo fallimento va suddiviso fra te e Sarsem. Siete due bastardi».

L’elfo rise silenziosamente, accarezzandosi una ciocca di capelli con mossa vezzosa. «Mio caro amico! Questo modo di esprimersi non si addice proprio al vostro stile».

«Adesso basta coi capricci», ordinò lui. «Vai a Luid Shug, prendi il Perciplex e portamelo qui!».

L’elfo rise ancora, divertito. «Il vostro senso dell’umorismo è inarrivabile, Rhialto. L’idea che il povero Osherl venga catturato, imprigionato, maltrattato e poi torturato crudelmente da ben venti intrattabili divinità diverse, deve sembrarvi assai comica, vero?».

«Non sto affatto facendo dello spirito. Ti ho detto dove si trova quell’oggetto, e ora intendo averlo».

Osherl raccolse un fiorellino e lo annusò. «Che delizia! Un uomo come voi dovrebbe innamorarsi di questi dintorni, dove le femmine si è ben visto che non scarseggiano. Per tutti i versi, il XVI° Eone è da preferirsi molto al nostro XXI°. E voi masticate erba come se foste nato e cresciuto in questi pascoli. Questo tempo è vostro, Rhialto. Prestate orecchio alla voce dell’anima, e immergetevi in esso!».

«Sei tu che non stai prestando orecchio alla mia voce», sbottò lui. «Se da un lato posso distribuire punti, dall’altro ti ricordo che ho sempre il Chug a portata di mano».

«Come sempre, siete di un umore mordace», bofonchiò l’altro.

«Rifiuti di entrare a Luid Shug in cerca del Perciplex?».

«È impossibile, con quei venti Dei che stanno di guardia».

«Allora portami avanti nel tempo, fra cento secoli esatti. Così, quando questa dannata città si risveglierà nell’età dell’oro, ci faremo avanti e reclameremo quel che ci appartiene».

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