Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
Nell’estate 1858, tuttavia, Albright e la sua nave ebbero la sfortuna di trovarsi a New Orleans durante una virulenta epidemia di febbre gialla. Morirono migliaia di persone, tra cui Albright, e, alla fine, l’epidemia spinse la città a migliorare le sue condizioni sanitarie, cosicché in estate non divenne più una fogna a cielo aperto. Il capitano Yoerger comandò l’Eli Reynolds per Marsh fino alla fine dell’estate del 1859, quando decise di ritirarsi nella sua fattoria del Wisconsin, dove morì in pace un anno dopo. Quando Yorger partì, Marsh prese a comandare il battello di persona, per risparmiare denaro. Ormai, soltanto uno sparuto gruppetto di facce familiari erano rimaste tra l’equipaggio. Doc Turney era stato derubato e ucciso a Natchez-sotto-la-collina, l’estate precedente, e Cat Grove aveva abbandonato completamente il fiume per andare all’ovest, prima a Denver, poi a San Francisco, e infine verso la Cina o il Giappone o in un qualche altro paese dimenticato da Dio. Marsh assoldò Jack Ely, il vecchio ufficiale di macchina in seconda del Fevre Dream, per rimpiazzare Turney, e assunse anche pochi altri della ciurma che aveva prestato servizio sul battello scomparso, ma essi morirono, o se ne andarono, o trovarono altri lavori. Nel 1860, di tutti quelli che avevano vissuto il trionfo e il terrore del 1857, erano rimasti soltanto Marsh e Karl Framm. Framm pilotava il Reynolds, anche se la sua abilità gli avrebbe permesso di navigare su di un battello molto più grande e prestigioso. Ricordava per intero un bel po’ di cose di cui non voleva parlare, neppure con Marsh. Il pilota era ancora un uomo dal carattere allegro, ma non raccontava più tutte le storielle che era solito raccontare, e Marsh poteva scorgere nei suoi occhi una cupezza che non aveva mai visto prima. Framm, adesso, portava una pistola. «Nel caso li trovassimo,» spiegò. Marsh sbuffò. «Quel piccolo affare non ferirà di certo Julian.» Il ghigno di Framm era ancora storto, e il suo dente d’oro catturò e riflesse la luce, ma non c’era nulla di divertente nei suoi occhi quando rispose. «Non è per Julian, Capitano. È per me. Non mi avranno di nuovo vivo.» Poi guardò Marsh. «Potrei fare lo stesso per voi, se succederà davvero». Marsh aggrottò le ciglia. «Non succederà,» replicò e lasciò la cabina di pilotaggio. Ricordò la conversazione per il resto della vita. Ricordò anche una festa di Natale del 1859 a St. Louis, data dal capitano di una delle grandi navi dell’Ohio. Marsh e Framm vi parteciparono entrambi, insieme agli altri marinai della città, e dopo che ognuno ebbe bevuto un bel po’, incominciarono a raccontare le storie del fiume. Marsh le conosceva tutte, ma, in un certo senso, fu rassicurante e piacevole ascoltare la gente raccontarle ancora una volta a commercianti, banchieri e a belle donne che non le avevano mai ascoltate. Parlarono del Vecchio Al, il re degli alligatori, del battello fantasma di Raccourci, di Mike Fink, di Jim Bowie, e Jack Russel il Ruggente, della grande gara tra l’Eclipse e l’A. L. Shotwell, del pilota che aveva superato un tratto infido di fiume nella nebbia, anche se era già morto, del dannato battello che, trenta anni prima, aveva diffuso il vaiolo lungo il fiume, uccidendo qualcosa come ventimila indiani. «Mandò in malora l’intero commercio delle pellicce.» concluse il narratore. Tutti risero, eccetto Marsh e altri due. Poi qualcuno iniziò a raccontare storie su battelli incredibilmente grandi, l’Hurricane, il E. Jerkins e altri, sui cui ponti di coperta crescevano foreste che venivano usate per alimentare le loro fornaci, e le cui ruote erano così grandi che impiegavano un anno intero per fare un giro completo. Abner Marsh sorrise.
Karl Framm si fece largo tra la folla, con un bicchiere di brandy nella mano. «Conosco una storia,» disse, con voce leggermente brilla. «È una storia vera. C’è un battello chiamato Ozymandias, sapete…»
«Non ne ho mai sentito parlare,» disse qualcuno.
Framm sorrise leggermente. «Sperate di non vederlo mai,» disse, «perché per coloro che lo vedono, è la fine. Viaggia solo di notte, questa nave. Ed è nera, completamente nera. Dipinta di nero come i suoi fumaioli, in ogni suo millimetro, tranne l’interno, poiché nel salone c’è un tappeto rosso sangue, e, dappertutto, specchi d’argento che non riflettono nulla. Quegli specchi sono sempre vuoti, anche se a bordo ci sono molte persone dalla carnagione pallida in abiti eleganti. Sorridono molto. Solo che non si riflettono negli specchi.»
Qualcuno rabbrividì. Il silenzio era totale. «Perché no?» chiese un ufficiale di macchina che Marsh conosceva di vista.
«Perché sono morti,» disse Framm. «Ognuno di loro è morto. Solo che essi non vogliono giacere nella tomba. Sono dei peccatori, e navigheranno su quella nave per sempre, quella nave nera con i tappeti rossi e gli specchi vuoti, su e giù per il fiume, non fermandosi mai in nessun porto, nossignore.»
«Fantasmi,» esclamò qualcuno.
«Apparizioni,» aggiunse una donna, «come il Raccourci.»
«Per l’inferno, non è così,» replicò Karl Framm. «Si può passare attraverso un’apparizione, ma questo non è il caso dell’Ozymandias. È reale, e lo capirete subito, a vostre spese, se l’incontrerete di notte. Quella gente morta ha fame. Bevono sangue, sapete. Sangue rosso e caldo. Si nascondono nel buio e quando vedono le luci di un altro battello, lo inseguono, e se lo raggiungono, si gettano a frotte a bordo, con quelle loro facce pallide, sorridendo, vestiti con eleganza. E alla fine, affondano il battello, o lo bruciano, e il giorno dopo non resta nulla da vedere, se non dei fumaioli che spuntano dal fiume, o forse una nave affondata e piena di cadaveri. Tranne che per i peccatori. I peccatori si recano a bordo dell’Ozymandias, per navigare su di esso per l’eternità.» Sorseggiò il suo brandy e sorrise. «Così, se qualche notte vi trovate sul fiume, e vedete un’ombra sull’acqua dietro di voi, aguzzate la vista. Potrebbe essere un battello, dipinto tutto di nero, con un equipaggio bianco simile ad una misteriosa apparizione. Quell’Ozymandias non terrà accese le luci di posizione, così, a volte, non potrete vederlo se non quando vi sarà molto vicino, con le sue ruote nere che percuotono l’acqua. Se lo vedete, farete meglio a sperare di avere un abile pilota, e magari dell’olio combustibile a bordo, o un po’ di lardo. Perché esso è grande, e veloce, e quando vi sorprende di notte, siete finiti. Fate attenzione al suo fischio. Udrete il suo fischio soltanto quando sarà sicuro di avervi raggiunto, così se lo sentirete, iniziate a contare i vostri peccati.»
«Che suono ha quel fischio?»
«Esattamente come un grido umano,» spiegò Karl Framm.
«Diteci ancora il suo nome,» disse un giovane pilota.
«Ozymandias,» disse Framm. Sapeva come pronunciarlo correttamente.
«Ma cosa significa?»
Abner Marsh si alzò. «È tratto da una poesia,» disse. «Osservate le mie opere, o voi Potenti, e disperate.»
I partecipanti alla festa lo fissarono con sguardi vuoti, e una signora grassa rise, nervosamente però, con tono gracchiante.
«Esistono maledizoni e cose peggiori su quel dannato fiume,» proruppe un commissario di bordo piuttosto basso. Mentre parlava, Marsh afferò Karl Framm per un braccio e lo condusse fuori.
«Perché diavolo avete raccontato quella storia?,» domandò Marsh.
«Per farli impaurire,» disse Framm. «Cosicché se lo vedono, una dannata notte, avranno il buon senso di svignarsela.»
Abner Marsh considerò la cosa, e infine, fece un riluttante cenno d’assenso con la testa. «Credo sia giusto. L’avete chiamato con il nome che gli ha attribuito Billy la Serpe. Se aveste detto Fevre Dream, signor Framm, vi avrei strappato là testa. Là dentro, subito. Mi avete sentito?»