Il battello del delirio [Fevre Dream - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- ISBN: 978-88-347-0400-4
- Переводчик: Ornella Ranieri Davide
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il battello del delirio [Fevre Dream - it]». Краткое содержание книги:
«Non lo so,» rispose la governante. «Non avevate anche un altro battello? Uno davvero bellissimo? Ho sentito dire che…»
«Dannazione, non importa quello che avete sentito. Sì, avevo un altro battello. Il Fevre Dream. L’ho chiamato così dal nome di questo fiume.»
La donna emise un verso di disgusto. «Non c’è da meravigliarsi se questa non è mai diventata la città che poteva diventare, con gente come voi che continua a chiamarlo fiume Fevre. Gli altri devono pensare che siamo tutti malati, quassù. Perché non lo chiamate correttamente? Si chiama fiume Galena, adesso.»
Abner Marsh sbuffò. «Cambiare il dannato nome di un dannato fiume, non ho mai sentito di una tale dannatissima stupidaggine. Per quanto mi riguarda, questo è il fiume Fevre, e lo rimarrà, non mi importa cosa diavolo dica il dannato sindaco.» Marsh aggrottò le ciglia. «O quello che dite voi. Accidenti, nel modo in cui lo stanno facendo insabbiare ben presto diventerà il dannato torrente Galena!»
«Che linguaggio. Pensavo che un uomo che leggesse poesie sarebbe stato capace di usare un linguaggio più civile.»
«Non preoccupatevi del mio dannato linguaggio,» disse Marsh. «E non andate neppure in giro per la città a parlare di quelle poesie, capito? Conoscevo un uomo a cui piacevano quelle poesie, questo è il solo motivo per cui posseggo quei libri. Smettetela di ficcarvici il naso e badate a spolverare i miei battelli.»
«Certamente. Pensate di costruire anche un modellino dell’altra nave? Il Fevre Dream?»
Marsh si adagiò in una grossa poltrona fin troppo imbottita e aggrottò la fronte. «No,» disse. «No, non lo farò. È una nave che voglio dimenticare. Dunque, pensate soltanto a spolverare e smettetela di tempestarmi con le vostre domande dannatamente sciocche.» Prese un giornale e iniziò a leggere del Natchez e delle ultime vanterie di Leathers. La sua governante emise un suono soffocato e finalmente iniziò a spolverare. La casa possedeva un’alta torretta rotonda che si affacciava a sud. Di sera, Marsh vi saliva spesso, con un bicchiere di vino o una tazza di caffè, a volte con un pezzo di torta. Non mangiava più come una volta, da quando c’era stata la guerra. Il cibo non sembrava più avere lo stesso sapore. Era ancora un uomo massiccio, ma aveva perso almeno una cinquantina di chili, dai tempi di Joshua e del Fevre Dream. La carne gli pendeva da tutte le parti, come se l’avesse acquistata di due misure più larga, nella previsione che si restringesse. Aveva anche le guance cascanti. «Questo mi rende ancora più brutto del normale,» borbottava guardandosi allo specchio. Seduto alla finestra della sua torretta, Marsh poteva vedere il fiume. Trascorreva molte notti lassù, a leggere, a bere, e a guardare l’acqua del fiume. Il fiume era bello, alla luce della luna, e scorreva senza sosta, come prima che Marsh nascesse, come avrebbe continuato a scorrere dopo la sua morte e la sua sepoltura. Guardarlo tranquillizzava Marsh, ed egli faceva tesoro di quella sensazione. La maggior parte del tempo si sentiva stanco o melanconico. Aveva letto una poesia di Keats che affermava che non c’era niente di più triste che la morte della bellezza, e a Marsh sembrava che ogni dannata cosa bella al mondo stesse sfiorendo. Marsh era sempre solo. Era rimasto tanti anni sul fiume che non gli erano rimasti dei veri amici a Galena. Non riceveva mai visite, non parlava mai con nessuno, tranne la sua dannata, noiosa, governante. Quella donna lo irritava moltissimo, ma a Marsh non importava molto; era tutto quello che gli era rimasto per sentirsi vivo. A volte, pensava che la sua vita fosse finita, e la cosa lo faceva tanto arrabbiare che il viso gli diveniva paonazzo. C’erano ancora tante dannatissime cose che non aveva mai fatto, tanti affari mai conclusi… ma non poteva negare che stava diventando vecchio. Era solito portarsi dietro quel vecchio bastone da passeggio di noce nero per aiutarsi a gesticolare, e per essere più affascinante. Ora aveva un bastone costoso, con il manico d’oro, che lo aiutava a camminare meglio. E aveva delle rughe intorno agli occhi e perfino tra le verruche, e una strana macchia nera sul dorso della mano sinistra. Qualche volta, la guardava e si chiedeva come fosse finita là. Non l’aveva mai notata. Poi imprecava e afferrava un giornale o un libro.
Marsh era seduto in biblioteca a leggere un libro di Dickens che narrava dei suoi viaggi sul fiume, attraverso l’America, quando la sua governante gli portò una lettera. Grugnì sorpreso, gettò da parte il libro di Dickens, e brontolò a mezza voce, «Dannato sciocco di un inglese, si meriterebbe di essere scagliato nel dannato fiume.» Prese la lettera, la aprì, lasciando svolazzare la busta sul pavimento. Era rarissimo che ricevesse una lettera, ma quella era particolarmente bizzarra; era indirizzata alla Compagnia Fevre a St. Louis, ed era stata rispedita a Galena. Abner Marsh spiegò il foglio giallo, crespato, e improvvisamente gli si mozzò il fiato.
Era una vecchia carta da lettere, la ricordava bene. L’aveva fatta stampare tredici anni prima, affinché fosse messa nel cassetto della scrivania di ogni cabina di lusso sul suo battello. Sulla sommità del foglio, c’era un bel disegno a inchiostro di un grande battello a ruota laterale, e FEVRE DREAM inciso a lettere forbite. Riconobbe anche la scittura, aggraziata, fluente. Il messaggio era breve:
Caro Abner,
Ho fatto la mia scelta.
Se volete e potete, possiamo incontrarci a New Orleans il più presto possibile. Mi troverete al Green Tree di Gallatin Street.
— Joshua
«Dannazione! Per tutti i diavoli!» imprecò Marsh. «Dopo tutto questo tempo, quel dannato pazzo pensa che basti inviarmi una dannata lettera per farmi fare tutta quella dannatissima strada fino a New Orleans? E senza nemmeno una parola di spiegazione! Chi diavolo crede di essere?»
«Di sicuro io non lo so!» esclamò la governante.
Abner Marsh si alzò faticosamente in piedi. «Donna, dove diavolo avete messo la mia giacca bianca?» ruggì.
CAPITOLO TRENTUNESIMO
Di notte, Gallatin Street sembrava la strada maestra per l’inferno, pensò Abner Marsh, mentre la percorreva in fretta. Su di essa si affacciavano sale da ballo, saloon, e bordelli, tutti affollati, sporchi e rumorosi, e i marciapiedi brulicavano di ubriachi, prostitute e ladruncoli. Le prostitute gli facevano cenno, mentre passava, inviti irridenti che divenivano veri e propri dileggi, quando Marsh li ignorava. Uomini duri, dagli occhi gelidi, con coltelli e pugni di ferro lo valutavano con un aperto disprezzo, e ciò fece desiderare a Marsh di non sembrare troppo ricco o troppo dannatamente vecchio. Attraversò la strada, per evitare una folla di uomini fermi di fronte ad una sala da ballo e che inpugnavano dei randelli di quercia, e si ritrovò di fronte al Green Tree. Era una sala da ballo come tutte le altre, un buco infernale circondato da altri buchi infernali. Marsh si si fece largo tra la folla ed entrò. L’interno era affollato, fumoso, e buio. Coppie danzavano stancamente nell’atmosfera bluastra, al suono di una musica assordante, volgare. Uno degli uomini, un colosso mal rasato, con una camicia di flanella rossa, barcollava sulla pista da ballo con una dama che sembrava aver perduto conoscenza. L’uomo le stava strizzando i seni attraverso il sottile abito di calicò, come se la stesse sorreggendo, mentre la trascinava. Gli altri danzatori li ignoravano. Le donne erano tutte ragazze tipiche delle sale da ballo: vestiti di calicò consumati, scarpe a brandelli. Mentre Marsh guardava, l’uomo in camicia rossa inciampò, fece cadere la sua dama, e vi crollò sopra, e, subito dopo, si udì uno scroscio di risa. L’uomo imprecò e si rimise in piedi, mentre la donna rimase stesa sul pavimento. Poi, quando le risate cessarono, si chinò su di lei, l’afferrò per il davanti del vestito e la tirò su. Il tessuto si lacerò e lui, sogghignando, strappò completamente l’abito e lo gettò via. La donna, sotto, non indossava niente, tranne una giarrettiera rossa intorno ad una coscia bianca e sottile, con un piccolo pugnale infilato all’interno. L’elsa era rosa e a forma di cuore. L’uomo in rosso aveva cominciato a sbottonarsi i pantaloni, quando due buttafuori gli si affiancarono da entrambi i lati. Erano uomini massicci e con la faccia rossa, armati di pugni di ferro e spessi manganelli di legno. «Portatela di sopra,» grugnì uno di loro. L’uomo in camicia rossa iniziò una sfilza di bestemmie, ma alla fine sollevò la donna su una spalla e passò barcollando attraverso il fumo, accompagnato da altre risate. «Volete ballare, signore?» bisbigliò all’orecchio di Marsh una voce strascicata di donna. Marsh si voltò e aggrottò le ciglia. La donna doveva pesare quanto lui. La sua carnagione era di un bianco pastoso, ed era nuda come il giorno in cui era nata, tranne una sottile cintura di pelle da cui pendevano due coltelli. Gli sorrise e gli carezzò la guancia, prima che egli si voltasse di botto ed iniziasse ad aprirsi la strada tra la folla. Fece un giro completo del locale, in cerca di Joshua. In un angolo particolarmente rumoroso, una dozzina di uomini si affollavano intorno ad una scatola di legno, ruttando e imprecando mentre assistevano ad una lotta tra topi. Intorno al bar gli uomini erano il doppio, quasi tutti armati e dallo sguardo truce. Marsh mormorò delle scuse e si fece largo, spintonando un giovane dall’aspetto magro, con una garrota che pendeva dalla cintura, il quale stava chiacchierando vivacemente con un uomo basso, armato di un paio di pistole. L’uomo con la garrota smise di parlare e fissò Marsh con sguardo malevolo, fin quando l’altro non gli urlò qualcosa che gli fece riprendere la conversazione.