L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
«Sai un mucchio di cose dei Trolloc, Elyas» disse Perrin.
«Continua la storia» disse Elyas a Raen, in tono sgarbato.
«Dai trofei che le Aiel avevano con sé, era evidente che tornavano dalla Macchia. I Trolloc le avevano seguite, ma, a giudicare dalle tracce, solo pochi erano sopravvissuti, dopo avere fatto strage delle Aiel. In quanto alla ragazza, non permise a nessuno di toccarla, nemmeno di pulirle le ferite. Ma afferrò per la giubba il Cercatore di quella tribù e disse, sono le sue parole: “Perduto, Seccafoglie intende accecare l’Occhio del Mondo. Intende uccidere il Gran Serpente. Perduto, avverti il Popolo. Arriva Bruciaocchi. Di’ al Popolo di prepararsi per Colui che Viene con l’Alba. Di’ al..." E morì. Seccafoglie e Bruciaocchi» spiegò a beneficio di Perrin «sono nomi Aiel per indicare il Tenebroso; ma del resto non capisco un accidente. Eppure la ragazza riteneva importantissimo il messaggio, tanto da rivolgersi a coloro che chiaramente aborriva, pur di trasmetterlo con il suo ultimo respiro. Ma a chi? Noi Girovaghi siamo il Popolo, ma non credo proprio che lei si riferisse a noi. Gli Aiel? Non ci darebbero l’opportunità di riferirlo, nemmeno se tentassimo.» Sospirò. «Ci ha chiamato Perduti! Non sapevo fino a che punto ci disprezzassero.» Ila lasciò cadere in grembo il lavoro a maglia e accarezzò la testa al marito.
«Qualcosa che hanno appreso nella Macchia» rifletté Elyas. «Ma quelle parole non hanno senso. Uccidere il Gran Serpente, cioè il Tempo stesso? E accecare l’Occhio del Mondo? Come dire che farà morire di fame una pietra. Forse la ragazza vaneggiava, Raen. Ferita, moribonda, avrà perso il contatto con la realtà. Forse non sapeva nemmeno chi fossero, quei Tuatha’an.»
«Sapeva benissimo cosa diceva e a chi lo diceva. Per lei era una cosa più importante della sua stessa vita... e noi non ne comprendiamo il significato. Quando ti ho visto entrare nell’accampamento, ho pensato che forse avremmo trovato finalmente la risposta, poiché sei stato...» Elyas mosse la mano in un rapido gesto e Raen cambiò il seguito della frase. «Poiché sei un amico e conosci molte cose bizzarre.»
«Non a questo proposito» disse Elyas, in un tono che poneva fine alla discussione. Intorno al fuoco il silenzio fu rotto solo dalla musica e dalle risate che giungevano da altre parti dell’accampamento.
Disteso con la schiena contro uno dei ceppi disposti intorno al fuoco, Perrin cercò di decifrare il messaggio della donna Aiel, ma le parole risultavano incomprensibili anche per lui. L’Occhio del Mondo. Era comparso nei suoi sogni, più d’una volta, ma lui non voleva pensare a quei sogni. E poi, Elyas. A proposito di quell’uomo, c’era una domanda di cui gli sarebbe piaciuto conoscere la risposta. Raen era stato sul punto di rivelare qualcosa, ma Elyas l’aveva interrotto.
Che cosa? E perché? Non riuscì a spiegarsi neanche questo. Allora cercò d’immaginare che aspetto avessero le ragazze Aiel... ragazze che andavano nella Macchia, dove si avventuravano solo i Custodi, a combattere i Trolloc... quando sentì tornare Egwene, canticchiando sottovoce.
Si alzò e andò a incontrarla al limitare del cerchio di luce del fuoco. Lei si fermò di colpo e lo guardò, con la testa inclinata. Nel buio Perrin non riuscì a leggere la sua espressione.
«Sei stata via parecchio» disse. «Ti sei divertita?»
«Abbiamo cenato con sua madre» rispose Egwene. «E poi abbiamo ballato... e abbiamo riso. Mi sembravano anni che non ballavo.»
«Quello lì mi ricorda Wil al’Seen. Hai sempre avuto il buon senso di non lasciarti menare per il naso da Wil.»
«Aram è un ragazzo gentile e di piacevole compagnia» replicò lei, con voce dura. «E divertente.»
Perrin sospirò. «Scusa. Sono contento che ti sia divertita a ballare.»
All’improvviso lei gli gettò le braccia al collo e si mise a piangere. Impacciato, Perrin le diede dei colpetti sui capelli. Rand saprebbe cosa fare, pensò. Rand ci sapeva fare, con le ragazze. Non come lui, che non sapeva mai cosa dire. «Ti ho chiesto scusa, Egwene. Davvero, sono contento che ti sia divertita. Sul serio.»
«Dimmi che sono vivi» mormorò lei, contro il suo petto.
«Eh?»
Egwene lo scostò e lo guardò in viso. «Rand e Mat. Gli altri. Dimmi che sono vivi.»
Perrin si guardò intorno, incerto. «Sono vivi» affermò alla fine.
«Bene.» Rapidamente Egwene si asciugò le guance. «Volevo sentirlo dire. Buonanotte, Perrin.» Si alzò in punta di piedi e con un bacio gli sfiorò la guancia; prima che lui potesse parlare, gli passò davanti.
Perrin si girò a guardarla. Ila si alzò e andò incontro a Egwene; parlottando, le due donne entrarono nel carrozzone. Rand capirebbe il motivo del suo comportamento, pensò Perrin; lui non ne aveva la minima idea.
In lontananza i lupi ulularono alla sottile falce di luna nuova e Perrin rabbrividì. L’indomani avrebbe avuto tempo di preoccuparsi di nuovo dei lupi. Ma si sbagliava. Aspettavano di dargli il benvenuto nei suoi sogni.
26
Whitebridge
L’ultima, incerta nota della canzone appena riconoscibile come “Il vento che scuote il salice” si affievolì misericordiosamente e Mat abbassò il flauto di Thom, intarsiato d’oro e d’argento. Rand smise di tapparsi le orecchie. Il marinaio che arrotolava una gomena a poca distanza da loro mandò un gran sospiro di sollievo. Per un momento si udirono solo lo sciabordio dell’acqua contro lo scafo, il cigolio ritmico dei remi e le vibrazioni del sartiame. Il vento soffiava dritto contro la prua della Spray; le vele, inutili, erano arrotolate.
«Dovrei ringraziarti perché mi hai dimostrato quant’è vero l’antico detto» brontolò infine Thom Merrilin. «Per quanto gli insegni, un maiale non suonerà mai il flauto.» Il marinaio scoppiò a ridere e Mat alzò il flauto nel gesto di tirarglielo. Destramente Thom gli tolse di mano lo strumento e lo ripose nell’astuccio di cuoio. «Pensavo che tutti voi pastori badaste al gregge suonando la zampogna o il flauto. Così imparo a fidarmi solo di quel che vedo con i miei occhi.»
«Il pastore è Rand» brontolò Mat. «Lui suona la zampogna, non io.»
«Ah, sì, lui ha un minimo di abilità. Ma a te è meglio insegnare giochi di destrezza, ragazzo. Lì almeno mostri un certo talento.»
«Thom» disse Rand «non so perché t’impegni tanto.» Diede un’occhiata al marinaio e abbassò la voce. «In fin dei conti, non vogliamo diventare menestrelli. È solo una scusa, finché non troviamo Moiraine e gli altri.»
Thom si tirò il baffo e parve esaminare il cuoio liscio e scuro dell’astuccio del flauto. «E se non li trovi, ragazzo? Niente ci dice che sono ancora vivi.»
«Sono vivi» replicò Rand, sicuro. Guardò Mat per avere sostegno, ma l’amico, accigliato e a labbra serrate, fissava il tavolato dei ponte. «Ehi, parla» disse Rand. «Non puoi prendertela così perché non riesci a suonare il flauto. Anch’io suono malissimo. E tu non ci avevi mai provato.»
Mat alzò gli occhi, torvo. «E se sono morti?» disse piano. «Bisogna accettare i fatti, giusto?»
In quel momento la vedetta di prua gridò: «Whitebridge! Whitebridge in vista.»
Per un poco, incapace di credere che Mat dicesse con tanta indifferenza una frase del genere, Rand fissò negli occhi l’amico, fra il trambusto di marinai che si preparavano ad attraccare. Mat, ingobbito, lo guardò in cagnesco. Rand avrebbe voluto dirgli un mucchio di cose, ma non riusciva a trovare le parole. Dovevano credere che gli altri erano ancora vivi. “Perché?" gli mormorò una vocina. “In modo che ci sia il lieto fine come nelle storie di Thom? Gli eroi trovano il tesoro, sconfiggono il cattivo e vivono felici e contenti? Ma anche alcune delle sue storie finiscono male. A volte anche gli eroi muoiono. Sei un eroe, Rand al’Thor? Sei un eroe, pastore?"