L'Occhio del Mondo
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #1
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L'Occhio del Mondo». Краткое содержание книги:
Cercò di non pensare ai lupi, ma loro s’insinuavano ugualmente nei suoi pensieri. Da quando aveva incontrato Elyas, non aveva più sognato Ba’alzamon. I sogni, per quel che ricordava al risveglio, riguardavano cose di tutti i giorni, come quelli fatti a casa... prima di Baerlon... prima della Notte d’Inverno. Sogni normali... con un’aggiunta. In ogni sogno c’era un momento in cui si rialzava dal lavoro alla fucina di mastro Luhhan per asciugarsi il viso sudato, o abbandonava il ballo con le ragazze del villaggio nel Parco, o sollevava lo sguardo da un libro che leggeva davanti al camino e, fosse all’aperto o sotto un tetto, aveva vicino un lupo. E sempre il lupo gli girava la schiena e lui sapeva... nei sogni sembrava una cosa normalissima, anche al tavolo da cucina di Alsbet Luhhan... che gli occhi gialli del lupo guardavano quel che poteva giungere, che il lupo lo proteggeva da quel che poteva giungere. Solo da sveglio quei sogni gli parevano bizzarri.
Viaggiarono per tre giorni: Dapple, Hopper e Wind portavano conigli e scoiattoli, Elyas indicava le piante commestibili, poche delle quali erano note a Perrin. Una volta un coniglio balzò via quasi da sotto gli zoccoli di Bela; prima che Perrin usasse la fionda, Elyas lo aveva trafitto con il suo coltellaccio, a venti passi di distanza. Un’altra volta Elyas abbatté con l’arco un grasso fagiano in volo. Mangiavano molto meglio di quando erano da soli, ma Perrin avrebbe preferito tornare alle scarse razioni, in cambio di una compagnia diversa. Era incerto su come la pensasse Egwene, ma avrebbe sofferto volentieri la fame, se avesse potuto fare a meno dei lupi.
Il pomeriggio del terzo giorno videro più avanti un folto d’alberi, più esteso dei precedenti, circa quattro miglia. Il sole, basso nel cielo di ponente, spingeva ombre in diagonale alla loro destra e il vento cresceva d’intensità. Perrin intuì che i lupi abbandonavano la posizione alle loro spalle e passavano all’avanguardia, ma senza fretta. Non avevano fiutato pericoli. Egwene faceva il turno in groppa a Bela. Era il momento di trovare il posto dove accamparsi per la notte e il boschetto sarebbe andato benissimo.
Mentre si avvicinavano al bosco, dagli alberi sbucarono tre mastini, dal muso largo, alti quanto i lupi e anche più pesanti, che snudarono i denti in latrati forti e rumorosi. Si fermarono al limitare del bosco, ma distavano solo una trentina di passi; avevano negli occhi una luce omicida.
Bela, già nervosa per la presenza dei lupi, nitrì e rischiò di disarcionare Egwene; Perrin già roteava la fionda. Inutile usare l’ascia contro dei cani: una pietra nelle costole faceva scappare anche il più feroce.
Senza staccare lo sguardo dai cani, Elyas lo trattenne. «Fermo! Non è necessario!»
Perplesso, Perrin abbassò la fionda. Egwene riuscì a calmare Bela, ma tutt’e due guardarono con diffidenza i cani.
I mastini avevano il pelo ritto e le orecchie appiattite; il loro ringhio pareva rombo di terremoto. A un tratto Elyas alzò un dito ed emise un fischio prolungato e stridulo che divenne sempre più alto. I latrati cessarono di colpo. I cani indietreggiarono tra i guaiti e girarono la testa, come se volessero fuggire, ma fossero trattenuti. Non staccarono lo sguardo dal dito di Elyas.
Lentamente Elyas abbassò la mano e con essa calò il tono del fischio. Anche i cani si abbassarono, fino a stare distesi per terra, con la lingua penzoloni. Tutt’e tre scodinzolarono.
«Come vedi» disse Elyas, accostandosi ai cani «non c’è bisogno d’armi.» I mastini gli leccarono la mano e lui diede loro una grattatina dietro le orecchie. «Sembrano più feroci di quanto non siano. Volevano spaventarci e mandarci via: non ci avrebbero assalito, se non entravamo tra gli alberi. Comunque, ora non c’è più motivo di preoccuparci. Possiamo raggiungere il boschetto seguente, prima che sia buio fitto.»
Egwene era rimasta a bocca aperta, come Perrin, del resto.
Continuando ad accarezzare i cani, Elyas esaminò il boschetto. «Ci sono Tuatha’an, lì. I Girovaghi.» I due lo fissarono senza capire, e lui aggiunse: «Calderai.»
«Calderai?» esclamò Perrin. «Ho sempre desiderato vedere i Calderai. A volte si accampano a Taren Ferry, al di là del fiume, ma non vengono nei Fiumi Gemelli, per quanto ne so. Chissà perché.»
«Probabilmente perché quelli di Taren Ferry sono ladroni quanto i Calderai» sbuffò Egwene. «Senza dubbio finiscono per derubarsi l’un l’alto. Mastro Elyas, se ci sono davvero Calderai nelle vicinanze, è saggio continuare? Non vogliamo che ci rubino Bela e... be’, non possediamo molto, ma tutti sanno che i Calderai rubano qualsiasi cosa.»
«Compresi i neonati?» disse Elyas, ironico. Sputò per terra e lei arrossì: aveva udito storie di bambini rapiti, ma in genere a raccontarle era Cenn Buie oppure uno dei Coplin o dei Congar. «A volte i Calderai mi fanno venire la nausea, ma rubano non più di molti e assai meno di alcuni che conosco.»
«Presto sarà buio, Elyas» disse Perrin. «Perché non ci accampiamo con loro, se ci accolgono?» Comare Luhhan aveva una pentola aggiustata dai Calderai e diceva sempre che era meglio di una nuova. Mastro Luhhan non era contento che sua moglie apprezzasse il lavoro dei Calderai e Perrin voleva vedere come lavoravano. Ma notò in Elyas una riluttanza che non riusciva a spiegarsi. «C’è qualche motivo per stare lontano da loro?»
Elyas scosse la testa, ancora riluttante. «Possiamo accamparci con loro. Ma non badate a quel che dicono. Un mucchio di sciocchezze. Di solito i Girovaghi si comportano normalmente, ma a volte attribuiscono grande importanza alle formalità, perciò fate come me. E tenete per voi i vostri segreti. Non occorre raccontare tutto a tutti.»
Elyas li guidò nel bosco e i cani li seguirono scodinzolando. Perrin sentì che i lupi rallentavano e capì che non sarebbero entrati nel bosco. Non avevano paura dei cani: li disprezzavano, perché avevano rinunciato alla libertà per dormire accanto al fuoco; però evitavano le persone.
Elyas procedette con sicurezza, come se conoscesse la strada; quasi al centro del bosco comparvero i carrozzoni dei Calderai, sparpagliati fra querce e frassini.
Come tutti a Emond’s Field, Perrin aveva sentito un mucchio di storie riguardanti i Calderai, anche se non ne aveva mai visto uno. Il loro campo era proprio come se l’aspettava. I carrozzoni erano piccole case su ruote, di legno laccato, dipinti a colori vivaci, rosso e blu, giallo e verde, e alcune tinte cui non sapeva dare il nome. I Calderai erano intenti nei tipici lavori d’ogni giorno: cucinavano, cucivano, badavano ai bambini, riparavano finimenti; ma i loro vestiti erano ancora più colorati dei carrozzoni e sembravano accostati a caso: a volte giubba e brache, a volte sottane e scialle, in un assortimento da far male agli occhi. Parevano farfalle in un campo di fiori selvatici.
Quattro o cinque, in punti diversi del campo, suonavano violini e flauti; alcuni ballavano, simili a colibrì dai colori dell’arcobaleno. Bambini e cani correvano per gioco intorno ai fuochi. I cani erano mastini come i tre al limitare del bosco, ma i bambini tiravano loro orecchie e coda e montavano a cavalluccio e i cani li lasciavano fare tranquillamente. I tre accanto a Elyas, lingua penzoloni, alzarono il muso a guardarlo come se fosse il loro migliore amico. Perrin scosse la testa. Erano abbastanza grossi da arrivare alla gola d’una persona alzando appena da terra le zampe anteriori.