Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
— Già. Sono un branco di maledetti bambini!
— Sei fuori da… da quanto? Due mesi?
— Appunto. Tuttavia…
— Ci vuole un po' per capire da dove nasca l'odio. Cerca soltanto d'ignorare il peggio, giraci intorno.
— Sono convinto che Malcolm stia cercando di prendere tempo.
— Lo fa spesso. Che altro gli rimane, per negoziare? Ma intendi dire che stavolta lo fa seriamente?
— Credo di sì. Ho controllato gli alloggiamenti degli sgomitatori, che si suppone abbiano terminato tre mesi fa, giù al polo Sud di Halley. Sembra che siano stati montati alla maniera giusta. Ma ho tolto alcune delle cappottature. All'interno mancano dei collegamenti, alcuni dei serbatoi non sono al loro posto… sì, è un casino.
— È sicuro che sia colpa di Malcolm?
— Credo che stiano sabotando gli alloggiamenti.
— Hanno spaccato niente?
— No, hanno soltanto smontato alcune cose.
— Furbi. Qualunque danno ovvio, e ci saremmo messi a ululare. In questa maniera avresti potuto benissimo accusare Malcolm in faccia, di scansare il lavoro.
Andy arrossì: — Be'… a dire il vero, è proprio quello che ho fatto.
Una pausa. — Oh?
— Io… So che prima avrei dovuto chiamarti, ma… ero così infuriato! Ho chiamato Malcolm e ho cominciato a gridargli… — Andy s'interruppe, imbarazzato.
— E…?
— Mi ha riappeso in faccia prima che fossi riuscito a dire tre frasi.
— Allora è probabile che pensi di aver qualcosa di cui lamentarsi anche con noi. — Non apparire troppo distratto, disinteressato si ricordò Carl. Non rivelare ad Andy quello che sai… che, semplicemente, non c'è proprio nessuna maniera in cui possiamo realizzare in tempo gli sgomitoacceleratori.
E proseguì: — Chi ha più da guadagnare, se tu e Malcolm vi prendete per la gola?
— Diavolo, quasi nessuno, mi pare.
— Non c'è bisogno che siano in tanti.
— Be'… oh, sì, Quiverian. È quello che continua a vomitare tutta la merda archista. Pensi che sia lui che sta cercando di rallentare il lavoro per la sgomitata?
— Quadra. Gli archisti più estremisti non vogliono nessuna possibilità che del materiale cometario arrivi in prossimità della Terra. Nessuna orbita abbastanza vicina da poter realizzare un buon rendez-vous, niente del tutto. Tutto quello che conta, per loro, è conservare la biosfera della Terra. Non gl'importa quello che può succedere a noi.
— Ma ci sono ancora delle possibilità che non presentano nessun rischio concepibile per la Terra. Con la sgomitata possiamo ottenere un periodo orbitale più breve, impacchettare tutti dentro i colombari…
— Sperando che un decennio o due in più faccia rinsavire tutti sulla Terra?
L'espressione di Andy era così aperta che leggerla era quasi doloroso. — È… Dobbiamo avere una speranza, no?
— Certamente — rispose Carl, cercando d'infondere nella voce un sincero ottimismo. — Sicuro.
Andy contrasse le labbra, assorto nei suoi sogni. Forse non è uno stupido ottimismo pensò Carl. Forse ci verrà concessa una tregua. Mi sto stancando di desiderare.
Pensò di mostrare ad Andy la poesia, ma poi decise di lasciar perdere. Andy avrebbe potuto benissimo trovare sconvolgente quella mistura di bile e di umorismo da patibolo. Che prima si marinasse per un anno o giù di lì.
E chi può saperlo? Forse qualche archeologo potrebbe trovare quella poesia e proclamarla la più grande opera della nostra triste e sfortunata spedizione. Potrebbero inciderla su una targa e affiggerla accanto al portello esterno principale, per etichettare il montagnoso museo di ghiaccio che sfrecciava nel loro cielo, contrassegnando una grande idea fallita. Con noi che nuotiamo in permanenza nei melmosi fluidi dei nostri colombari, come oggetti principali della mostra.
Non era un'idea assurda.
VIRGINIA
— Uh? Hai detto qualcosa, Virginia?
La voce di Jeffers crepitò nel suo comunicatore, mentre lei si concentrava per guidare i suoi due riluttanti mech sopra una montagnola di ghiaccio, allo stesso tempo. Era sempre un esercizio delicato, perché quelle grosse macchine avevano sempre abbastanza forza da rimbalzare via completamente da quella superficie cosparsa di detriti. Quei modelli da riparazione non avevano dei propulsori a bordo per riportarli indietro nel caso di un calcolo errato.
— Uhm, non badarci, Jeff. È soltanto JonVon che recita di nuovo. Non appena avremo finito con questo progetto gli darò una bella purgata alla memoria.
— Pare che abbia acquisito un po' della tua mano di scribacchina. Se ha continuato a scrivere poesie per trent'anni, potrebbe darti delle belle soddisfazioni, figliola.
Jeffries pareva divertito, e Virginia scoppiò a ridere. Ma dentro di sé cominciava ad essere preoccupata. C'era qualcosa che non andava con la sua controparte, il computer bio-organico. In alcune specializzazioni JonVon pareva più sottile, più capace, di quant'era quando lei era stata colombarizzata, decenni prima: un risultato del tutto naturale, visto che lei l'aveva programmato in modo che migliorasse in maniera lenta ma costante. Ma per altri aspetti la macchina/programma si comportava adesso in maniera erratica, incerta, spontanea, esplodendo in quelle eruzioni che parevano irrilevanti, non rintracciabili.
Campi di neve cosparsi di spazzatura si stendevano verso la fila di agrocupole intorno all'ingresso del Pozzo Uno. Giganteschi specchi erano appesi a torri di ghiaccio simili a tralicci che si ergevano lì accanto, i quali concentravano la lontana favilla del sole per trasformare quelle cupole in vampe risplendenti sullo sfondo del ghiaccio granuloso.
Sotto le cupole di vetro, delle masse verdi ondeggiavano lentamente per effetto delle brezze artificiali. Pochi lavoratori si muovevano languidamente fra le piante, accudendo a quello che era il pane della colonia. Da quando si era svegliata dal sonno del colombario aveva avuto poco tempo per apprendere le procedure idroponiche che erano state messe a punto a colpi di successi e d'insuccessi nell'arco di quei lunghi decenni. Ma vedeva già che la procedura poteva fare ampio uso di automatismi.
I suoi mech arrivarono dove la figura in tuta spaziale di Jeffers la stava aspettando in piedi accanto ad una figura di cristallo rovesciata. Le schegge del ghiaccio simile a vetro erano sparpagliate dappertutto.
Virginia dette in un rantolo. — È terribile! Chi ha distrutto la scultura di Jim Vidor?
La statua era stata dedicata al capitano Cruz e al sogno che tanti membri della spedizione avevano condiviso. Aveva raffigurato un essere umano in tuta spaziale, logoro e stanco, ma perseverante, il quale porgeva dei doni lucenti al suo ritorno su un globo azzurro, la Terra.
Virginia ricordava quanto Jim Vidor ne fosse orgoglioso, subito prima della sua colombarizzazione, tanto tempo fa. Era stata un'opera molto bella, lavorata con sei differenti sfumature di ghiaccio, disegnato nella materia nativa. Ma adesso lo spaziale scolpito giaceva sbriciolato sul fianco, e il globo azzurro era schiacciato.
In profondità, sotto la superficie, nel suo laboratorio, Virginia divenne tesa nella sua ragnatela, mentre fissava quell'atto vandalico attraverso gli occhi del mech. — Chi…?
La voce di Jeffers suonò tesa. — Non so. Immagino che siano stati alcuni degli Uber di Sergeov.