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READ-E-BOOK » Космическая фантастика » Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
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Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]

Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:

Ogni 76 anni ritorna uno dei più affascinanti e misteriosi visitatori che l’umanità ricordi: la Cometa di Halley. Il suo passaggio più recente è ancora fresco nella memoria, ma questo straordinario romanzo ci parla del prossimo appuntamento, e della spedizione di un gruppo di scienziati su Halley, non solo per scoprirne i misteri, ma per trasformarla in un luogo adatto alla vita. Tra meraviglie tecnologiche e sforzi sovrumani di adattamento, i segreti sepolti nel cuore della cometa (tutt’altro che priva di forme di vita) trasformano un immane progetto di colonizzazione in una spietata lotta per la sopravvivenza. Tuttavia, le minacce non vengono solo da un ambiente irriducibile, ma anche dagli stessi membri della spedizione, un complesso microcosmo che riproduce tensioni, conflitti e pregiudizi che hanno portato la Terra sull’orlo della catastrofe; ma soprattutto c’è il drammatico confronto tra due “forme” umane, quella naturale degli Orthos, e quella manipolata geneticamente dei Perceli. Uno sfondo da cui emergono tre grandi protagonisti, dai quali dipende il futuro della missione: Carl Osborn, Saul Lintz e, soprattutto, Virginia Kaninamanu Herbert, impegnata ad esplorare le frontiere fra l’intelligenza umana e quella artificiale. E il lungo viaggio della cometa nelle profondità dello spazio procede fra eventi memorabili e tremende avversità, in un alternarsi di trionfi e delusioni. Esperienze però che ogni volta lasciano appena intuire le incredibili prospettive che ancora attendono la colonia di Halley. Un grandioso affresco, che ha pochi eguali per ricchezza d’idee ed efficacia narrativa, dove si ritrovano tutti i più grandi temi della fantascienza.
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— Ma perché?

Lo spaziale scrollò le spalle. — Cruz era un ortho.

Questa a lui pareva una spiegazione più che sufficiente. Virginia sentì la pelle che le s'imporporava, vergognosa in quel momento di essere una percell.

— Jim l'ha mai visto?

— Noo. Matsudo l'ha tirato fuori nel 2079 o giù di lì, e i cianuti di Lintz hanno sistemato la sua prima malattia. Ma poi hanno dovuto di nuovo colombarizzarlo un anno più tardi per un'infezione del sangue davvero brutta. Immagino che in un certo senso sia un bene, se è per questo. Non ha mai visto quanto sono peggiorate le cose da allora. Jim era un ortho, ma mi piaceva molto.

— Già — replicò Virginia, incapace di pensare a qualcos'altro da dire. Fece girare i suoi mech intorno al monumento infranto, per raggiungere Jeffers. — Su, vieni, vediamo se riusciamo a fare uno o due miracoli.

— Giusto, graziosa signora hawaiana. — Jeffers sollevò un braccio e tirò via da una rastrelliera trasportata da uno dei mech parecchie buste sottili. — Il Cimitero degli Elefanti è da questa parte.

Aggirarono un poggio roccioso e Virginia esalò un sospiro. Nessun puro dato statistico avrebbe potuto prepararla alla scena che adesso si stendeva davanti a lei. Macchine, disposte fila dopo fila, in ranghi ordinati che si stendevano fin quasi all'orizzonte ricurvo, tutte pietrificate, immobili, bloccate in una rigidità fatta d'inutilità e disperazione.

— Da dove cominciamo? — chiese sgomenta.

Jeffers batté le mani guantate e si sollevò di un paio di metri dal ghiaccio, in preda com'era a un'intensa eccitazione nervosa.

— Chi se ne frega! Per tre anni ho smanettato con l'hardware, affannandomi nell'auto-fabbrica, provando dei prototipi di ricambio. Ma ho continuare a incappare in intoppi del software, blocchi alle ROM, clape che non riuscivo a glokkare! Frustravano ogni mio tentativo.

Atterrò rivolto ai mech di Virginia.

— Ma adesso, in sole due settimane, hai risolto cose che mi avevano fatto arenare in pieno!

Uno dei mech sollevò una mano meccanica, mimando con precisione il gesto di Virginia giù dentro il suo laboratorio in penombra. — Aspetta un momento, Jeff. Ho detto che questo era soltanto un primo assaggio. Nessuna promessa…

Ma l'uomo si era già propulso sopra un ripar-bot fusiforme, una macchina sofisticata simile ad un androide, concepita per la manutenzione di altri congegni, ma adesso bloccata in un'inutile rigidità.

Virginia osservò nervosamente lo spaziale che stava vagliando le buste, ne sceglieva una, la lacerava e ne tirava fuori una scheggia scintillante. Aprì un pannello di accesso, e infilò il cristallo riprogrammato nel retro della macchina.

— Alzati! — comandò, arretrando ed agitando teatralmente le mani. Virginia trattenne il fiato. Per un istante parve che lo strato di ghiaccio che ricopriva il rigido mech l'avrebbe costretto all'immobilità. Una parte di lei si chiese: Può una statua animarsi?

Ma poi il ghiaccio si screpolò, dissolvendosi in minuscoli sbuffi, con silenziose esplosioni a mano a mano che il ghiaccio amorfo cambiava il proprio stato trasformandosi direttamente in gas. Ondeggiando, la macchina si dispiegò. Con movimenti legati, simili a quelli delle zampe di una mantide, si rizzò e si voltò verso Jeffers. Con le cellule degli occhi che luccicavano, tese un lungo braccio, robusto abbastanza da spezzare un uomo in due. Una mano dalle molte dita si aprì come un fiore in boccio.

Jeffers mise il mucchio di buste in quella stretta efficiente e sicura.

— Questa mattina si risvegliano gli eserciti dei morti! — scoppiò a ridere Jeffers. — Su, vieni, faccia d'angelo. Abbiamo un pesante lavoro di resurrezione da fare!

Virginia perdonò all'uomo quella veniale empietà. La sua eccitazione era contagiosa, quasi quanto le micidiali malattie e la mancanza di manodopera, quel graduale declino della forza dei mech della colonia aveva contribuito alla diffusa atmosfera di disperazione, l'impossibilità di concludere qualcosa di reale.

Oh, non farà molta differenza, qualsiasi cosa riusciremo a combinare qua fuori. Niente può sostituire gli esseri umani mancanti.

Ma potremmo riuscire a rendere un po' più comoda la vita di qui.

Jeffers, lì sul ghiaccio, pareva un'ape operosa, balzando in continuità dal fuco al roboide, al waldo-mech. Virginia non si faceva nessuna illusione; tuttavia cominciò a stupirsi e a diventare più speranzosa a mano a mano che si spostavano lungo le file silenziose di quel cimitero, sostituendo le «schegge» dei programmi, lubrificando, dando energia.

Era eccitante osservare la scena. Quelle macchine morte da tempo, congelate e irrigidite da anni, fremevano e si risollevavano. Altre si spostavano su ruote uncinate, oppure si libravano in aria una volta liberate dai loro ancoraggi. I canali dei dati ticchettavano, bippavano, pigolavano, esprimendosi nel bene ordinato codice dei computer.

I loro sforzi cominciarono a moltiplicarsi, a mano a mano che i ripar-robot riprogrammati si mettevano a lavorare in proprio, occupandosi di intere file di mech disattivati. Quello che era stato un piccolo nucleo di attività, si diffuse verso l'esterno come le increspature sulla superficie di uno stagno scongelato dalla primavera.

Mentre la polvere veniva scrollata via da quelle macchine da lungo tempo quiescenti, le loro cuffie trasmettevano voci di meraviglia e di crescente meraviglia provenienti dalle agrocupole. Cominciò a raccogliersi una piccola folla che fissava quello che fino a poco tempo prima era stato un esercito silenzioso e pietrificato. I portelli si aprirono, e delle figure in tuta spaziale si riversarono sulla nave per contemplare quella turbinante moltitudine meccanica. Jeffers gridò quando un gigantesco mech da sollevamento si levò in volo sbuffando una scarica d'idrogeno ionizzato per rimanere sospeso lì accanto, con le sue luci di posizione verdi e azzurre che scintillavano. Le ombre si allargarono davanti a loro quando il grande mech si spostò per andarsi ad ancorare accanto al deposito di rifornimenti da lungo tempo inutilizzato.

Il sistema di monitoraggio del canale delle cuffie intervenne per smorzare un sovraccarico di evviva che si erano levati dagli astanti.

Un numero sempre maggiore d'individui era uscito in mezzo al ghiaccio, indossando tute spaziali che non erano più state utilizzate da molti anni, con cotte un tempo bianche ma adesso logorate dal tempo. Qualcuno si scordò la prudenza, mettendosi a saltare per l'eccitazione, e finendo per descrivere lunghi archi in aria della durata di molti minuti mentre gli altri acclamavano felici.

Virginia scoppiò a ridere. Il polo Nord di Halley era diventato un festivaclass="underline" gli umani che andavano a sbattere contro i mech, i quali deviavano dal loro cammino senza lamentarsi per evitare collisioni più violente. I percell piroettavano insieme agli ortho. Gli spaziali parlavano con gli archisti, tutti in preda ad una grande eccitazione. Qualcuno immise della musica nel Canale D, e quella bizzarra danza aggrovigliata a gravità quasi zero riempì il cielo.

Non ci vuole molto… soltanto una notiziola buona.

Da una agrocupola una dozzina di bambini magrissimi fissava la scena… qualcuno con la mascella spalancata e a stento capace di vedere, ma c'erano dei bambini che battevano le loro piccole mani e tiravano gli adulti lì accanto, indicando tutti eccitati quei chiassosi festeggiamenti.

Una figura comparve accanto al mech di Virginia e allungò la mano per tirare il braccio della macchina. Virginia avvertì quella sensazione al proprio gomito e abbassò lo sguardo.

— Oh, ciao, Carl! — Si sentiva come una bambina, ed era bello vederlo sorridere di nuovo, sotto la visiera lucida della sua tuta insudiciata. — Come hai fatto a sapere quale dei mech ero io?

— Osborn a Herbert, canale AF. Come facevo a saperlo, Virginia? È stato facile. Mi è stato sufficiente guardare come camminava ciascun mech, e ho scelto quello dai movimenti più sensuali.

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