Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
— Per lo meno altri trenta ortho si sono uniti a loro dopo l'assassinio di Malcolm — borbottò Carl, senza forse rendersi conto che Virginia poteva captare le sue parole attraverso le vibrazioni del ghiaccio. — Non abbiamo nessun modo di sapere chi l'abbia fatto, ma posso dirti chi ne ha tratto vantaggio.
Jeffers annuì.
— Vorrei proprio sapere — disse, — come Quiverian c'è riuscito.
Si azzittirono, mentre la carovana passava davanti a loro.
Sull'altro lato di Virginia, Saul stringeva i cuscinetti tattili del suo mech, dando ad essi un'ulteriore stretta di tanto in tanto. Virginia lo sentiva nelle profondità del sottosuolo, distesa nella sua ragnatela.
Un gruppo di tre forme in tuta spaziale si staccò dalla colonna degli emigranti e, fluttuando rasente il suolo, risalì il pendio in direzione di Carl. La figura in testa ostentava sulla cotta lo spruzzo dorato dell'Arco del Sole Vivente. Joao Quiverian parlò al canale e nel codice concordati.
— Ci aspettiamo di ricevere la nostra parte di vegetali dalle cupole idroponiche, e di avere la nostra quota pro capite dalla pila a fusione.
Carl scrollò le spalle. — Se lavorerete ai propulsori dello sgomitatore, come avete promesso, non abbiamo nessuna ragione di negarvi i vostri diritti. Procedete pure e andate a vivere al polo Sud, se l'essere vicini a noi vi fa sentire immondi.
Era ovvio che Carl si sentiva parecchio sollevato dall'idea di avere i fanatici di Quiverian fuori dai piedi.
— Immondi e in pericolo. — Quiverian annuì come se gli fosse completamente sfuggito il sarcasmo di Carl. — Potremo lavorare meglio agli sgomitatori dal momento che devono comunque venir situati al polo Sud. Tutto quello che esigiamo è che ci vengano forniti materiali e rifornimenti, e di essere lasciati soli.
— Le mie squadre conservano il controllo dei propulsori veri e propri — insistette Jeffers. Quiverian si limitò a scrollare le spalle.
— Basterà che non entriate a casa nostra.
Virginia ebbe modo di studiare l'umore di tutti i partecipanti. Nessuno di loro pensa che tutto questo abbia davvero importanza, altrimenti sbraiterebbero molto di più.
Jeffers scrollò le spalle. — Siamo tutti i benvenuti ad arredare le nostre tombe come megli ci aggrada. — Tutti gli altri parvero concordare con quella cupa valutazione.
Salvo Saul, il quale tutt'a un tratto esplose in una risata abbaiante. Tutti si voltarono a guardarlo.
— Scusatemi. Non fate caso a me — disse, agitando una mano. Ma tutti potevano veder attraverso la sua visiera, che stava lottando per soffocare un ulteriore eccesso d'ilarità.
Carl corrugò la fronte fino a quando l'espressione di Saul non si ridusse a un controllato sorrisetto compiaciuto. Poi si girò di nuovo verso Quiverian. — Andate pure, allora. Andate a sud, in pace.
I tre archisti fecero dietro-front e si allontanarono. A loro volta Carl e Jeffers s'incamminarono verso il vicino portello della galleria.
Saul portò la mano del mech all'altezza della sua visiera e mimo un bacio. — Anch'io devo andare, tesoro. Non aspettarmi alzata.
— Ma… ma… pensavo che saresti sceso adesso. Potremmo passare un po' di tempo insieme. Saul, sei stato via quasi una settimana.
— Oh, suvvia, Virginia. Noi parliamo parecchie volte al giorno.
— Tramite uno dei miei mech! — Il piede di un robot si sollevò dalla neve vicino alla sua gamba. — Non è la stessa cosa!
Lui annuì, sorridendo in maniera irritante.
— Lo so. Sento anch'io la tua mancanza. La sento terribilmente. È soltanto che…
Saul scosse la testa.
— È soltanto che devo verificare qualcosa. È maledettamente troppo importante perché possa aspettare. E non posso ancora parlarne con nessuno… neppure con te… non fino a quando non saprò di sicuro se…
La sua voce rimase sospesa mentre arretrava verso l'ingresso della camera di equilibrio. Virginia conosceva l'espressione sulla sua faccia, quell'espressione remota, scientifica. Saul era già lontano, altrove.
— Fino a quando non saprai cosa? — lei gli chiese. — Cos'è tutta questa storia, Saul?
Lui scrollò le spalle.
— Fino a quando non saprò di sicuro se sono matto… o se sono…
L'ultima parola fu un borbottio, qualcosa detto in una delle lingue straniere di Saul.
— Cosa?
Ma anche adesso lui si limitò a scoccarle un bacio, e subito si girò, procedendo a lunghi passi dentro l'ingresso della galleria.
La parte di lei che era sopra la superficie, collegata ad una macchina di metallo e ceramica, lo seguì con lo sguardo fino a quando il portello non si chiuse, lasciandola lì fuori, nella notte gelida.
In basso, nelle profondità del ghiaccio, il resto di lei era altrettanto al buio.
SAUL
Trovò il luogotenente comandante Osborn su alla Serra 3. Carl era in piedi, davanti ad una finestra delle cupola di quaranta metri. Indossava una tuta spaziale macchiata, rattoppata e priva di cotta. Lo spaziale stringeva un ammaccato casco nel cavo del braccio e guardava fuori in direzione del pianoro di ghiaccio sporco disseminato di spazzatura.
Che casino pensò Saul.
Le tende a brandelli dei depositi, l'albero di ancoraggio spezzato, là dove un tempo era stata legata quella sfortunata nave, la Edmund Halley… Finalmente Saul si rese conto di ciò che lo tormentava più di qualunque altra cosa. Faceva troppo buio lì nella sera.
Sollevò lo sguardo sulle torri, sottili come fili di ragnatela, che sorreggevano uno dei giganteschi specchi concentratori recuperati dalla grande vela solare della chiatta spaziale Delsemme. Due dei cavi di fissaggio si erano spezzati. Un intero quadrante del grande collettore si era afflosciato.
Fuori, in superficie, una figura solitaria frugava a casaccio fra i detriti, presumibilmente alla ricerca di materiale col quale eseguire riparazioni. Pareva non avere nessuna fretta.
All'interno le cose non erano molto migliori. I quattro uomini e le tre donne di quel turno accudivano ai nastri trasportatori che si muovevano lentamente carichi di patate americane irrigate a gocciolamento, liberando dai detriti i binari di plastica e pulendo i getti degli spruzzi nutritivi. Era un servizio d'importanza vitale, ma gli addetti si muovevano senza nessun apparente entusiasmo.
Tre dei mech riprogrammati seguivano i lavoranti, ma nessuno pareva anche lontanamente interessato ad addestrarli nelle nuove procedure idroponiche. I nastri proseguivano la loro marcia; le piante languivano in quella fioca illuminazione.
Saul provò una viva scossa quando riconobbe i sigilli sugli indumenti dei lavoranti: la scala e la stella che simboleggiavano l'Altopiano Tre.
Spaziali! Sono le ultime persone che mi sarei aspettato che gettassero la spugna!
Saul vide l'espressione sulla faccia di Carl Osborn mentre spaziava con lo sguardo su quel campo di ghiaccio. Non puoi biasimarlo se anche lui ha perso ogni speranza pensò Saul. È ostinato. Ed è di una stoffa robusta. Ma tutti hanno un limite.
Ha fatto girare le stesse simulazioni che ho fatto girare io. Sa quello che accadrà se le cose continueranno ad andare avanti in questo modo.
Perfino se tutti ci avessero dato dentro e avessero collaborato, con tutti i mech disponibili, non ci sarebbe stata manodopera neppur lontanamente sufficiente per predisporre in maniera corretta gli sgomitopropulsori, per non parlare di tutti i lavori necessari per impedire che le cose andassero a rotoli. Mi sorprende che faccia anche soltanto la commedia di crederci.