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La corona di spade

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La corona di spade
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Il circuito d’argento si trovava a sud delle alte mura intonacate di bianco della città, e la donna percorse i cento metri di strada che conducevano alla Porta di Modine, un alto arco che dava accesso dentro le mura. Mat cercò di assumere un atteggiamento indifferente e la seguì. L’ingresso alla città era un piccolo corridoio quasi buio, ma il cappello di quella donna era perfettamente visibile fra la folla che lo stava attraversando. Era raro che le persone costrette ad andare a piedi indossassero un copricapo adorno di piume. La donna doveva avere una meta ben precisa. Le piume avanzavano a zigzag attraverso la folla. Non aveva fretta, ma continuava a passo sostenuto.

Ebou Dar risplendeva alla luce del mattino. Palazzi bianchi con colonne dello stesso colore e balconi con le cortine di ferro battuto sorgevano accanto ai negozi intonacati di bianco di tessitori e pescivendoli e alle stalle. Grandi case bianche con le persiane abbassate che nascondevano le finestre arcuate erano affiancate da candide locande con le insegne dipinte che pendevano davanti all’entrata e mercati all’aperto protetti da lunghe tettoie dove pecore, galline, vitelli, oche e anatre facevano un baccano da fattoria, stipati assieme ai loro simili già macellati e appesi per la vendita. Era tutto bianco, che fosse pietra o intonaco, alternati solo da sporadiche bande rosse, blu o dorate sulle cupole tonde e le guglie acuminate circondate dai balconi. C’erano piazze ovunque, sempre affollate, tutte con statue più grandi del normale sistemate su dei piedistalli o fontane zampillanti che servivano solo a enfatizzare il caldo. La città era piena di profughi, mercanti e commercianti di ogni tipo. Non c’era mai un problema che non creasse un profitto per qualcuno. Ciò che la Saldea una volta inviava nell’Arad Doman adesso veniva trasportato a Ebou Dar lungo il fiume, e in città era anche dirottato il commercio tra Amadicia e Tarabon. Tutti si davano da fare per guadagnare una moneta o mille, o anche solo per un boccone da mangiare almeno quel giorno. Si respirava un’aria satura di profumo, polvere e sudore. In qualche modo, il tutto odorava di disperazione.

I canali pieni di chiatte attraversavano tutta la città, sormontati da dozzine di ponti, alcuni così stretti che due persone avrebbero dovuto stringersi una contro l’altra per passare insieme, altri abbastanza larghi da ospitare negozi che si affacciavano sull’acqua. Su uno di questi, Mat si accorse di colpo che le piume bianche si erano fermate. La folla lo oltrepassò da tutti i lati quando lui fece lo stesso. I negozi su quel ponte erano solo dei chioschi di legno, con pesanti persiane fatte di assi di legno che potevano essere abbassate per la chiusura notturna. Adesso erano sollevate, e a esse erano appese le insegne dei negozi. Quello dove si era fermato il cappello di piume mostrava una bilancia d’oro e un martello, il simbolo della gilda degli orafi, ma ovviamente non si trattava di un membro particolarmente prospero. Attraverso un varco momentaneo fra la folla, Mat vide che la dorma si stava voltando indietro, e si girò velocemente a sua volta verso il piccolo chiosco alla sua destra. Sulla parete di fondo c’erano anelli e pietre di tutti i tipi.

«Il mio signore desidera un nuovo anello a sigillo?» Chiese il tizio con il volto da uccello dietro al bancone, inchinandosi e strofinandosi le mani. Magro come una sbarra, non temeva che qualcuno potesse derubarlo. In un angolo angusto, seduto su uno sgabello, c’era un uomo con un occhio solo che avrebbe avuto problemi al alzarsi in piedi in quel cubicolo e teneva un lungo manganello chiodato appoggiato sulle ginocchia. «Posso ricreare qualsiasi disegno, come può vedere il mio signore, e naturalmente ho anelli di tutte le misure.»

«Fammi vedere quello.» Mat indicò a caso; aveva bisogno di un motivo per stare lì in piedi fino a quando la donna non avesse proseguito. Forse era il momento giusto per decidere cos’avrebbe fatto.

«Un bell’esempio dello stile lungo, mio signore, adesso va molto di moda. Oro, ma io lavoro anche l’argento. Credo che la misura sia giusta. Il mio signore vorrebbe forse provarlo? O magari desidera esaminare i dettagli della fine incisione? Il mio signore preferisce oro o argento?»

Mat fece un grugnito sperando che il commerciante lo scambiasse per una risposata a una qualsiasi delle sue domande, poi si infilò l’anello sull’indice della mano sinistra e fece finta di esaminare l’ovale scuro della pietra intagliata. Vide solo che era lungo quanto una falange. A testa bassa, con la coda dell’occhio studiava la donna come meglio poteva fra i varchi che si aprivano fra la folla. L’Amica delle Tenebre tendeva un grande girocollo d’oro verso la luce.

A Ebou Dar c’era la Guardia Civica, anche se non era molto efficiente e si vedeva in strada molto di rado. Se Mat l’avesse denunciata sarebbe stata la sua parola contro quella della donna e, anche se gli avessero creduto, poche monete sarebbero state sufficienti perché la dorma andasse via libera e felice, anche con quell’accusa. La Guardia Civica era molto più economica di un magistrato, ma potevano essere comprati entrambi: a meno che qualcuno potente non stesse assistendo alla trattativa, era sufficiente avere abbastanza denaro.

Un turbinio fra la folla si trasformò di colpo in un Manto Bianco, elmetto conico e lunga cotta di maglia che brillava come fosse argento, un mantello candido come la neve con il sole d’oro raggiato che ondeggiava mentre l’uomo avanzava, sicuro che la folla gli avrebbe lasciato libero il passo, cosa che naturalmente accadde. Erano pochi quelli che avevano voglia di opporsi a un Figlio della Luce, eppure per ogni occhio che si distoglieva da quel volto di pietra, un altro lo guardava con grande approvazione. La donna con il viso affilato non solo lo guardò apertamente, ma gli sorrise. Un’accusa contro di lei forse l’avrebbe mandata in prigione, ma poteva essere la scintilla che avrebbe potuto dare il via a una serie di voci in città sul palazzo di Tarasin pieno di Amici delle Tenebre. I Manti Bianchi erano bravi a fomentare le sommosse e per loro le Aes Sedai erano tutte Amiche delle Tenebre. Quando il Figlio della Luce la oltrepassò, la donna depose il girocollo, con evidente rammarico, e si voltò per allontanarsi.

«Il mio lord è soddisfatto?»

Mat sobbalzò. Aveva dimenticato quell’uomo magro e anche l’anello. «No, non voglio...» aggrottò le sopracciglia e tirò l’anello ancora una volta. Non si mosse di un millimetro!

«Non c’è bisogno di tirare, potresti incrinare la pietra.» Adesso che non era più un potenziale cliente, Mat non era nemmeno più ‘mio signore’. Il commerciante tirò su con il naso e lo tenne d’occhio per paura che cercasse di scappare. «Ho del grasso. Deryl, dov’è la ciotola del grasso?» La guardia batté le palpebre e si grattò la testa come se si stesse chiedendo cosa fosse una ciotola di grasso. Il cappello con le piume bianche era a metà strada verso la fine del ponte.

«Lo prendo» disse Mat nervoso. Non c’era tempo per contrattare. Estrasse una manciata di monete dalla tasca e le lasciò cadere sul bancone, erano quasi tutte d’oro e alcune d’argento. «Bastano?»

Il fabbricante di sigilli sgranò gli occhi. «Un po’ troppo» rispose incerto. Le mani dell’uomo esitarono sulle monete, poi due dita spinsero un paio di centesimi d’argento verso Mat. «Così?»

«Dalle a Deryl» rispose isterico Mat mentre il maledetto anello si sfilava dal dito. Il tizio magro stava rastrellando le monete e ormai era troppo tardi per ritrattare l’acquisto. Mat si chiese quanto lo aveva pagato in più. Infilò l’anello in tasca e si affrettò a inseguire l’Amica delle Tenebre. Il cappello non era più in vista.

Il ponte era decorato da una coppia di statue gemelle, grandi donne di marmo chiaro, ognuna con un seno scoperto e una mano alzata a indicare verso il cielo. A Ebou Dar un seno scoperto era simbolo di sincerità e onestà. Mat ignorò le occhiate della folla e si arrampicò su una delle statue, mantenendosi in equilibrio con un braccio intorno alla vita della grossa donna di marmo. Il canale era fiancheggiato da una strada che più avanti si biforcava in altre due, tutte piene di gente e carri, portantine, calessi e carrozze. Qualcuno gridò con voce rauca, qualcosa sulle donne vere che erano più calde, e diverse persone fra la folla risero. Le piume bianche spuntarono da dietro una carrozza laccata di blu, nella strada a sinistra.

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