La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
«Questo significa che io posso iniziare a parlare con te, se la Luce lo vuole» disse Dorile din Eiran ad Aviendha. «Ho letto degli Aiel. Spiegami una cosa, se vuoi: visto che una donna aiel deve uccidere un uomo ogni giorno, come possono rimanere degli uomini fra voi?»
Aviendha fece del suo meglio per non fissarla. Come faceva a credere a una tale sciocchezza?
«Quando hai vissuto fra di noi?» chiese Malin din Toral mentre sorseggiava la sua bevanda. Birgitte si ritrasse come se volesse arrampicarsi sullo schienale della sedia.
Dall’altro lato del tavolo, la voce di Nesta din Reas si alzò per un momento, «...dovrete venire da me, non io da voi. È la base del nostro accordo, anche se siete Aes Sedai.»
Baroc entrò nella stanza e si fermò fra Aviendha e Birgitte. «A quanto pare, i vostri barcaioli terricoli sono andati via non appena siete scese sotto coperta, ma non temete: Il corridore dei venti ha delle scialuppe per riportarvi a terra.» Proseguì a camminare nella cabina e si accomodò su una sedia accanto a Elayne e Nynaeve, unendosi alla conversazione. Prima, quando una delle due parlava, l’altra poteva osservare senza essere notata. Avevano perso un vantaggio, uno di cui avevano bisogno. «Ovviamente l’accordo deve rispettare i nostri termini» disse l’uomo con tono di voce incredulo, come se per lui la cosa fosse fin troppo scontata, mentre la Maestra della Nave studiava Elayne e Nynaeve come se fossero due capre che intendeva sacrificare per un banchetto. Il sorriso di Baroc era quasi paterno. «Il richiedente deve pagare il prezzo più alto.»
«Ma devi aver vissuto fra noi per conoscere quei giuramenti tanto antichi» insisteva intanto Malin din Toral.
«Ti senti bene, Aviendha?» chiese Dorile din Eiran. «Il movimento di una nave talvolta dà fastidio ai terricoli... No? E le mie domande non ti hanno offesa? Allora, dimmi: davvero le dorme Aiel legano un uomo prima di... voglio dire, quando voi e lui... quando voi...» Arrossì e chiese il resto sorridendo debolmente. «Ci sono altre donne aiel forti come te nel Potere?»
Aviendha era davvero impallidita, ma non per le stupide chiacchiere della Cercavento, e nemmeno perché si era accorta che Birgitte era pronta a fuggire, se fosse riuscita a sbloccare il bracciolo della sedia. Il motivo non era neppure il fatto che Nynaeve ed Elayne stavano evidentemente scoprendo di essere due ragazzine a una fiera nelle mani di commercianti esperti. Tutte avrebbero dato la colpa a lei, e a ragione. Era stata Aviendha a dire che, dal momento che non potevano riportare il ter’angreal da Egwene e le altre Aes Sedai una volta ritrovato, tanto valeva assicurarsi l’aiuto di queste donne del Popolo del Mare di cui parlavano tanto. Non potevano perdere tempo aspettando che Egwene al’Vere dicesse loro che finalmente potevano tornare. E così avrebbero dato la colpa a lei, e Aviendha avrebbe dovuto ottemperare al suo toh. Ma non era impallidita per quello. Stava pensando alle scialuppe che aveva visto sul ponte, sistemate una sopra all’altra. Barche senza alcun riparo a bordo. Avrebbero dato la colpa a lei, ma qualsiasi debito avesse così contratto, l’avrebbe ripagato mille volte con la vergogna se doveva percorrere dodici o tredici chilometri d’acqua su una barca aperta.
«Hai un secchio?» chiese debolmente alla Cercavento.
14
Piume Bianche
Il circuito d’argento a prima vista sembrava un nome non adatto per quel posto, ma a Ebou Dar avevano un debole per i nomi altisonanti, e talvolta pareva che meno si addicessero al luogo in questione meglio era. La peggiore taverna che Mat avesse visto in città, che puzzava di pesce marcio, si chiamava La gloria della regina nel suo splendore, mentre La corona d’oro del paradiso era un buco sulla riva del fiume dal lato del Rahad, con solo la porta azzurra a far capire che era una locanda e delle macchie scure a seguito di vecchi duelli di pugnale sul pavimento. Il circuito d’argento era riservato alle corse dei cavalli.
Mat si tolse il cappello per sventolarsi e allentò il fazzoletto nero di seta che portava alla gola per nascondere la cicatrice. L’aria del mattino già tremava per il calore, eppure la folla riempiva i due lunghi rialzi di terra battuta che affiancavano la pista dove i cavalli avrebbero corso. Era la sola attrazione de Il circuito d’argento. Il mormorio delle voci copriva quasi lo stridio dei gabbiani. Non c’era ancora alcuna gara da guardare. Tra la gente, i lavoratori del sale con le vesti bianche della loro gilda e i contadini dai volti scarni fuggiti dai fautori del Drago per rifugiarsi nell’entroterra stavano spalla a spalla con i Tarabonesi cenciosi che portavano i veli trasparenti davanti ai baffi folti, le tessitrici dagli abiti a strisce verticali, gli stampatori con i vestiti a righe orizzontali e i tintori con le braccia macchiate fino ai gomiti. I contadini dell’Amadicia indossavano i loro tristi abiti neri, con le giubbe abbottonate fino al collo, anche se chi le portava sembrava sul punto di sudare a morte, e stavano accanto alle genti del Murandy, che portavano lunghi camici colorati talmente sottili che dovevano essere solo ornamentali; c’era anche un piccolo gruppo di Domanesi dalla pelle ramata, gli uomini con delle giubbe corte, se ne avevano una, le donne con vestiti di lana o lino così sottili da sembrare aderenti come seta. C’erano garzoni, scaricatori e magazzinieri; i conciatori erano un po’ isolati a causa dell’odore che avevano per via del loro lavoro. Tutti tenevano d’occhio i monelli di strada col viso imbrattato, perché avrebbero rubato qualsiasi cosa riuscivano ad arraffare, ma fra i lavoratori girava poco argento.
Tutte queste persone erano ammucchiate in uno spazio delimitato da funi di canapa legate a dei pali. La zona più in basso era riservata a quelli che l’argento invece ce l’avevano, e anche l’oro. I ricchi, la gente elegante e per bene. I servitori compiaciuti versavano vino nei boccali d’argento dei loro padroni, le cameriere leggiadre agitavano ventagli di piume per far vento alle loro padrone, e c’era persino un giullare con il volto dipinto di bianco, che aveva dei campanelli appesi al cappello e alla giubba bianca e nera. Uomini altezzosi avanzavano impettiti con delle spade sottili alla vita, i capelli sfioravano le giubbe di seta gettate sulle spalle e trattenute da catene d’oro o d’argento che passavano fra i risvolti sottili e ricamati. Alcune delle donne avevano i capelli più corti degli uomini e altre più lunghi, acconciati in un’infinità di modi diversi, e portavano cappelli a falde larghe decorati con piume o con delle retine sottili che nascondevano il volto. Quasi tutti gli abiti avevano generose scollature, sia che fossero nella moda locale o in quella delle loro terre di provenienza. Le nobili, che si proteggevano sotto dei parasole colorati, erano piene di anelli e orecchini, collane e braccialetti d’oro, d’avorio e gemme preziose e guardavano tutti dall’alto in basso. Commercianti ricchi e strozzini, con solo un tocco di merletto e forse una spilla o un anello con incastonata una pietra lucida, si inchinavano umilmente o facevano la riverenza ai nobili, che con ogni probabilità dovevano loro delle somme consistenti. A Il circuito d’argento intere fortune cambiavano mano e non solo sotto forma di scommesse. Si diceva che anche la vita e l’onore cambiavano mano, nella zona più in basso.
Dopo essersi rimesso il cappello, Mat alzò una mano e arrivò uno degli allibratori — una donna dal volto tagliente con il naso aquilino — che protese la mano ossuta facendogli un inchino e mormorando il solito: «Come il mio signore desidera scommettere, così io riporto.» L’accento di Ebou Dar era morbido nonostante il modo in cui sembrava mangiare il finale di alcune parole. «Il libro è aperto.» Come la frase rituale, anche il libro aperto ricamato sul petto della veste rossa risaliva ai tempi antichi, quando le scommesse venivano scritte sui registri, ma Mat sospettava di essere il solo fra i presenti a saperlo. Ricordava molte cose che non aveva mai visto, memorie di tempi ormai dimenticati.