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La corona di spade

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La corona di spade
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Annuì dopo aver lanciato un’occhiata alle quotazioni della quinta corsa del mattino, scritta a gesso sulla lavagna che un uomo reggeva dietro la donna con la veste rossa. Vento era solo il terzo favorito, nonostante le sue vittorie. Mat si rivolse al suo compagno: «Punta tutto su Vento, Nalesean.»

Il Tarenese esitò, toccandosi la punta della barba nera untuosa. Aveva il volto imperlato di sudore, eppure teneva la giubba con le ricche maniche a sbuffo a righe blu abbottonata fino al collo, e portava un cappello squadrato di velluto che non teneva affatto lontano il sole. «Tutto, Mat?» chiese sottovoce, per evitare che la donna sentisse. Le poste potevano cambiare in qualsiasi momento, fino a quando non veniva dichiarata la puntata. «Che la mia anima sia folgorata, quel piccolo pezzato sembra veloce, e anche quel castrone marrone chiaro con la criniera d’argento.» Erano i favoriti della giornata, nuovi in città e, come tutte le cose nuove, fonte di grandi aspettative.

Mat non si prese il disturbo di guardare i dieci cavalli della corsa successiva che sfilavano in pista. Li aveva già studiati bene quando aveva messo Olver su Vento. «Tutto. Qualche idiota ha tagliato la coda del pezzato; è già mezzo impazzito per via delle mosche. Il marrone è poderoso, ma l’angolo degli zoccoli non è buono. Forse nelle corse di campagna ha vinto qualcosa, ma oggi arriverà ultimo.» Se ne intendeva di cavalli; suo padre gli aveva insegnato come valutarli e Abell Cauthon aveva l’occhio fino per quegli animali.

«A me sembra più che poderoso» protestò Nalesean, ma non stava più discutendo.

L’allibratrice batté le palpebre guardando Nalesean che, con un sospiro, le passava un sacchetto di denaro dopo l’altro. A un certo punto la donna aprì la bocca per protestare, ma l’Illustrissima e Onorata Gilda degli Allibratori si era sempre vantata di accettare qualsiasi puntata. Scommettevano anche con armatori e mercanti sugli affondamenti delle navi e i cambi dei prezzi; o meglio, la gilda stessa scommetteva, non i singoli allibratori. L’oro venne risposto in una delle casse con le chiusure di ferro trasportate da coppie di uomini con le braccia grosse quanto le gambe di Mat. Le guardie dell’allibratrice, sguardo severo e nasi ammaccati, indossavano vestì di pelle che mostravano braccia anche più grosse e impugnavano manganelli con dei rinforzi di ottone. Un altro dei suoi uomini le passò un contrassegno bianco con riprodotto sopra un pesce azzurro molto dettagliato — ogni allibratore aveva dei sigilli complicati — e la donna riportò la somma, il nome del cavallo e un simbolo che indicava la corsa usando un fine pennello che prese da una scatola laccata trasportata da una graziosa ragazza. Snella, con grandi occhi scuri, la giovane sorrise a Mat. La donna con il volto affilato di sicuro non sorrideva. Si inchinò di nuovo, diede uno schiaffo alla ragazza con fare indifferente e se ne andò sussurrando al portatore, che pulì velocemente la lavagna con un panno. Quando la sollevò di nuovo, Vento era stato inserito nella lista delle quotazioni più basse. Dopo essersi strofinata la guancia furtivamente, la ragazza lanciò un’occhiataccia a Mat come se fosse stato lui a darle lo schiaffo.

«Spero che la tua fortuna ti assista anche stavolta» disse Nalesean, tenendo il contrassegno con cura in attesa che l’inchiostro si asciugasse. Gli allibratori potevano fare difficoltà per un contrassegno con l’inchiostro sbavato, e nessuno era più permaloso degli abitanti di Ebou Dar. «So che non perdi spesso, ma l’ho visto succedere. Che io sia folgorato, l’ho visto. C’è una ragazza che intendo portare al ballo di stasera. Solo una sartina...» era un lord, ma non era cattivo, e certe cose per lui parevano importanti «...ma abbastanza carina da far seccare la bocca. Le piacciono i ciondoli. Quelli dorati. Le piacciono anche i fuochi d’artificio — ho sentito dire che alcuni Illuminatori stanno allestendo uno spettacolo per stanotte, forse ti interessa — ma solo i ciondoli la fanno sorridere. Non sarà amichevole con me se non potrò permettermi di farla sorridere, Mat.»

«La farai sorridere» rispose lui distrattamente. I cavalli ancora camminavano in circolo oltre i paletti di partenza. Olver era seduto orgogliosamente in groppa a Vento, la bocca spalancata in un sorriso che andava da un orecchio a sventola all’altro. Nelle corse di Ebou Dar, tutti i fantini erano ragazzini; alcuni chilometri più verso l’entroterra, usavano le donne. Olver era il più piccolo, anche se il castrone grigio dalle zampe lunghe non aveva bisogno di alcun vantaggio. «La farai ridere fino a quando non potrà più reggersi in piedi.» Nalesean lo guardò serio, ma lui non gli prestò attenzione. L’uomo doveva sapere che l’oro era una delle cose di cui Mat non doveva mai preoccuparsi. Forse non vinceva sempre, ma di sicuro assai spesso. In ogni caso, la sua fortuna non aveva nulla a che vedere con la vittoria di Vento, di questo ne era certo.

L’oro non lo preoccupava, ma Olver sì. Nessuna regola vietava che i ragazzi usassero il frustino fra loro invece che sul cavallo. Finora Vento aveva preso il comando in ogni corsa e l’aveva mantenuto, ma se Olver si fosse fatto male, anche solo un livido, Mat ne avrebbe sentite di tutti i colori. Da comare Anan, la sua locandiera, da Nynaeve o Elayne, da Aviendha o Birgitte. La ragazza che un tempo era una Fanciulla della Lancia e quella strana donna che Elayne aveva scelto come Custode erano le ultime due donne dalle quali si sarebbe aspettato dei sentimenti materni, eppure avevano già provato a spostare a sua insaputa il ragazzo da La donna errante al palazzo di Tarasin. Qualsiasi posto con così tante Aes Sedai non era adatto a Olver, non era adatto a nessuno, ma sarebbe bastato un semplice bozzo sulla fronte perché Setalle Anan, che di solito diceva ad Aviendha e Birgitte che non avevano il diritto di prendere il ragazzo, lo facesse andare via di persona. Olver con ogni probabilità avrebbe pianto fino ad addormentarsi se non gli fosse più stato permesso di cavalcare, ma le donne non capivano certe cose. Per almeno la millesima volta, Mat maledisse il momento in cui Nalesean aveva messo gli occhi su Olver, Vento e le corse. Certo dovevano escogitare un modo per riempire tutte quelle ore, ma avrebbero potuto trovare qualcos’altro. Anche rubare sarebbe stato meglio, agli occhi di quelle donne.

«Ecco il cacciatore di ladri» disse Nalesean, infilandosi il contrassegno nella giubba. Non era contento. «Non è servito a molto, finora. Avremmo fatto meglio a portarci altri cinquanta soldati al posto suo.»

Juilin si fece largo fra la folla, un uomo scuro e rigido che usava come bastone da passeggio una sottile canna di bambù lunga quanto era alto. Portava un cappello a cono rosso nello stile di Tarabon e una giubba semplice, stretta in vita e svasata vicino al bordo degli stivali, consumata e chiaramente non da ricco. Non gli avrebbero dato il permesso di oltrepassare le funi, ma lui si concentrò a studiare i cavalli facendo rimbalzare sul palmo della mano una grossa moneta. Alcune guardie degli allibratori lo guardavano sospettose, ma quella corona d’oro gli valse l’accesso.

«Be’?» chiese Mat amareggiato, sistemandosi il cappello una volta che il cacciatore di ladri l’ebbe raggiunto. «No, lasciami indovinare: sono uscite di nascosto dal palazzo ancora una volta. E nessuno le ha viste allontanarsi. Nessuno ha una maledetta idea di dove possano essere andate.»

Juilin rimise in tasca la moneta con molta calma. Non avrebbe fatto alcuna scommessa; risparmiava ogni centesimo che gli capitava fra le mani. «Hanno preso tutte e quattro una carrozza dal palazzo fino a un imbarco al molo del fiume, dove poi hanno noleggiato una barca. Thom ne ha presa un’altra per seguirle e vedere dove andavano. Direi nessun posto oscuro o sgradevole, visti gli abiti che indossavano, ma è anche vero che i nobili vestono di seta anche per rotolarsi nel fango.» Fece un sorriso malizioso a Nalesean, che incrociò le braccia e fece finta di essere preso dai cavalli. Quel sorriso era solo una serie di denti snudati. Erano entrambi Tarenesi, e a Tear il divario fra nobili e gente comune era profondo: nessuno dei due gradiva la compagnia dell’altro.

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