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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Un’ombra rossa e confusa passò sugli specchi. Rand si girò, cercò di seguirla con lo sguardo; ma in ogni specchio l’ombra sgusciava dietro la sua immagine e spariva. Poi ricomparve, ma non confusa. Ba’alzamon percorse a gran passi gli specchi, diecimila Ba’alzamon che cercavano e attraversavano senza posa gli specchi argentei.

Rand si trovò a fissare l’immagine del proprio viso, livido e tremante. Dietro la sua, comparve l’immagine di Ba’alzamon, che lo fissava senza vederlo. In ogni specchio le fiamme scaturivano dal viso di Ba’alzamon e si alzavano alle spalle di Rand, lo avvolgevano, lo consumavano. Rand voleva gridare, ma aveva la gola di pietra. C’era un unico viso, in quegli specchi infiniti. Il suo. Quello di Ba’alzamon. Un unico viso.

Rand sobbalzò e aprì gli occhi: il buio era interrotto solo da una fioca luce. Respirando appena, mosse solo gli occhi. Avvolto fino al mento in una ruvida coperta di lana, teneva la testa appoggiata sul braccio. Sotto le dita sentiva la superficie liscia di assi di legno. Il ponte di un’imbarcazione. Scricchiolio di sartiame. Rand emise un lungo respiro. Era a bordo della Spray. L’incubo era terminato... per quella notte, almeno.

Senza riflettere, si mise in bocca il dito; sentì il sapore di sangue e smise di respirare. Lentamente accostò al viso la mano e nella fioca luce della luna notò la gocciolina di sangue sulla punta del dito. Sangue provocato da una puntura di spina.

La Spray proseguì lentamente lungo l’Arinelle. Il vento era forte, ma soffiava da una direzione che rendeva inutili le vele. Per quanto il capitano Domon volesse rapidità, la barca procedeva lentamente. Di notte, a luce di lanterna, un uomo a prua gettava lo scandaglio e gridava al timoniere la profondità, mentre la corrente spingeva controvento la barca con i remi tirati a bordo. Nell’Arinelle non c’erano scogli, ma abbondavano secche e banchi di sabbia: una barca poteva incagliarsi con la prua nel fango e restare lì finché non fossero giunti aiuti. Se erano gli aiuti, ad arrivare per primi. Di giorno, i remi erano in azione dall’alba al tramonto, ma il vento si opponeva al loro sforzo come se volesse spingere la barca nell’altra direzione.

Non scesero a riva, né di giorno né di notte. Bayle Domon spingeva duramente barca ed equipaggio, maledicendo il vento contrario e l’andatura lenta. Imprecava contro i rematori e li frustava a parole per ogni manovra mal riuscita, ricordando il rischio di finire sgozzati dai Trolloc. Per due giorni la paura bastò a far scattare tutti. Poi il ricordo dell’attacco dei Trolloc si affievolì e gli uomini cominciarono a brontolare che era giusto scendere a terra almeno un’ora per sgranchirsi le gambe e che era pericoloso navigare di notte.

Erano proteste fatte sottovoce, controllando con la coda dell’occhio che il capitano Domon non fosse a portata d’orecchio, ma lui pareva udire tutto ciò che si diceva sulla sua barca. E allora, senza parlare, tirava fuori la lunga spada dalla lama ricurva e l’ascia uncinata trovate sul ponte dopo l’assalto, e le appendeva per un’ora all’albero maestro; chi aveva riportato ferite si tastava le fasciature e le proteste cessavano... per un paio di giorni, almeno, finché qualcuno non si rimetteva a dire che ormai si erano lasciati alle spalle i Trolloc e il ciclo ricominciava.

Thom, notò Rand, si teneva lontano dagli uomini dell’equipaggio, quando iniziavano a parlottare fra loro e ad accigliarsi, anche se di solito non lesinava manate sulle spalle e storielle e punzecchiature che mettevano il sorriso sulle labbra anche ai lavoratori più accaniti. Osservava con occhio cauto i conciliaboli dell’equipaggio, fingendosi impegnato ad accendere la pipa o ad accordare l’arpa. Rand non capì il motivo di questo comportamento. Gli uomini non sembravano biasimare i tre giunti a bordo con i Trolloc alle calcagna, ma Floran Gelb.

Per i primi due giorni, era possibile vedere Gelb discutere con ogni marinaio che riusciva a prendere da parte e raccontare la propria versione degli avvenimenti di quella notte. Gelb passava dalle sfuriate ai lamenti e viceversa, e mostrava i denti, quando indicava Thom o Mat o soprattutto Rand, cercando di dare a loro tutta la colpa.

«Sono estranei» diceva in tono lamentoso, sottovoce, senza perdere d’occhio il capitano. «Cosa sappiamo, di loro? Che sono arrivati con i Trolloc, nient’altro. Sono in lega con quei mostri.»

«Per la miseria, Gelb, piantala» ringhiò un uomo con il codino e una piccola stella azzurra tatuata sulla guancia. Arrotolava una fune, aiutandosi con le dita dei piedi, e non guardò Gelb. Tutti i marinai erano scalzi, nonostante il freddo: sul ponte bagnato gli stivali scivolavano. «Diresti che tua madre è un Amico delle Tenebre, pur di lavorare meno. Stammi lontano!» Sputò ai piedi di Gelb e tornò a occuparsi della fune.

Tutti ricordavano chi era di guardia, quella notte, e la risposta dell’uomo col codino fu la più educata. Nessuno voleva lavorare con Gelb e quest’ultimo si trovò a svolgere incarichi solitari, tutti spiacevoli, come pulire le pentole o strisciare nella sentina per cercare fessure tra fanghiglia vecchia d’anni. Ben presto smise di parlare con gli altri; ingobbì le spalle, come a proteggersi, e mantenne un silenzio offeso. Ma quando guardava Rand, o Mat o Thom, negli occhi gli passava un lampo omicida.

Rand disse a Mat che presto o tardi Gleb avrebbe provocato guai. Mat si guardò intorno e replicò: «Possiamo fidarci di loro? Anche di uno solo?» Poi andò a cercarsi un posto dove stare da solo, per quanto possibile in una barca che misurava meno di trenta passi dalla prua rialzata alla poppa dove era montato il remo che fungeva da timone. Secondo Rand, Mat trascorreva troppo tempo a rimuginare, dopo quella notte a Shadar Logoth.

«I guai, ragazzo» disse Thom «non verranno da Gelb, se verranno. Nessuno lo sostiene e lui non ha il coraggio di agire da solo. Ma gli altri? Domon sembra quasi convinto che i Trolloc diano la caccia a lui personalmente, ma gli altri cominciano a credere che il pericolo sia passato. Potrebbero decidere d’averne abbastanza. E non credo che ci manchi molto.» Si strinse addosso il mantello e Rand sospettò che controllasse i coltelli nascosti. «Se c’è un ammutinamento, ragazzo, non lasceranno passeggeri che possano raccontarlo. Le Ordinanze della Regina forse non avrebbero forza sufficiente, così lontano da Caemlyn, ma anche un sindaco di villaggio prenderebbe provvedimenti, in questo caso.» Da quel momento anche Rand cercò di non farsi notare, quando osservava l’equipaggio.

Thom fece la sua parte, nel tenere lontano dall’equipaggio l’idea di ammutinamento. Ogni mattina e ogni sera raccontava una delle sue storie e durante la giornata suonava le canzoni che gli chiedevano. Per confermare che Rand e Mat erano apprendisti, ogni giorno dedicava alle lezioni un po’ di tempo, con grande spasso dell’equipaggio. Ovviamente non permetteva ai due ragazzi di toccare l’arpa e le sessioni con il flauto producevano lamenti dolorosi, almeno all’inizio, e risate dei marinai, che si tappavano le orecchie.

Thom insegnò ai due ragazzi alcune semplici storie, qualche facile salto acrobatico e qualche gioco di destrezza. Mat si lamentò delle pretese di Thom, ma il menestrello sbuffò e lo guardò di storto.

«Non so giocare al maestro, ragazzo. O insegno, o non insegno. Allora, anche uno zuccone di campagnolo dovrebbe riuscire a stare ritto sulle mani. Su, in verticale!»

I marinai non impegnati si riunivano sempre a formare un cerchio intorno ai tre. Alcuni provavano perfino a mettere in pratica gli insegnamenti di Thom e ridevano della propria goffaggine. Gelb se ne stava da parte e li guardava, accigliato, odiandoli tutti.

Per buona parte della giornata Rand se ne stava appoggiato al parapetto e fissava la riva. Certo, non si aspettava di veder comparire all’improvviso Egwene o uno degli altri, ma la barca procedeva con tale lentezza che a volte ci sperava. Avrebbero potuto raggiungerla anche senza cavalcare a spron battuto. Se erano sfuggiti ai Trolloc. Se erano vivi.

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