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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Di colpo Burn si rizzò in piedi ed Elyas girò la testa a guardarlo. Dopo un momento anche Dapple si alzò. Si accostò a Elyas, in modo da incrociare anche lei lo sguardo con Burn. Per alcuni minuti rimasero immobili, poi Burn si girò di scatto e scomparve nella notte. Dapple riprese il proprio posto e si distese accanto al fuoco come se niente fosse accaduto.

Elyas notò la curiosità di Perrin. «Dapple è il capo del branco» spiegò. «Alcuni maschi la batterebbero, se la sfidassero; ma lei è la più astuta e il branco lo sa. Più d’una volta ha salvato il branco. Ma Burn ritiene che il branco sprechi tempo con voi. Per lui conta solo l’odio per i Trolloc; e se ce ne sono da queste parti, vuole andare a ucciderli.»

«Abbiamo capito» disse Egwene, con aria di sollievo. «Troveremo da soli la strada... con qualche indicazione, certo, se ce ne darai.»

«Ho detto che Dapple è il capo del branco, no? Domattina verrò a meridione con voi e i lupi ci seguiranno.» A giudicare dalla sua espressione, Egwene non la ritenne di certo la migliore delle notizie.

Perrin rimase in silenzio. Sentiva che Burn si allontanava! E con lui c’era una decina d’altri lupi, tutti maschi giovani. Perrin voleva credere che si trattava solo di un trucco di Elyas, ma non poteva. Un attimo prima che i lupi svanissero dalla sua mente, percepì un pensiero che proveniva da Burn, netto e chiaro come se fosse il proprio. Odio. Odio e sapore di sangue.

24

Fuga sull’Arinelle

L’acqua sgocciolava in lontananza, con un’eco continua di schizzi sordi. Da ogni parte, ponti di pietra e rampe prive di ringhiera spuntavano da ampie guglie dal tetto piatto, lucide, lisce, striate di rosso e d’oro. Il labirinto si estendeva in alto e in basso nel buio, senza un chiaro inizio né fine. Ogni ponte portava a una guglia, ogni rampa a un’altra guglia e ad altri ponti. Da qualsiasi parte Rand guardasse, la scena era sempre uguale. La scarsa luce non consentiva di vedere bene e Rand ne fu quasi lieto. Alcune rampe portavano a piattaforme poste l’una sull’altra, ma di nessuna si scorgeva la base. Rand andò avanti cercando di fuggire da quel labirinto, pur sapendo che si trattava d’illusione.

Per quanto lontano andasse, da qualsiasi parte, c’era solo pietra lucida. Pietra, ma l’umidità di terra rivoltata di recente permeava l’aria, con l’odore dolciastro e nauseante di decomposizione: il lezzo di una tomba aperta fuori tempo. Rand cercò di trattenere il fiato, ma il lezzo gli riempiva le narici, gli restava appiccicato alla pelle come olio.

Con la coda dell’occhio scorse un movimento e si bloccò, acquattato contro il lucido muretto sulla sommità di una guglia. Non era un nascondiglio: l’avrebbero visto da mille altri punti. L’ombra riempiva l’aria, ma non c’erano ombre più fitte dove nascondersi. La luce non proveniva da lumi, lanterne, torce: pareva filtrare dall’aria stessa. Permetteva di vedere, alla meno peggio, e di essere visti. Ma l’immobilità offriva un po’ di protezione.

Il movimento si ripeté: un uomo risaliva una rampa lontana, incurante dell’abisso spalancato e della mancanza di ringhiera. Procedeva a passo frettoloso, col mantello svolazzante, e girava la testa a scrutare senza posa. A causa della distanza, Rand scorgeva solo la sagoma nella penombra, ma sapeva che il mantello aveva il colore del sangue appena sgorgato e che gli occhi ardevano come fornaci.

Cercò di seguire con lo sguardo il labirinto per scoprire quanti incroci Ba’alzamon dovesse superare prima di raggiungerlo e subito vi rinunciò. Le distanze erano ingannevoli: un punto all’apparenza lontano a volte si trovava appena dietro l’angolo e uno vicinissimo poteva rivelarsi irraggiungibile. Come sempre, l’unica cosa da fare era non fermarsi. Continuare a muoversi e non pensare. Pensare era pericoloso.

Eppure, mentre si allontanava dalla sagoma di Ba’alzamon, Rand non riuscì a non pensare a Mat. Anche Mat era sperduto nel labirinto? Oppure c’erano due labirinti, due Ba’alzamon?

Un paio di volte aveva rischiato d’incontrare Ba’alzamon, ma non ne aveva un ricordo chiaro; per moltissimo tempo aveva continuato a fuggire, sempre inseguito. Era un sogno come quello fatto a Baerlon, o un semplice incubo come quelli di chiunque?

Per un istante, allora, capì perché pensare era pericoloso: ogni volta che pensava di trovarsi in un sogno, l’aria luccicava e gli velava gli occhi, si mutava in gelatina, lo bloccava.

Il calore gli dava prurito e da un bel pezzo aveva la gola secca, mentre percorreva il labirinto di siepi spinose. Il sudore evaporava prima di raccogliersi in goccioline, gli occhi gli bruciavano. In alto ribollivano nuvole minacciose, grigie e striate di nero, ma non un filo d’aria sfiorava il labirinto.

Pietre lisce, chiare e arrotondate, formavano un vago lastricato quasi sepolto nella polvere che si alzava anche al passo più leggero. La polvere gli faceva prudere il naso, rischiava di farlo starnutire rivelando così la sua posizione. Rand cercò di respirare con la bocca, ma la polvere gli intasò la gola fino a soffocarlo.

Era un luogo pericoloso, sapeva anche questo. Più avanti c’erano tre aperture nell’alta muraglia di spine, poi la strada curvava fuori vista. In quel momento Ba’alzamon poteva trovarsi dietro uno di quegli angoli. Ansimando nel calore, Rand si fermò a esaminare la muraglia del labirinto. Cespugli spinosi fittamente intrecciati, morti, color marrone, pieni di spine nere e acuminate, simili a uncini lunghi quattro dita. Una siepe troppo alta per guardare da sopra, troppo fitta per scrutarvi attraverso. Rand la toccò cautamente e trasalì. Una spina gli punse il dito e bruciava come ago arroventato. Arretrò, inciampando nelle pietre; scosse la mano, schizzò gocce di sangue. Il bruciore si calmò, ma tutta la mano gli pulsava.

All’improvviso dimenticò il dolore. Con il tallone aveva scalzato una pietra. Vide le occhiaie vuote: era un teschio umano. Guardò il sentiero fatto di pietre chiare e lisce, tutte uguali. Si mosse in fretta, ma era costretto a camminare su quelle pietre. Un pensiero vagante gli disse che forse le cose non erano quelle che apparivano, ma lui si affrettò a scacciarlo. Pensare era pericoloso.

Sconvolto, cercò di calmarsi. Anche fermarsi in uno stesso posto era pericoloso. Era una delle nozioni confuse di cui era certo. Il fiotto di sangue si era mutato in uno sgocciolio e il dolore pulsante era quasi scomparso. Succhiandosi il dito, si avviò per il sentiero, dalla parte dove guardava. Una direzione valeva l’altra.

Per uscire da un labirinto, ricordò, bastava svoltare sempre dalla stessa parte. Alla prima apertura nella siepe di spine girò a destra, e poi ancora a destra all’apertura successiva. E si trovò a faccia a faccia col suo inseguitore.

Ba’alzamon mostrò in viso un lampo di sorpresa: si arrestò di colpo e il mantello smise di svolazzare; gli occhi emisero lingue di fiamma, ma Rand se ne accorse appena, nel calore del labirinto.

«Per quanto tempo credi di evitarmi, ragazzo? Per quanto tempo credi di evitare il tuo destino? Tu appartieni a me!»

Rand arretrò a passo malfermo e si domandò perché si toccava la cintola come se cercasse la spada. «La Luce mi aiuti» mormorò. «La Luce mi aiuti.» Ma non sapeva il significato di quelle parole.

«La Luce non ti aiuterà, ragazzo; e l’Occhio del Mondo non sarà al tuo servizio. Sei il mio cane. Se non accorri al mio ordine, ti strangolerò col cadavere del Gran Serpente!»

Ba’alzamon protese la mano e all’improvviso Rand seppe che c’era il modo di sfuggirgli, un vago ricordo che urlava pericolo, ma un pericolo minore del tocco del Tenebroso.

«È un sogno!» gridò. «È un sogno!»

Ba’alzamon cominciò a spalancare gli occhi, per la sorpresa, o per la collera; l’aria tremolò e i suoi lineamenti si confusero, divennero più vaghi.

Rand si girò e si trovò a fissare la propria immagine riflessa mille volte, diecimila volta. In alto c’era il buio, e il buio in basso, ma tutt’intorno c’erano specchi, specchi posti a ogni angolo, specchi fin dove arrivava la vista; e tutti riflettevano lui, acquattato, che continuava a girarsi, con occhi sgranati, atterrito.

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