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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Il fiume scorreva senza segno di vita, senza altre barche tranne la Spray. Ma questo non significava che non ci fosse niente da vedere. A metà del primo giorno, il corso dell’Arinelle passò fra due dirupi che si estendevano per mezzo miglio: le pareti erano scolpite con figure di uomini e di donne, alte cento piedi, le cui corone li proclamavano re e regine. Non ce n’erano due uguali e lunghi anni separavano la prima figura dall’ultima. Il vento e la pioggia avevano consumato quelle all’estremità settentrionale, rendendole quasi prive di lineamenti, ma i particolari diventavano più distinti man mano che procedevano verso meridione. Il fiume lambiva i piedi delle statue, ridotti a sporgenze levigate, se non mancanti del tutto. Rand si domandò da quanto tempo esistessero e quanti secoli avesse impiegato il fiume a corrodere la pietra. I marinai non alzarono nemmeno lo sguardo dal lavoro: avevano già visto un mucchio di volte quelle antiche sculture.

In un’altra occasione, quando la riva orientale era divenuta di nuovo una prateria piatta interrotta a volte da boschetti, il sole brillò su qualcosa in lontananza. «Cosa sarà?» si domandò Rand, a voce alta. «Sembra metallo.»

In quel momento passava il capitano Domon, che si fermò a fissare il riflesso. «È metallo» disse. «Una torre di metallo. L’ho vista da vicino e lo so. I mercanti fluviali la usano come punto di riferimento. Siamo a dieci giorni da Whitebridge, a questa velocità.»

«Una torre di metallo?» si stupì Rand; e Mat, seduto a gambe incrociate, con la schiena contro un barile, si scosse dai suoi pensieri per ascoltare.

Il capitano annuì. «Sì. Di acciaio lucente, ma senza un grano di ruggine. Alta duecento piedi e larga quanto una casa, senza il minimo segno d’aperture.»

«Scommetto che conterrà un tesoro» disse Mat. Si alzò a fissare la torre lontana, mentre la Spray l’oltrepassava. «Una torre del genere servirà di sicuro a proteggere qualcosa di prezioso.»

«Può darsi, ragazzo» borbottò il capitano. «Ma nel mondo ci sono cose anche più bizzarre di quella torre. Su Tremalking, un’isola del Popolo del Mare, c’è una mano di pietra alta cinquanta piedi, che sporge da una collina e stringe una sfera di cristallo grossa come questa barca. Se mai esistono tesori, ce n’è certo uno sotto quella collina, ma gli isolani non vogliono che si scavi e al Popolo del Mare interessa solo navigare e cercare il Coramoor, il Prescelto.»

«Io scaverei» disse Mat. «Quant’è lontana, questa... Tremalking?» Un folto d’alberi nascose la torre lucente, ma lui rimase a guardare come se la scorgesse ancora.

Il capitano scosse la testa. «No, ragazzo, non sono i tesori che ti spingono a vedere il mondo. Se trovi un pugno d’oro o di gioielli d’un re morto da tempo, bene; ma sono le cose nuove che ti spingono a vedere l’orizzonte successivo. A Tanchico, un porto dell’oceano Aryth, una parte del Palazzo del Panarca risale all’Epoca Leggendaria, così almeno si dice. Il fregio di una parete raffigura animali che nessun essere vivente ha mai visto.»

«Anche un bambino sa disegnare un animale che nessuno ha mai visto» disse Rand. Il capitano ridacchiò.

«Sì, certo. Ma sa anche fare le ossa di quell’animale? A Tanchico ci sono anche le ossa, unite insieme a formare lo scheletro. Si trovano in una parte del Palazzo del Panarca che tutti possono visitare. La Frattura ha lasciato migliaia di meraviglie e da quel tempo ci sono stati svariati imperi, alcuni in grado di rivaleggiare con quello di Artur Hawkwing; e ciascuno ha lasciato cose da vedere e da scoprire. Un graticcio di cristallo che ricopre un’isola e che ronza quando la luna è alta. Una montagna scavata come una ciotola, al cui centro s’innalza un’asta d’argento di cento spanne e chi si avvicina a meno d’un miglio da essa, muore. Rovine arrugginite e frammenti e cose trovate sul fondo marino, cose di cui nemmeno i libri più antichi sanno il significato. Io stesso ne ho raccolte alcune. Cose che nemmeno vi sognate, in più posti di quanti non ne vedreste in dieci vite. Sarà la bizzarria delle cose, ad attirarvi.»

«Andavamo fra le Colline Sabbiose a dissotterrare ossa» disse piano Rand. «Ossa insolite. Una volta abbiamo trovato i resti di un pesce, credo che fosse un pesce, grande come questa barca. Alcuni dicevano che portava male, fare scavi nelle colline.»

Il capitano gli rivolse un’occhiata penetrante. «Pensi già alla casa, ragazzo? E ti sei appena messo a girare il mondo! Ma il mondo ti prenderà all’amo. Darai la caccia al tramonto, aspetta e vedrai... e se mai torni, il tuo villaggio non sarà più sufficiente a contenerti.»

«No!» esclamò Rand, con un sobbalzo. Da quanto tempo non pensava a Emond’s Field? E a Tam? Da mesi, sembrava. «Tornerò a casa, un giorno, quando potrò. Alleverò pecore, come... come mio padre; e non mi muoverò più. Dico bene, Mat? Appena possibile, torneremo a casa e scorderemo tutto il resto.»

Con uno sforzo visibile Mat smise di fissare la riva dove la torre era ormai scomparsa. «Come? Ah, sì, certo. Torneremo a casa. Certo.» Si girò per andare a sedersi e Rand lo udì mormorare sottovoce: «Non vuole che nessun altro vada alla ricerca di quel tesoro, mi ci gioco la testa.» Parve non accorgersi che gli altri l’avevano udito.

Il quarto giorno di viaggio, Rand se ne stava in cima all’albero maestro, seduto sulla punta smussata e con le gambe negli stragli. La Spray rollava piano, ma a cinquanta piedi dall’acqua il rollio faceva ondeggiare in un ampio arco la cima dell’albero maestro. Rand gettò indietro la testa e rise a squarciagola nel vento che gli soffiava in pieno viso.

I remi erano in funzione e da lassù la barca sembrava un ragno a dodici zampe che strisciasse lungo l’Arinelle. Non era la prima volta che Rand saliva a certe altezze, perché spesso si arrampicava sugli alberi, nei Fiumi Gemelli; ma ora non c’erano rami a bloccargli la vista. Ogni cosa sul ponte, i marinai e i rematori, gente in ginocchio a sfregare con la pomice il tavolato, gente impegnata con funi e portelli... tutto sembrava bizzarro, visto dall’alto, piatto e tozzo, tanto che Rand aveva passato un’ora solo a guardare e a ridacchiare.

In quel momento fissava le rive che correvano via. Sembrava proprio che corressero, mentre lui stava fermo, a parte l’ondeggiamento, certo; le rive correvano, alberi e alture marciavano ai lati. Lui stava fermo e il mondo intero lo oltrepassava.

Agendo d’impulso, tolse le gambe dagli stragli fissati all’albero e allargò le braccia per tenersi in equilibrio nonostante il dondolio. Ci riuscì per tre archi completi, poi di colpo si sbilanciò. Mulinando gambe e braccia, cadde in avanti e si afferrò allo straglio di trinchetto. Con le gambe allargate ai lati dell’albero, senza niente a trattenerlo in quella precaria posizione se non le mani che stringevano lo straglio, scoppiò a ridere. Inspirò grandi boccate di vento fresco e si sentì esilarato.

Gli giunse la voce roca di Thom. «Ragazzo, se vuoi romperti l’osso del collo, cerca almeno di non travolgermi.»

Rand guardò in basso. Thom si reggeva alle griselle, proprio sotto di lui, e lo guardava con aria torva. Anche lui aveva lasciato sul ponte il mantello. «Thom» esclamò Rand, allegro. «Thom, quando sei salito?»

«Quando non rispondevi ai richiami. Tutti ti credono impazzito.»

Rand guardò giù e fu sorpreso nel vedere che tutti lo fissavano. Solo Mat, seduto a prua, dava la schiena all’albero maestro e non guardava. Anche i rematori avevano alzato gli occhi e perso il ritmo. E nessuno li rimproverava. Rand girò la schiena per guardare da sotto il braccio, a poppa. Il capitano Domon, fermo accanto al remo del timone, pugni sui fianchi, gli lanciava occhiate torve. Rand sogghignò a Thom. «Vuoi che scenda, allora?»

Thom annuì con vigore. «Te ne sarei molto grato.»

«D’accordo.» Cambiò presa sullo straglio di trinchetto e saltò giù dalla cima dell’albero maestro. Thom soffocò un’imprecazione, quando lui rimase appeso allo straglio di trinchetto. Il menestrello gli scoccò un’occhiata truce e protese la mano per afferrarlo al volo. Rand gli rivolse di nuovo un sogghigno. «Ora scendo.»

Dondolò in alto le gambe e agganciò col ginocchio la robusta fune che correva dall’albero maestro alla prua, poi vi passò il braccio e lasciò scorrere le mani. Dapprima lentamente, poi sempre più in fretta, scivolò giù. A poca distanza dalla prua si lasciò cadere sul ponte, in piedi davanti a Mat; mosse un passo per conservare l’equilibrio e si girò verso la barca, a braccia spalancate, come faceva Thom dopo un difficile esercizio.

Dall’equipaggio provenne qualche applauso, ma Rand, sorpreso, guardava Mat e l’oggetto che l’amico teneva in mano, nascosto dal suo stesso corpo alla vista degli altri. Un pugnale ricurvo con un fodero d’oro lavorato in simboli bizzarri. Un filo d’oro fino avvolgeva l’elsa sormontata da un rubino grosso come il pollice di Rand e i bracci della guardia erano due serpenti dalle scaglie d’oro, a zanne snudate.

Per un momento Mat continuò a muovere avanti e indietro nel fodero il pugnale. Sempre giocherellando con l’arma, sollevò lentamente la testa; negli occhi aveva uno sguardo remoto. All’improvviso si accorse di Rand, trasalì e nascose in fretta il pugnale sotto la giubba.

Rand si sedette sui talloni, a braccia incrociate sulle ginocchia. «Dove l’hai preso?» domandò. Mat non rispose, ma controllò rapidamente che non ci fosse nessuno nelle vicinanze. Erano da soli, una volta tanto. «Non l’avrai preso a Shadar Logoth, eh?»

Mat lo fissò. «La colpa è tua. E di Perrin. Mi avete tirato via dal tesoro prima che potessi posare il pugnale. Non me l’ha dato Mordeth. L’ho preso io, perciò l’ammonimento di Moiraine non vale. Non dirlo a nessuno, Rand. Potrebbero tentare di rubarmelo.»

«Non lo dirò a nessuno. Il capitano Domon mi sembra onesto, ma non mi fido degli altri, soprattutto di Gelb.»

«Nessuno» ripeté Mat. «Né Domon, né Thom, nessuno. Di quelli di Emond’s Field siamo rimasti solo noi due, Rand. Non possiamo fidarci di nessuno.»

«Sono vivi, Mat. Egwene e Perrin. So che sono vivi.» Mat parve imbarazzato. «Però manterrò il segreto. Solo noi due. Almeno, ora non dobbiamo preoccuparci di denaro. Lo possiamo vendere: ne ricaveremo di che viaggiare da re fino a Tar Valon.»

«Certo» convenne Mat, dopo un minuto. «Se sarà necessario. Ma non parlarne a nessuno, finché non te lo dico io.»

«Ti ho già detto che manterrò il segreto. Senti, hai fatto altri sogni, da quando siamo a bordo? Come a Baerlon? È la prima volta che ho l’occasione di chiedertelo senza che ci sia gente ad ascoltare.»

Mat girò la testa e lo guardò di sottecchi. «Forse.»

«Cosa significa, forse? O hai sognato, o non hai sognato.»

«Va bene, va bene, ho sognato. Non voglio parlarne. Non voglio nemmeno pensarci. È inutile.»

Prima che potessero continuare, arrivò Thom, mantello sul braccio. Il vento gli scompigliava i capelli e i baffoni sembravano arruffati. «Sono riuscito a convincere il capitano che non siete pazzi» annunciò. «Che fa parte dell’addestramento.» Afferrò lo straglio di trinchetto e lo scosse. «La tua stupida bravata di scivolare lungo la fune è servita, ma sei stato fortunato a non romperti l’osso del collo.»

Rand guardò lo straglio di trinchetto, su fino alla cima dell’albero maestro. Rimase a bocca aperta. Era scivolato lungo quella gomena. E si era seduto sulla cima del...

All’improvviso si vide lassù, a braccia e gambe spalancate. Si sedette di colpo e rischiò di finire a gambe levate. Thom lo guardava, pensieroso.

«Non soffri certo di vertigini, ragazzo. Potremo tenere spettacolo a Illian, a Ebou Dar, perfino a Tear. Nelle grandi città del meridione alla gente piacciono gli equilibristi che camminano sopra una fune tesa o un cavo allentato.»

«Noi andiamo a...» All’ultimo minuto ricordò di controllare se qualcuno ascoltava. Diversi marinai li guardavano, compreso Gelb, torvo come al solito, ma nessuno era a portata d’orecchio. «A Tar Valon» concluse. Mat scrollò le spalle, come se per lui una destinazione valesse l’altra.

«Per il momento, ragazzo» disse Thom, sedendosi accanto a lui. «Ma domani... chissà. Questa è la vita dei menestrelli.» Dalle maniche tirò fuori una manciata di palle colorate. Visto che sei sceso dall’aria, proveremo il gioco delle tre palle.

Rand lasciò vagare lo sguardo verso la cima dell’albero maestro e represse un brivido. Cosa gli era preso? Doveva scoprirlo. E doveva giungere a Tar Valon, prima d’impazzire sul serio.

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