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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Perrin cambiò posizione, a disagio. Era pazzo, quell’uomo?

Egwene si accigliò, ma attese che l’allegria di Elyas scemasse. «Potresti indicarci la strada» disse poi. «A quanto pare, conosci la zona molto meglio di noi.»

Elyas smise di ridere. Alzò la testa e si rimise il berretto di pelliccia, che gli era caduto. Corrugò la fronte e fissò Egwene. «Non mi piacciono le persone» disse in tono piatto. «Le città sono piene di gente. Di rado mi avvicino ai villaggi o alle fattorie. Paesani e contadini non amano i miei amici. Non vi avrei aiutati, se non vi avessi visti andare in giro inermi e innocenti come cuccioli appena nati.»

«Ma almeno puoi dirci quale direzione prendere» replicò Egwene. «Se ci indichi come arrivare al villaggio più vicino, anche a cinquanta miglia da qui, troveremo certo le indicazioni per andare a Caemlyn.»

«Zitta» disse Elyas. «Arrivano i miei amici.»

All’improvviso Bela nitrì di paura e cercò di liberarsi. Perrin si alzò a mezzo, mentre intorno a loro, nella foresta sempre più buia, comparivano sagome scure. Bela s’impennò e nitrì di nuovo.

«Calma la giumenta» disse Elyas. «Non le faranno niente. Nemmeno a voi, se state tranquilli.»

Nel cerchio di luce del fuoco avanzarono quattro lupi, irsuti, alti fino alla cintola d’una persona, con fauci che potevano stritolare senza difficoltà una gamba umana. Si avvicinarono al fuoco, come se gli esseri umani non esistessero, e si distesero in mezzo a loro. Nel buio sotto gli alberi la luce del fuoco trasse riflessi dagli occhi di altri lupi, da tutte le parti.

Occhi gialli, pensò Perrin. Come quelli di Elyas. Ecco che cosa aveva cercato di ricordare. Tenendo d’occhio i lupi, allungò la mano verso l’ascia.

«Non lo farei» disse Elyas. «Se si sentono minacciati, smettono di comportarsi amichevolmente.»

Fissavano proprio lui, quei quattro lupi, notò Perrin. Aveva la sensazione che tutti, anche quelli fra gli alberi, lo fissassero. Si sentiva prudere dappertutto. Scostò la mano dall’ascia. Gli parve di percepire un rilassamento di tensione fra i lupi. Lentamente tornò a sedere; le mani gli tremavano, tanto che si strinse le ginocchia per fermare il tremito. Egwene era tesa come una corda di violino. Un lupo quasi nero, con una macchia grigia sul muso, la sfiorava.

Bela aveva smesso di nitrire e d’impennarsi. Tremava e cambiava posizione nel tentativo di tenere d’occhio tutti i lupi; ogni tanto scalciava, per mostrare che avrebbe venduto la vita a caro prezzo. I lupi parvero ignorare la giumenta e i due estranei. Con la lingua ciondolante, aspettavano, del tutto a loro agio.

«Bene» disse Elyas. «Così va meglio.»

«Sono addomesticati?» domandò debolmente Egwene, in tono speranzoso. «Sono... animali domestici?»

Elyas sbuffò. «I lupi non si addomesticano, ragazza, anche meno degli uomini. Sono miei amici. Ci teniamo compagnia, andiamo a caccia insieme, chiacchieriamo anche, in un certo senso. Proprio come buoni amici. Non è vero, Dapple?» Una lupa con la pelliccia di varie tonalità di grigio, chiaro e scuro, girò la testa e lo guardò.

«Parli con loro?» si stupì Perrin.

«Non proprio» rispose Elyas. «Le parole non contano e non sono proprio esatte. Lei non si chiama Dapple. Ha un nome che significa il modo in cui l’ombra gioca sull’acqua d’un lago nella foresta all’alba di mezzo inverno, mentre il vento increspa la superficie, e il sapore del ghiaccio quando la lingua tocca l’acqua e il sentore di neve nell’aria prima di sera. Ma neppure questo è esatto. Non si può esprimere a parole. È una sensazione. I lupi parlano in questo modo. Gli altri sono Burn, Hopper e Wind.» Burn aveva sulla spalla la cicatrice di una vecchia bruciatura che forse spiegava il nome, ma gli altri due non presentavano caratteristiche particolari.

Perrin pensò che Elyas, per quanto scorbutico si mostrasse, in realtà era lieto dell’occasione di parlare con altri esseri umani! Guardò le zanne dei lupi scintillare alla luce del fuoco e si disse che forse era una buona idea fare in modo che continuasse a parlare. «Come... come hai imparato a parlare con i lupi?» domandò.

«Il modo l’hanno trovato loro, non io» rispose Elyas. «È sempre così, a quanto ne so. Sono i lupi a trovarti, non viceversa. Alcuni mi ritengono toccato dal Tenebroso, perché i lupi comparivano dovunque andassi. Credo d’averlo pensato anch’io, a volte. La gente ha cominciato a evitarmi; e quelli che mi cercavano, non erano del tipo che mi piacesse conoscere, per un verso o per l’altro. Poi mi accorsi che in certi momenti i lupi parevano sapere cosa pensavo, rispondere ai miei pensieri. Fu il vero inizio. Erano curiosi, su di me. I lupi intuiscono le persone, di solito, ma non in questo modo. Erano felici d’avermi trovato. Da molto tempo, dissero, non andavano a caccia in compagnia di esseri umani; e quando dicevano “da molto tempo", mi pareva di sentire un vento gelido che ululasse dal Primo Giorno a oggi.»

«Non ho mai sentito parlare di uomini che andassero a caccia in compagnia di lupi» disse Egwene. La voce non era del tutto ferma, ma il fatto che i lupi se ne stessero lì tranquilli pareva rincuorarla.

Elyas non diede segno d’averla udita. «I lupi ricordano le cose in maniera diversa dagli esseri umani» disse. Nei suoi insoliti occhi brillò una luce remota, come se anche lui vagasse sul flusso dei ricordi. «Ogni lupo ricorda la storia di tutti i lupi, almeno nelle linee generali. Come ho detto, è impossibile trovare le parole giuste. I lupi ricordano che abbattevano la preda, fianco a fianco con gli uomini; ma questo avveniva moltissimo tempo fa ed è soltanto l’ombra di un’ombra, non un vero ricordo.»

«Molto interessante» disse Egwene. Elyas la fissò. «No, parlo sul serio» proseguì lei. «Non potresti... ah... insegnare anche a noi?»

Elyas sbuffò di nuovo. «Non è cosa che si insegni. Alcuni possono farla, altri no. Loro dicono che lui può.» Indicò Perrin.

Perrin guardò Elyas come se l’uomo gli puntasse un coltello. “È davvero pazzo” pensò. Si accorse che i lupi lo fissavano di nuovo. Cambiò posizione, a disagio.

«Dite di andare a Caemlyn» proseguì Elyas. «Ma questo non spiega che cosa ci fate qui, a giorni di distanza da qualsiasi luogo abitato.» Gettò indietro il mantello e si distese sul fianco, puntellandosi col gomito.

Perrin guardò Egwene. In precedenza avevano inventato una storia da raccontare se avessero incontrato delle persone, per spiegare dove andavano, senza procurare fastidi agli altri e senza rivelare da dove provenivano realmente e qual era la loro destinazione finale Una parola avventata poteva sempre giungere alle orecchie di un Fade. L’avevano ripassata ogni giorno, per congegnarla meglio ed eliminare i punti deboli. E avevano deciso che sarebbe stata Egwene a raccontarla. Lei se la cavava meglio, con le parole, e sosteneva di capire subito quando Perrin diceva bugie, guardandolo in viso.

Egwene cominciò subito: provenivano da settentrione, dalla Saldaea, da una fattoria nei pressi di un piccolo villaggio. In vita loro non si erano mai allontanati per più di venti miglia da casa. Ma avevano udito i racconti dei menestrelli e quelli dei mercanti e volevano vedere il mondo. Caemlyn e Illian. Il mare delle Tempeste e forse anche la leggendaria isola del Popolo del Mare.

Perrin ascoltò, soddisfatto. Nemmeno Thom Merrilin avrebbe tratto un racconto migliore dal poco che loro due conoscevano del mondo al di là dei Fiumi Gemelli.

«Dalla Saldaea, eh?» disse Elyas, quando Egwene terminò.

Perrin annuì. «Esatto. Pensavamo di visitare prima Maradon. Certo mi sarebbe piaciuto vedere il Re. Ma la capitale sarebbe il primo posto dove i nostri genitori ci avrebbero cercato.»

Questa era la parte di Perrin: chiarire che non erano mai stati a Maradon. Così nessuno si sarebbe aspettato che sapessero qualcosa della città, nel caso avessero incontrato uno che c’era stato davvero. E nessuno avrebbe avuto motivo di pensare a Tar Valon o alle Aes Sedai.

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