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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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A due giorni di cammino dal fiume, il territorio era cambiato in colline coperte di fitti boschi, ancora nella stretta dell’inverno come da qualsiasi altra parte; dopo un altro giorno, le colline avevano lasciato posto alla pianura, dove la fitta foresta era interrotta da radure spesso ampie più d’un miglio. C’era ancora neve, nelle conche più riparate; al mattino l’aria era pungente e il vento gelido sempre. Da nessuna parte si vedeva una strada né un campo arato né il fumo d’un comignolo lontano né altro segno d’abitazioni.

Una volta videro i resti di un alto riparo di pietra intorno alla cima d’una collina. All’interno del cerchio c’erano ancora parti di case di pietra prive di tetto. La foresta aveva invaso da tempo la zona; gli alberi crescevano ovunque e le ragnatele di vecchi rampicanti avvolgevano i grandi blocchi di pietra. Un’altra volta videro una torre diroccata, marrone per il muschio secco, inclinata contro una quercia gigantesca le cui radici lentamente la scalzavano. Il ricordo di Shadar Logoth li tenne lontano dalle rovine e li spinse ad affrettare il passo.

I sogni tormentavano il sonno di Perrin: orribili incubi in cui Ba’alzamon lo inseguiva in un labirinto; ma Perrin non lo incontrò mai faccia a faccia, per quanto ricordasse da sveglio. E il loro viaggio era sufficiente a giustificare più d’un brutto sogno. Egwene si lamentò di incubi riguardanti Shadar Logoth, soprattutto nelle due notti successive alla scoperta del forte in rovina e della torre abbandonata. Perrin non le parlò dei suoi, anche quando si svegliava nel buio, tutto tremante, in un bagno di sudore. Egwene si aspettava che lui la guidasse a Caemlyn, non che la mettesse a parte di preoccupazioni per le quali nessuno dei due poteva fare niente.

Perrin camminava all’altezza della testa di Bela, domandandosi se quella sera avrebbero trovato qualcosa da mangiare, quando sentì l’odore. Subito la giumenta allargò le froge e girò la testa. Perrin la prese per la briglia, prima che nitrisse.

«Fumo» disse Egwene, con entusiasmo. Si sporse sulla sella e aspirò a pieni polmoni. «Un fuoco da cucina. Qualcuno arrostisce la cena. Coniglio.»

«Può darsi» disse Perrin, cauto e il sorriso ansioso di Egwene svanì. Perrin cambiò la fionda per l’ascia; strinse il manico, incerto: era un’arma, ma nonostante gli allenamenti fatti di nascosto dietro la fucina e le lezioni di Lan, non si sentiva pronto a usarla. Anche lo scontro prima di Shadar Logoth era un ricordo troppo vago per dargli fiducia.

Alle loro spalle, i raggi di sole penetravano di sbieco tra gli alberi e la foresta era una massa silenziosa di ombra a chiazze. Il debole odore di fumo di legna aleggiava intorno a loro, con la traccia del profumo di carne in cottura. Potrebbe essere coniglio, si disse Perrin, sentendo brontolare lo stomaco. Ma poteva essere anche ben altro. Guardò Egwene: lei lo fissava. C’erano delle responsabilità, a fare il capo.

«Aspetta qui» disse sottovoce. Egwene si accigliò, ma lui anticipò la sua protesta. «E non fare rumore! Ancora non sappiamo chi sia.» Lei annuì con riluttanza. Perrin inspirò a fondo e si diresse verso l’origine del fumo.

Non aveva trascorso nei boschi intorno a Emond’s Field tanto tempo quanto Rand o Mat, ma aveva fatto la sua parte nella caccia ai conigli. Strisciò di albero in albero, senza produrre il minimo rumore, nemmeno il lieve schiocco d’un rametto spezzato. In breve si trovò a guardare da dietro il tronco di un’alta quercia con rami larghi e sinuosi che si piegavano fino a terra per poi risalire in aria. Più in là c’era un fuoco da campo e un uomo, magro e abbronzato, con la schiena appoggiata a un ramo, non molto lontano dalle fiamme.

Non era un Trolloc, ma l’individuo più bizzarro che Perrin avesse mai visto. Indossava vestiti che parevano di pelli d’animale con ancora il pelo, perfino gli stivali e il curioso copricapo piatto e rotondo. Il mantello era un folle miscuglio di coniglio e scoiattolo; le brache parevano ricavate dalla pelle d’una capra bianca e marrone. Raccolti sulla nuca da uno spago, i capelli castani e brizzolati gli arrivavano alla cintola. La folta barba si allargava fino a metà petto. Alla cintura portava un lungo coltellaccio, quasi una spada; arco e faretra erano appoggiati contro un ramo, a portata di mano.

L’uomo era reclinato e teneva gli occhi chiusi, come se dormisse, ma Perrin non uscì dal nascondiglio. Sul fuoco c’erano sei stecchi a mo’ di spiedi, ciascuno con un coniglio, già ben rosolato; di tanto in tanto le gocce di grasso cadevano sul fuoco e sfrigolavano. Il profumo provocò a Perrin l’acquolina in bocca.

«Hai finito di sbavare?» L’uomo aprì un occhio e piegò la testa verso il nascondiglio di Perrin. «Tu e la tua amica. Venite a sedervi e mangiate un boccone. Non vi ho visti mangiare molto, negli ultimi due giorni.»

Perrin esitò, poi si alzò lentamente, senza mollare l’ascia. «Mi tenevi d’occhio da due giorni?»

L’uomo ridacchiò. «Sì. Te e quella graziosa ragazza. Ti fa filare, eh? Vi ho uditi, più che altro. Il cavallo è il solo a non fare tanto fracasso da farsi udire a cinque miglia di distanza. Le dici di venire avanti oppure mangi tutto il coniglio da solo?»

Perrin si irritò per il rimprovero: se non ci si muoveva senza fare rumore, nel Waterwood non si arrivava tanto vicino a un coniglio da colpirlo con la fionda. Ma il profumo della carne arrosto gli ricordò che Egwene era affamata quanto lui e che aspettava ancora di sapere di chi era il fuoco.

Perrin si appese l’ascia alla cintola e alzò la voce. «Egwene! Tutto a posto. È proprio coniglio!» Tese la mano e in tono normale si presentò. «Mi chiamo Perrin. Perrin Aybara.»

L’uomo guardò la mano tesa, prima di stringerla goffamente, come se non fosse abituato a stringere mani. «Mi chiamo Elyas» disse, alzando lo sguardo. «Elyas Machera.»

Perrin rimase a bocca aperta e quasi ritrasse la mano. Gli occhi di Elyas erano gialli, del colore dell’oro lucido. Un ricordo gli affiorò per un istante, ma svanì subito. Al momento riuscì solo a pensare che tutti i Trolloc da lui visti avevano occhi quasi neri.

Comparve Egwene, cautamente, reggendo per la briglia Bela. Legò le redini a uno dei rami più piccoli della quercia e mormorò qualche parola cortese, quando Perrin la presentò a Elyas; ma continuò a spostare lo sguardo verso i conigli. Parve non notare il colore degli occhi dell’uomo. Quando Elyas li invitò a mangiare, accettò di gusto. Perrin esitò solo un momento, prima di imitarla.

Elyas aspettò in silenzio che terminassero. Perrin era così affamato da strappare pezzi di carne troppo caldi e passarli da una mano all’altra perché si raffreddassero quanto bastava a masticarli. Anche Egwene, col mento sporco d’unto, badava ben poco all’etichetta. Scese il crepuscolo e il buio della notte illume si chiuse intorno al fuoco, prima che Elyas prendesse la parola.

«Cosa fate da queste parti? Non c’è casa nel raggio di cinquanta miglia.»

«Andiamo a Caemlyn» rispose Egwene. «Forse potresti...» Inarcò freddamente il sopracciglio, mentre Elyas gettava indietro la testa e scoppiava a ridere di cuore. Perrin lo fissò, con un cosciotto di coniglio a un palmo dalla bocca.

«Caemlyn?» disse Elyas, quando smise di ridere. «Continuando nella direzione che avete mantenuto negli ultimi due giorni, passerete a più di cento miglia da Caemlyn.»

«Volevamo chiedere indicazioni» disse Egwene, sulla difensiva «ma non abbiamo incontrato villaggi né fattorie.»

«E non ne troverete» ridacchiò Elyas. «Se continuate in questa direzione, arriverete alla Dorsale del Mondo senza vedere anima viva. Certo, se riuscirete a valicare la Dorsale, ed è possibile in alcuni punti, troverete qualcuno, nel Deserto dell’Aiel, ma non è posto che vi raccomando. Di giorno si cuoce, di notte si gela e in ogni momento si muore di sete. Ci vuole un Aiel, per trovare acqua nel Deserto; e gli Aiel non hanno simpatia per i forestieri. Anzi, tutt’altro.» Scoppiò di nuovo a ridere e stavolta arrivò a rotolarsi per terra. «Tutt’altro» riuscì a ripetere.

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