L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
«Avete elaborato da solo questo… piano di attacco?»
«No», rispose Teidez, sollevando il capo con fare orgoglioso. «Però, quando sono rimasto solo, l’ho portato a termine con le mie forze. Avremmo dovuto farlo insieme, dopo il matrimonio di Dondo con Iselle… Avremmo distrutto la maledizione e liberato la Casa di Chalion dalla sua malvagia influenza. Ma questo compito è ricaduto per intero sulle mie spalle, quindi io mi sono eletto a portabandiera di Dondo, ho deciso di essere il suo braccio, che dalla tomba si protendeva ancora una volta in difesa di Chalion!»
«Ah! Ah!» gemette Cazaril, talmente sopraffatto dallo sgomento da non riuscire ad articolare parola. Possibile che Dondo avesse creduto davvero a quelle assurdità? Oppure si trattava soltanto di un astuto piano per servirsi di Teidez, in una maniera indiretta e indimostrabile, e mettere così fuori combattimento o addirittura assassinare Orico? Malizia o stupidità? Con Dondo, chi poteva saperlo?
«Lord Cazaril, che ne dobbiamo fare di questi baociani?» domandò Foix, con una nota diffidente nella voce.
Sollevando lo sguardo, Cazaril vide che il capitano delle guardie baociane era stato disarmato ed era tenuto in custodia da Foix e da una delle guardie dello Zangre. «E voi!» gli ringhiò contro. «Voi, vi siete prestato a questo… stupido sacrilegio, senza dirlo a nessuno? Oppure siete ancora al servizio di Dondo? Ah! Prendete in custodia lui e i suoi uomini e chiudeteli in una cella finché…» Cazaril s’interruppe, riflettendo. Senza dubbio, dietro tutto quello c’era la mano di Dondo, che si stava protendendo dalla tomba per provocare caos e disastri, ma per una volta, lui aveva il sospetto che dietro Dondo non ci fosse l’appoggio di Martou… Anzi, se la sua supposizione era esatta, era esattamente l’opposto. «Teneteli in cella finché il Cancelliere non sarà stato informato», riprese. E, protendendo un braccio verso un’altra guardia, aggiunse: «Ehi, tu… Corri alla Cancelleria, o a Palazzo Jironal, od ovunque si trovi attualmente il Cancelliere, e informalo di quello che è successo, pregandolo di venire da me prima di recarsi da Orico.»
«Lord Cazaril, non potete ordinare l’arresto delle mie guardie!» protestò Teidez.
Unico tra i presenti ad avere la forza, se non l’autorità, per dare quella disposizione, Cazaril gridò: «Quanto a voi, andrete immediatamente nelle vostre camere, e ci resterete fino a nuovo ordine da parte di vostro fratello. Provvederò di persona ad accompagnarvi».
«Toglietemi le mani di dosso!» strillò Teidez, quando le dita di Cazaril gli strinsero un braccio in una presa ferrea. Ma, scorgendo l’espressione del Castillar non osò muoversi.
«No. Siete ferito, signore, e io ho il dovere di accompagnarvi da un medico», ribatté Cazaril, in tono falsamente cortese. Poi abbassando la voce, aggiunse: «Se ci sarò costretto, vi darò un colpo in testa e vi trascinerò di peso…»
«In tal caso, va’ con loro senza opporre resistenza», ordinò Teidez al suo capitano, cercando di suonare dignitoso. «Ti manderò a liberare più tardi, una volta che avrò dimostrato che Lord Cazaril è in errore.» Ma i due uomini stavano già scortando fuori il capitano e le parole di Teidez risultarono del tutto inutili.
Gli altri stallieri feriti si erano raccolti intorno a Palli e lo stavano aiutando a curare Umegat. Lanciando un’occhiata a Cazaril da sopra la spalla, Palli gli rivolse un rapido cenno di rassicurazione. Annuendo a sua volta, Cazaril rinsaldò la presa sul braccio di Teidez e, fingendo di sorreggerlo, lo sospinse fuori del serraglio trasformato in un mattatoio.
Troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi… Quell’angoscioso ritornello continuò a martellare nella mente di Cazaril a ogni passo. Fuori, i corvi avevano smesso di volteggiare e di stridere e stavano saltellando sull’acciottolato in preda all’agitazione, sbigottiti e disorientati quanto i pensieri del Castillar.
Cazaril spinse Teidez oltre il portone dello Zangre, da cui soltanto ora stavano uscendo altre guardie. Il giovane aveva smesso di protestare, ma la sua espressione cupa, rabbiosa e offesa non lasciava presagire nulla di buono per il futuro di Cazaril. Inoltre camminava facendo leva anche sulla gamba ferita, lasciando a ogni passo impronte insanguinate sull’acciottolato del cortile.
Una delle dame di compagnia di Sara e un paggio apparvero sulla porta della Torre di Ias.
«Presto, corri!» ingiunse la donna al ragazzo, che si mise a correre, pallidissimo in volto, andando quasi a sbattere contro Cazaril.
«Dove vai così di fretta, ragazzo?» gli gridò dietro lui.
Girandosi, il paggio si concesse appena un istante per rispondere. «Al Tempio, mio signore. Non oso indugiare… la Royina Sara… il Roya ha avuto un collasso!» Il paggio si allontanò alla massima velocità, saettando davanti alle guardie che lo fissarono per un momento e spostarono poi lo sguardo, pieno d’improvviso disagio, verso la Torre di Ias.
Sotto la stretta di Cazaril, il braccio di Teidez perse d’un tratto ogni tensione e, negli occhi corrucciati del ragazzo, cominciò ad affiorare un’espressione spaventata, mentre lui scoccava una guardinga occhiata in tralice al suo «custode». Dopo un momento d’indecisione, e senza lasciar andare il Royse, Cazaril si volse di scatto, dirigendosi alla Torre di Ias. Accelerò il passo per raggiungere la dama di compagnia, che nel frattempo era rientrata, e lanciò alcuni richiami che lei, dalle scale, non parve sentire. Quando infine arrivò al terzo piano, dove si trovavano le camere di Orico, Cazaril ansimava. Scrutò con apprensione il corridoio centrale, lungo il quale vide sopraggiungere con passo affrettato la Royina Sara, avvolta nel suo scialle bianco e seguita da una dama di compagnia.
«Mia signora, cos’è successo? Posso esservi d’aiuto?» le chiese Cazaril, inchinandosi, quando lei arrivò all’altezza della scala.
«Non lo so ancora, Castillar», rispose la Royina, spaventata, portandosi una mano al volto. «Orico… Stava leggendo ad alta voce per me, nelle mie camere, mentre io cucivo, cosa che fa talvolta per tenermi compagnia… Ma all’improvviso ha smesso e si è sfregato gli occhi, lamentandosi che non riusciva più a vedere le parole perché la stanza si era fatta buia… il che non era vero! Poi è caduto dalla sedia. Ho chiamato le mie dame, lo abbiamo messo a letto, e ho fatto convocare un medico del Tempio.»
«Ho visto il paggio reale», le confermò Cazaril. «Stava correndo più in fretta che poteva.»
«Oh, bene…»
«Credete che si sia trattato di un colpo apoplettico?»
«Non penso… non lo so. Riesce a parlare un poco, e il suo respiro non è troppo affaticato… Cos’erano quelle grida che arrivavano dalle stalle?» chiese Sara e, senza attendere risposta, oltrepassò Cazaril, avviandosi sulle scale.
Cinereo in volto, Teidez si umettò le labbra, ma non proferì parola quando Cazaril lo fece girare e lo condusse di nuovo nel cortile, un silenzio che si protrasse finché i due non cominciarono a salire le scale del corpo principale del castello.
«Non è possibile», ripeté infine il Royse, con un filo di voce. «Dondo mi ha detto che il serraglio era un’opera di magia nera, una maledizione roknari per tenere Orico malato e debole, e ho visto io stesso che era davvero così…»
«In effetti esiste una maledizione roknari, ma il serraglio è un miracolo bianco che la contrasta e mantiene ugualmente in vita Orico… o almeno lo era, fino a ora», ribatté Cazaril.
«No… no, è tutto sbagliato. Dondo mi ha detto…»
«Dondo era in errore… Oppure desiderava accelerare la sostituzione di un Roya che favoriva suo fratello con un Roya che avrebbe favorito lui stesso.»
Teidez socchiuse le labbra come per protestare, ma non emise suono. Notando la sua espressione sconvolta, Cazaril si convinse che il giovane non stava mentendo. L’unica cosa positiva di quella giornata era che Dondo, pur avendo ingannato Teidez, non sembrava averlo corrotto, almeno non al punto d’indurlo a prestarsi spontaneamente a un fratricidio. No, Teidez era soltanto uno strumento, non un complice consapevole, ma purtroppo si trattava di uno strumento che aveva continuato a funzionare anche dopo la scomparsa della mano che lo impugnava. E di chi è la colpa, se quel ragazzo ha creduto a una quantità di menzogne, se non di chi si è rifiutato di dirgli la verità? rifletté.