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READ-E-BOOK » Фэнтези » L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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Cazaril si girò verso il secondo baociano, che lasciò cadere immediatamente la propria arma e si ritrasse davanti a lui con timore. «Castillar! Stiamo facendo questo per preservare la vita del Roya Orico!» si affrettò a gridare l’uomo.

«Cosa state facendo? Orico è là dentro? Che succede?»

Dall’interno dell’edificio giunse allora un ringhio felino che si trasformò in una sorta di miagolio lamentoso, un suono che indusse Cazaril a girarsi di scatto e a lasciare gli intimiditi baociani alla custodia delle guardie dello Zangre, ora incoraggiate ad avanzare, per addentrarsi nell’ombroso corridoio del serraglio.

Il vecchio stalliere privo di lingua era in ginocchio sulle piastrelle, piegato su se stesso, e singhiozzava, premendosi le mani prive dei pollici sul volto, col sangue che gli filtrava tra le dita. Nel sentire il rumore dei passi di Cazaril, l’ometto sollevò la testa con espressione disperata, la bocca contorta in una smorfia di sgomento. Oltrepassando di corsa le gabbie degli orsi, Cazaril intravide due masse nere inerti, crivellate di quadrelle e con la pelliccia imbrattata di sangue; sull’altro lato, i recinti dei velia erano aperti e le povere bestie giacevano tutte riverse su un fianco sulla paglia, con gli occhi aperti e fissi, e la gola tagliata.

Arrivando in fondo al corridoio, Cazaril vide infine il Royse Teidez che si stava sollevando dal corpo ormai inerte del leopardo. Puntellandosi sulla spada, il giovane si appoggiò su di essa col respiro affannoso, un’espressione di selvaggia esultanza dipinta sul volto, inconsapevole del manto d’ombra che gli vorticava intorno come un nembo temporalesco nel cielo notturno. «Ah!» esclamò il Royse, con un selvaggio sorriso, vedendo sopraggiungere Cazaril.

Il capitano delle guardie baociane, che aveva ancora in mano un piccolo uccello col collo spezzato; sbucò a precipizio dalla voliera per bloccare il passo a Cazaril; alle sue spalle, ammassi di penne colorate di tutte le dimensioni, uccelli morti o morenti, costellavano il pavimento della voliera, alcuni con le ali che ancora si agitavano in un ultimo rantolo.

«Fermo, Castillar…» tentò d’intimare il capitano, ma la voce gli si spense in gola quando Cazaril lo afferrò per la tunica e lo fece ruotare su se stesso, scagliandolo a terra davanti a Palli, che lo stava seguendo da presso con espressione attonita e sgomenta. Le sue labbra si muovevano, continuando a formulare le parole: «Lacrime del Bastardo, lacrime del Bastardo…» le stesse che lui mormorava a Gotorget nel corso delle battaglie, quando la sua spada si abbatteva sugli uomini che si arrampicavano lungo le scale d’assedio, e la stanchezza era tale da non lasciare fiato per le grida di guerra.

«Trattienilo», gli ringhiò Cazaril, da sopra la spalla, avanzando a grandi passi verso Teidez.

Gettando indietro il capo, il giovane Royse incontrò e sostenne il suo sguardo. «Adesso non potete più fermarmi… ce l’ho fatta!» esclamò. «Ho salvato il Roya!»

«Cosa… cosa… cosa…» balbettò Cazaril, così atterrito e furioso da non riuscire a formulare parole coerenti. «Stolto ragazzo! Quale sorta di follia distruttiva è mai questa…?» gridò infine, allargando le mani tremanti e indicando il massacro che aveva intorno.

«Ho infranto la maledizione, la magia nera che stava causando la malattia di Orico», ribatté Teidez, protendendosi in avanti con un sorriso soddisfatto. «Essa proveniva da questi animali malvagi… Erano un dono segreto dei roknari, inteso ad avvelenare lentamente il Roya. Adesso però li abbiamo sterminati e abbiamo ucciso la spia dei roknari… o almeno credo…» aggiunse, lanciandosi alle spalle un’occhiata dubbiosa.

Soltanto allora Cazaril notò l’ultimo corpo steso in fondo al corridoio. Umegat giaceva su un fianco, in un mucchio inerte, immobile al pari degli uccelli e dei velia, con accanto le carcasse delle volpi del deserto; in un primo tempo, non si era accorto di lui perché la limpida luce bianca che scaturiva dalla sua persona era spenta. Possibile che fosse davvero morto? Con un gemito, avanzò barcollando verso di lui e gli s’inginocchiò accanto: il lato sinistro della testa di Umegat era lacerato e la treccia di capelli brizzolati appariva arruffata e intrisa di sangue. La sua pelle era grigiastra quanto un vecchio straccio, ma il sangue filtrava ancora lentamente dalla ferita, quindi…

«Respira ancora?» domandò Teidez, avvicinandosi per sbirciare da sopra la spalla di Cazaril. «Quando si è rifiutato di lasciarci passare, il capitano lo ha colpito col pomo della spada…»

«Stolto, stolto, stolto ragazzo!»

«Non sono stolto! Era lui l’artefice di tutto questo», dichiarò Teidez, indicando Umegat. «Uno stregone roknari, inviato a prosciugare e a uccidere Orico.»

«Umegat è un Divino del Tempio», sibilò Cazaril. «È stato inviato qui dall’Ordine del Bastardo, perché si occupasse degli animali sacri, donati dal Dio per preservare Orico. Se non lo avete ucciso, è l’unica cosa positiva in questa carneficina.»

Per fortuna, sebbene le sue mani fossero gelide, Umegat respirava ancora, anche se in maniera affaticata e irregolare.

«No…» insistette Teidez, scuotendo il capo. «No, vi state sbagliando, non può essere…» Ma l’aria eroica ed esaltata cominciò a svanirgli dal volto.

Cazaril scattò in piedi, inducendo Teidez a indietreggiare leggermente e, nel girarsi, scoprì con sollievo che Palli lo aveva seguito, accompagnato da Ferda, il quale si stava guardando intorno con espressione stupefatta e inorridita.

Sapendo che l’amico avrebbe potuto prestare i primi soccorsi, Cazaril gli si rivolse: «Palli… Assumi il controllo qui e occupati degli stallieri feriti, soprattutto di questo, che potrebbe avere una frattura al cranio». E indicò Umegat. «Ferda», chiamò poi.

«Mio signore?»

«Corri al Tempio e trova l’Arcidivino Mendenal», gli ordinò Cazaril, certo che la divisa del giovane gli avrebbe consentito di entrare nei recinti sacri. «Devi vederlo immediatamente… Riferiscigli ciò che è successo qui, chiedendogli poi di mandare i medici del Tempio… In particolare, digli che Umegat ha bisogno di quella levatrice dell’Ordine della Madre, quella speciale. Lui capirà cosa intendo. Fa’ in fretta!»

«Dammi il tuo mantello e muoviti, ragazzo», aggiunse Palli, che si era già inginocchiato accanto a Umegat.

Gettato il proprio mantello al suo comandante, Ferda si girò di scatto e si allontanò prima che Palli avesse avuto il tempo di avvolgere l’indumento di lana grigia intorno al corpo del roknari.

Cazaril si concentrò su Teidez, il cui sguardo saettava all’intorno con crescente incertezza. Il giovane era indietreggiato verso la carcassa del leopardo: lo splendido pelo maculato nascondeva le ferite, contrassegnate soltanto dalle chiazze di sangue sui fianchi. Nel contemplare quell’animale, Cazaril si sorprese a ripensare al cadavere trafitto di dy Sanda.

«L’ho ucciso con la spada, perché era il simbolo regale della mia Casa, anche se era stregato», dichiarò Teidez. «L’ho fatto anche per mettere alla prova il mio coraggio… Quella bestia mi ha artigliato una gamba», aggiunse, chinandosi a massaggiarsi lo stinco destro, dove in effetti i calzoni neri apparivano laceri e insanguinati.

Teidez era l’Erede di Chalion, e il fratello di Iselle, quindi Cazaril non poteva — o almeno non doveva — desiderare che il felino gli avesse squarciato la gola. «Per i cinque Dei, come vi è venuta in mente un’assurdità del genere?» domandò.

«Non è un’assurdità! Sapevate anche voi che la malattia di Orico non aveva cause naturali! Ve l’ho letto in viso… Per i demoni del Bastardo, chiunque poteva accorgersene! Lord Dondo mi ha confidato il segreto, prima di morire. Io credo che sia stato assassinato proprio per impedire che questo segreto venisse alla luce, ma ormai era troppo tardi.»

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