L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
«Anch’io sarei disposto a pagare per evitare una cosa del genere», convenne Cazaril. «Vostra Reverenza… come mai non sono stato arrestato per l’assassinio di Dondo? Come ha fatto Umegat a evitarmi una condanna?»
«Assassinio? Non c’è stato nessun assassinio.»
«Chiedo scusa, ma quell’uomo è morto per mia mano, mediante magia di morte, atto che costituisce un crimine passibile di pena capitale.»
«Ah, sì, ora capisco. Gli ignoranti hanno una lunga serie d’idee errate in merito alla magia di morte, considerato che perfino il suo nome è sbagliato. Si tratta di una sottile sfumatura teologica. Tentare la magia di morte costituisce un crimine di premeditazione, di cospirazione, mentre una magia di morte coronata da successo non è affatto una magia di morte, bensì un miracolo di giustizia. Di conseguenza, essa non può essere considerata un crimine, perché è la mano del Dio a portar via la vittima. Insomma, il Roya non può certo mandare le sue guardie ad arrestare il Bastardo, giusto?»
«E credete che l’attuale Cancelliere di Chalion capirebbe questa distinzione?»
«Ah… no. È stato per questo che Umegat ha suggerito che il Tempio gestisse con la massima discrezione questa… faccenda molto complicata», spiegò Mendenal, grattandosi una guancia con aria sempre più preoccupata. «Inoltre, prima d’ora non era mai capitato che chi implorava un simile atto di giustizia sopravvivesse al miracolo e la distinzione, rimanendo sul piano teorico, era molto più nitida. Due miracoli… Non ho mai pensato che si potessero verificare due miracoli, è una cosa senza precedenti. La Signora della Primavera deve amarvi molto.»
«Come un mercante ama il mulo che trasporta il suo bagaglio, frustandolo per pungolarlo a superare gli alti passi montani», ribatté Cazaril, con amarezza.
L’Arcidivino assunse un’aria sgomenta, ma Clara abbozzò un sorriso di apprezzamento. Umegat avrebbe riso apertamente. Cazaril stava cominciando a capire per quale motivo Umegat amasse conversare con lui della loro condizione: soltanto i santi parlavano in quel modo degli Dei, giacché, su quell’argomento, ci si poteva scherzare sopra oppure mettersi a gridare di terrore. Tanto gli Dei avrebbero accolto con la stessa indifferenza entrambe le reazioni.
«Tuttavia Umegat era d’accordo con me in merito al fatto che una situazione così straordinaria doveva avere uno scopo altrettanto straordinario», obiettò Mendenal. «Non avete idea di cosa possa essere?»
«Io non so nulla, Arcidivino», replicò Cazaril, con voce tremante. «E ho…»
«Sì?» lo incoraggiò Mendenal.
Se lo dico ad alta voce, mi cederanno definitivamente i nervi,pensò Cazaril. Umettandosi le labbra, deglutì a fatica e infine si costrinse a completare la frase, con voce ridotta a un sussurro roco. «Ho molta paura»,confessò.
«Oh», mormorò l’Arcidivino, dopo un lungo momento di silenzio. «Ah… Sì, capisco che debba essere… Oh, se solo Umegat si svegliasse!»
«Mio signore dy Cazaril?» chiamò in quel momento l’Accolita della Madre, schiarendosi la gola con aria diffidente.
«Sì, Clara?»
«Credo di avere un messaggio per voi.»
«Come?»
«La scorsa notte, la Madre mi ha parlato in sogno. Non ne ero certa, perché, quando dormo, il mio cervello elabora fantasie sulla base di ciò che maggiormente occupa i miei pensieri, e io penso prevalentemente a lei. Per questo motivo, oggi avevo intenzione di parlarne con Umegat, per farmi guidare dai suoi consigli. In ogni caso, lei mi ha detto…» Trasse un profondo respiro, poi il suo viso si rasserenò. «Ha detto: ’Avverti il fedele corriere di mia Figlia di guardarsi soprattutto dalla disperazione’.»
«Sì?» commentò Cazaril, dopo un momento. «E…?» Se proprio gli Dei volevano prendersi il disturbo di mandargli un messaggio tramite i sogni di altre persone, avrebbe preferito qualcosa di meno ermetico!
«Questo è tutto.»
«Ne siete certa?» chiese Mendenal.
«Ecco… Potrebbe aver detto il fedele ’cortigiano’ di mia Figlia, o ’siniscalco’ o ’capitano’ o anche tutte e quattro le cose… Quella parte è offuscata, nella mia memoria.»
«In tal caso, chi sono gli altri tre uomini?» insistette Mendenal, perplesso.
Le parole della donna riecheggiavano quelle che la Provincara gli aveva rivolto a Valenda ed ebbero l’effetto di generare un senso di gelo nel ventre dolente di Cazaril. «Io… Sono io, Arcidivino, si tratta di me», disse. Con un inchino all’Accolita e a fatica, aggiunse: «Vi ringrazio, Clara. Pregate la vostra Signora per me».
L’Accolita rispose con un silenzioso sorriso pieno di comprensione e con un lieve cenno del capo.
Lasciata Clara a vegliare su Umegat, l’Arcidivino annunciò la sua intenzione di recarsi presso il Roya Orico e, con timida diffidenza, invitò Cazaril ad accompagnarlo fino allo Zangre. Grato per l’offerta, Cazaril lo seguì, scoprendo che l’ira e il terrore si erano da tempo esauriti, lasciandolo spossato e debole, al punto che, nello scendere le scale della galleria, le ginocchia gli cedettero e lui riuscì a impedire una rovinosa caduta soltanto aggrappandosi alla ringhiera. Con suo estremo imbarazzo, Mendenal insistette allora per farlo trasportare in cima alla collina sulla propria portantina, retta da quattro robusti Devoti, procedendo a piedi accanto a lui. Per tutto il tragitto, Cazaril si sentì uno stupido, e gli parve di attirare l’attenzione generale, ma dovette ammettere di provare anche un immenso senso di gratitudine.
Il colloquio che Cazaril aveva maggiormente temuto ebbe luogo soltanto dopo cena. Convocato tramite un paggio, salì con riluttanza nel salotto della Royesse, dove Iselle lo attendeva con aria tesa, insieme con Betriz. Neppure tutte le candele che ardevano nei supporti a specchio appesi alle pareti riuscivano a dissipare l’ombra scura che la circondava.
«Come sta Orico?» chiese Cazaril alle due dame, in tono ansioso, nel prendere posto sullo sgabello indicatogli da Iselle. Sapeva che non erano scese a cenare nella sala dei banchetti, rimanendo in compagnia della Royina e del malato Roya.
«Stasera pareva più calmo, soprattutto quando ha scoperto di non essere del tutto cieco… con l’occhio destro riesce a vedere la fiamma di una candela», rispose Betriz. «Peraltro non sta urinando adeguatamente e il suo medico pensa che ci sia il rischio d’idropisia. Senza dubbio, appare terribilmente gonfio.»
«Siete riuscita a vedere Teidez?» domandò ancora Cazaril, accennando col capo in direzione della Royesse.
«Sì, dopo che il Cancelliere dy Jironal lo ha strigliato per bene», sospirò Iselle. «Teidez era troppo sconvolto per essere razionale… Se fosse più giovane lo avrei accusato di essere soltanto capriccioso. Mi dispiace che ormai sia troppo cresciuto per poterlo prendere a schiaffi. Rifiuta di mangiare, scaglia oggetti, contro i servitori e, ora che ha il permesso di lasciare le sue camere, rifiuta di uscire. Quando si comporta così, bisogna lasciarlo stare. Domattina sarà senza dubbio più calmo.» Fissò Cazaril con occhi socchiusi. «Ora ditemi, mio signore… Da quanto tempo sapete di questa nera maledizione che aleggia su Orico?»
«Sara ve ne ha parlato…»
«Sì.»
«Cosa vi ha detto, esattamente?»
Iselle narrò in modo abbastanza preciso la storia di Fonsa e del Generale Dorato e parlò dell’eredità di sfortuna causata da essa, un’eredità passata a Ias e poi a Orico. Tuttavia non accennò a se stessa o a Teidez.
«In tal caso, conoscete una metà dei fatti», commentò Cazaril.