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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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«Già», replicò Cazaril, a denti stretti. «La scorsa notte, dy Joal ha cercato di usare il coltello in vostra vece, ma adesso sa che la prossima volta dovrà chiedervi di più per i suoi servigi, perché si tratta di un lavoro rischioso.» Un bagliore di comprensione affiorò nello sguardo di dy Jironal e, nel notarlo, Cazaril si costrinse a trarre un profondo respiro per controllarsi. Quella situazione stava facendo affiorare in maniera troppo netta l’ostilità tra loro… e l’ultima cosa di cui lui aveva bisogno era trovarsi al centro dell’attenzione di dy Jironal. «In ogni caso, chi sia il responsabile non è un mistero: Teidez afferma che il vostro caro fratello Dondo aveva complottato questa follia con lui, prima di morire.»

Dy Jironal indietreggiò di un passo, sgranando gli occhi.

«E adesso, mi piacerebbe veramente sapere una cosa… E la chiedo a voi, dato che vi trovate nella posizione di conoscere la risposta… Dondo era al corrente di ciò che il serraglio faceva per Orico?» chiese Cazaril.

«Voi che ne sapete?» ribatté dy Jironal, fissandolo negli occhi.

«Ormai è una cosa di dominio pubblico, allo Zangre, dato che Orico è stato colpito da improvvisa cecità ed è crollato dalla sedia nel momento stesso in cui le sue creature morivano. Sara e le sue dame lo hanno messo a letto, mandando poi a chiamare i medici del Tempio», rispose Cazaril, eludendo la domanda. Dy Jironal impallidì e si girò di scatto, avviandosi verso i cancelli dello Zangre, senza soffermarsi a chiedere notizie di Umegat.

Cazaril rifletté che il Cancelliere doveva sapere qual era l’effetto del serraglio, ma si chiese altresì se avesse compreso come funzionava la cosa. Scuotendo il capo, perplesso, si avviò nella direzione opposta a quella presa dal Cancelliere, affrontando un altro stancante tragitto fino in città.

A Cardegoss, il Tempio Ospedale della Misericordia della Madre era stato ricavato in una vasta e antica dimora, lasciata in eredità all’Ordine da una pia vedova, e sorgeva nella strada retrostante la Piazza del Tempio, alle spalle della Casa della Madre. Addentratosi in quella sorta di labirinto, Cazaril rintracciò Palli e Umegat in una galleria del secondo piano, al di sopra di un cortile interno, individuando infine la camera grazie alla presenza dei fratelli dy Gura, di guardia davanti alla porta chiusa. Al suo arrivo, i due lo salutarono e lo lasciarono entrare.

Trovò Umegat ancora privo di sensi, disteso su un letto con accanto una donna dai capelli bianchi, che indossava le vesti verdi di un medico del Tempio, intenta a ricucire la lacerazione al cuoio capelluto. Era assistita dalla familiare Devota di mezz’età dall’aria triste, avvolta in un chiarore iridescente che non aveva nulla a che vedere col verde delle sue vestì, una luce che Cazaril era in grado di scorgere anche con gli occhi chiusi. L’Arcidivino di Cardegoss in persona, abbigliato con le consuete vesti a cinque colori, era fermo accanto al letto, mentre Palli se ne stava appoggiato alla parete con le braccia conserte. Quando vide Cazaril, il volto gli si rasserenò e lui si mosse per andargli incontro.

«Come sta?» mormorò Cazaril.

«Quel poveretto è ancora svenuto», rispose Palli. «Deve aver ricevuto un colpo davvero violento. Come vanno le cose, al castello?»

Mentre Cazaril gli riferiva la notizia dell’improvviso collasso di Orico, l’Arcidivino Mendenal si avvicinò per ascoltare, e il medico lanciò loro un’occhiata da sopra la spalla. «Siete stato informato di quanto è successo, Arcidivino?» chiese infine.

«Oh, sì. Raggiungerò i medici di Orico allo Zangre non appena mi sarà possibile», rispose Mendenal.

Se pure era incuriosito dal fatto che uno stalliere ferito meritasse l’interessamento dell’Arcidivino più del Roya, il medico non lo diede a vedere se non con un lieve inarcarsi delle sopracciglia. Applicato l’ultimo punto, immerse un panno in una bacinella per lavare via le incrostazioni di sangue dalla tempia rasata, poi si asciugò le mani, sollevò le palpebre di Umegat per controllare gli occhi, rovesciati all’indietro nelle orbite, e si raddrizzò, cedendo il posto alla levatrice della Madre, che provvide a raccogliere la treccia sinistra tagliata a Umegat e il resto delle attrezzature, ripulendo la stanza.

«Allora?» domandò l’Arcidivino Mendenal al medico, serrandosi le mani con fare ansioso.

«Il cranio non risulta fratturato al tatto e lascerò la ferita scoperta per meglio controllare eventuali emorragie o segni di gonfiore. Per il momento, non posso dire altro, finché non si sveglierà. Fino ad allora, possiamo solo tenerlo al caldo e sorvegliarlo.»

«Quando pensate che si riprenderà?»

Il medico si girò a fissare il paziente con aria dubbiosa, imitato da Cazaril. Curato e schizzinoso com’era abitualmente, Umegat avrebbe detestato vedersi arruffato, rasato a metà e del tutto inerte. La sua pelle aveva ancora un colore grigiastro che, a causa della sua dorata carnagione roknari, lo faceva somigliare a uno straccio sporco, e il respiro era affaticato, il che non era un buon segno. Sul campo, Cazaril aveva visto uomini nelle sue condizioni riprendersi e guarire, ma ne aveva anche visti molti altri morire.

«Non sono in grado di dirlo», replicò infine il medico, con una diagnosi che corrispondeva a quella di Cazaril.

«Allora lasciateci soli. Per ora, provvederà l’Accolita a vegliarlo.»

«Sì, Vostra Reverenza», annuì il medico, inchinandosi, poi prese i suoi strumenti e, rivolta alla levatrice, ordinò: «Mandami a chiamare immediatamente se dovesse svegliarsi, o se insorgesse la febbre, o nel caso sia assalito dalle convulsioni».

«Lord dy Palliar, vi ringrazio per il vostro aiuto», disse l’Arcidivino. «Lord Cazaril, per favore, trattenetevi ancora un momento.»

«Non c’è di che, Vostra Reverenza», replicò Palli. Dopo un momento, rendendosi conto che gli era stato chiesto di andarsene, aggiunse: «Ah… Caz, se non hai bisogno di altro…?»

«Per ora no.»

«In tal caso, forse è bene che faccia ritorno alla Casa della Figlia. Se avessi bisogno di qualcosa, mandami a chiamare là, o a Palazzo Yarrin, e ti raggiungerò subito. Inoltre, non dovresti andare in giro da solo», aggiunse, scoccandogli un’occhiata severa, per accertarsi che le sue parole venissero interpretate come un ordine e non come un mero suggerimento. Inchinatosi a sua volta, aprì la porta e lasciò uscire per primo il medico, avviandosi per seguirlo.

Non appena il battente si fu richiuso, Mendenal si girò verso Cazaril, le mani protese in un atteggiamento di supplica. «Lord Cazaril, cosa dobbiamo fare?»

«Per i cinque Dei, voi lo chiedete a me?» esclamò Cazaril.

«Lord Cazaril… Io sono Arcidivino di Cardegoss da appena due anni, e credo di essere stato scelto perché sono un buon amministratore, ma anche per compiacere la mia famiglia, considerato che mio padre e mio fratello sono stati potenti Provincar», replicò l’Arcidivino, con un sorriso contrito. «Sono stato votato all’Ordine del Bastardo quando avevo quattordici anni, con una sostanziosa dote elargita da mio padre per garantire il mio sostentamento e la mia carriera. Da allora, ho servito fedelmente gli Dei per tutta la mia vita, però… essi non mi parlano.» Spostò lo sguardo sulla levatrice dell’Ordine della Madre, con una strana espressione di disperata invidia, benché priva di qualsiasi ostilità. «Quando un uomo devoto ma comune si viene a trovare nella stessa stanza con tre santi, chiede istruzioni e non finge d’impartirne, se gli rimane un po’ di buon senso.»

«Io non sono…» cominciò Cazaril, ma si costrinse a soffocare quella protesta. La definizione teologica della sua condizione non era certo una priorità, in quel momento… Be’, una cosa, però, era certa: se il suo era uno stato di santità, allora gli Dei avevano superato loro stessi nell’inventare forme di dannazione. «Onorevole Accolita… Chiedo scusa, ma ho dimenticato come vi chiamate…»

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