L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
Alcune volte, nel pieno della battaglia, gli era capitato di vedere uomini cedere alla furia, ma, prima di quella sera, non aveva mai immaginato come ci si sentisse e nessuno gli aveva detto che si trattava di una sensazione esaltante, come quella indotta dal vino o dal sesso. Senza dubbio si era trattato di una reazione insolita, ma naturale, alla tensione nervosa e alla paura, tutte cose radunate in poco tempo e poco spazio. No, non poteva essere stata una forza innaturale a spingerlo ad agire in quel modo… Il suo comportamento non poteva dipendere dalla «cosa» che aveva nel ventre, che lo aveva provocato e ingannato, cercando di spingerlo incontro alla morte, e alla propria liberazione…
Oh.
Sapevi già che cosa avevi fatto a Dondo. Adesso sai quello che lui sta facendo a te.
17
Fu per puro caso, a tarda ora della mattina successiva, che Cazaril vide Orico oltrepassare il portone dello Zangre, diretto al serraglio, con la sola scorta di un paggio. Allora ripose in una tasca interna della sopravveste la lettera che stava portando all’ufficio della Cancelleria e si allontanò dalla Torre di Ias per seguire il Roya.
Il ciambellano di Orico aveva rifiutato di disturbarlo durante il sonnellino successivo alla colazione, ma, a quanto pareva, il Roya si era destato e stava andando a cercare conforto presso i suoi animali. Chiedendosi se il Roya si fosse svegliato in preda a un’emicrania pari a quella che stava affliggendo lui, Cazaril attraversò il cortile con passo deciso e ripassò mentalmente le sue argomentazioni. Se il Roya si fosse dimostrato timoroso di agire, allora gli avrebbe fatto notare che ciò equivaleva a cedere all’influenza malvagia della maledizione; se invece avesse affermato che i fratellastri erano troppo giovani, lui avrebbe ribattuto che lo erano troppo anche per essere convocati a Cardegoss. Fatto stava che erano lì, quindi, se non era in grado di proteggerli, almeno aveva un obbligo, sia verso di loro sia nei confronti di Chalion: doveva metterli al corrente del pericolo che correvano. Cazaril aveva poi intenzione di chiamare Umegat, perché confermasse che il Roya non poteva tenere per sé la maledizione. Non li mandate in battaglia alla cieca. Così Cazaril avrebbe implorato Orico, nella speranza che la supplica di Palli avesse sul cuore del Roya lo stesso effetto che aveva avuto sul suo. E in caso contrario… Se si addossava il compito di rivelare quel segreto, doveva parlarne prima con Teidez, in qualità di Erede di Chalion, e poi chiederne l’aiuto per proteggere sua sorella? Oppure doveva rivolgersi a Iselle, domandandone l’appoggio per gestire il più difficile Teidez? Quest’ultima strada gli avrebbe permesso di nascondere la propria complicità dietro le gonne della Royesse, ma soltanto se il segreto della sua colpa fosse sfuggito all’esame della sua mente acuta.
Un rumore di zoccoli lo strappò alle sue riflessioni, e lo indusse a sollevare lo sguardo appena in tempo per spostarsi dalla traiettoria di un gruppo di cavalieri che stava uscendo dalle stalle. Il Royse Teidez, in sella al suo splendido cavallo nero, era in testa a un gruppo di guardie baociane, composto dal capitano e da due uomini. Il volto rotondo del Royse, colpito dai raggi del sole invernale, appariva pallido sullo sfondo dell’abbigliamento lavanda e nero. Ma il sole fece anche scintillare lo smeraldo sulla mano del capitano, sollevata in un gesto di risposta al cortese saluto di Cazaril.
«Dove state andando, Royse? Uscite a caccia?» chiese, notando che tutti erano armati con lance, balestre, spade e randelli.
«No, facciamo una galoppata fino al fiume», rispose Teidez, frenando il cavallo nervoso e scoccando a Cazaril una fugace occhiata. «Stamattina lo Zangre è… soffocante.»
In effetti, la caccia non era vista di buon occhio in un periodo di lutto… Ma se si fossero imbattuti in un paio di daini, Teidez e i suoi compagni non avrebbero esitato ad accettare quel dono degli Dei.
«Capisco», annuì Cazaril, reprimendo un sorriso. «Un po’ di moto farà bene ai cavalli.» Si ritrasse un poco, perché Teidez fece per spronare la cavalcatura e aggiunse: «Royse… Più tardi vi vorrei parlare riguardo alla questione che tanto vi preoccupava ieri».
Teidez rispose con un vago cenno della mano e con uno sguardo accigliato che forse non era un assenso. Cazaril si accontentò e gli rivolse un inchino di saluto. Poi il gruppetto lasciò il cortile delle stalle.
Fu in quell’istante che Cazaril dovette piegarsi di scatto in avanti, gemendo. Era stato colto da un crampo al ventre di violenza inusitata, doloroso quanto il calcio degli zoccoli posteriori di un cavallo e tanto intenso da togliergli il respiro. Da quel punto, si propagò una serie di onde di dolore che gli causarono spasmi brucianti in tutto il corpo, fino al palmo delle mani e alla pianta dei piedi. Nella sua mente affiorò l’orribile visione del demone ipotizzato da Rojeras, un demone che si preparava ad aprirsi un varco a colpi di artigli attraverso il suo corpo. Era un’unica creatura oppure erano due? Non essendoci corpi a separare i due spiriti, ed essendo essi bloccati dalla pressione del miracolo operato dalla Signora, era forse possibile che Dondo e il demone avessero cominciato a fondersi, creando un singolo, orribile essere? Dopotutto, lui continuava ad avvertire soltanto una voce, e non due, che gli inveiva contro di notte. Sotto l’aggressione di quelle fitte lancinanti, le ginocchia gli cedettero e lui crollò sull’acciottolato gelido, traendo a fatica un affannoso respiro, mentre il mondo sembrava roteargli intorno.
Dopo qualche minuto, un’ombra che esalava un intenso odore di cavallo apparve vicino alla sua spalla e una voce brusca gli risuonò all’orecchio. «Mio signore, state bene?»
Sbattendo le palpebre per schiarirsi la vista, Cazaril scopri che uno degli stallieri, un individuo di mezz’età dai denti marci, si stava chinando su di lui.
«Non… proprio», riuscì a rispondere.
«Non volete rientrare?»
«Sì… Suppongo di sì…»
Puntellandolo con una mano sotto il gomito, lo stalliere lo aiutò ad alzarsi e lo sostenne per tutto il tragitto fino al corpo principale del palazzo.
«Aspetta», ansimò Cazaril, una volta giunti alla base delle scale. «Non ancora…» E si sedette pesantemente sui gradini.
«Devo chiamare qualcuno perché vi assista, mio signore?» chiese lo stalliere, dopo un imbarazzante silenzio. «Io dovrei tornare al mio lavoro…»
«È… solo uno spasmo, passerà tra qualche minuto. A dire il vero, mi sento già meglio, quindi puoi andartene.» In effetti, il dolore si stava attenuando. Adesso si sentiva accaldato e… strano.
Lo stalliere lo fissò con espressione incerta e accigliata, poi però annuì e se ne andò.
A poco a poco, seduto sui gradini, Cazaril cominciò a ritrovare il fiato e l’equilibrio, arrivando infine a raddrizzare di nuovo la schiena, mentre intorno a lui il mondo smetteva di vorticare. Un paio dei suoi consueti spettri sbucarono dalle pareti e si fermarono ai suoi piedi, in un atteggiamento insolitamente passivo. Adocchiandoli, fermi nell’ombra della scala, Cazaril si trovò a riflettere sulla gelida, solitaria dannazione cui erano destinati: la lenta erosione, la perdita progressiva di tutto ciò che li aveva resi uomini e donne… Cosa si provava, sentendo il proprio spirito che marciva a poco a poco, come marcisce la carne di un cadavere? Quegli spettri erano consapevoli del loro deterioramento, oppure anche la percezione di sé svaniva, misericordiosamente, col passare del tempo? Il leggendario inferno del Bastardo, con tutti i suoi supposti tormenti, sembrava quasi un paradiso rispetto a una sorte del genere.
«Cazaril!» esclamò una voce sorpresa, inducendolo a sollevare lo sguardo.