L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
«Sì, molto tempo!» approvò il giornalista.
«Signor Spilett,» disse allora Pencroff «invece di ritornare a bordo, penso che sia meglio passare la notte in questa abitazione.»
«Avete ragione, Pencroff,» rispose Gedeon Spilett «ma se il suo proprietario ritorna, be’, forse non si lagnerà di trovar preso il suo posto!»
«Non ritornerà!» disse il marinaio, crollando il capo.
«Credete che abbia lasciato l’isola?» chiese il cronista.
«Se avesse abbandonato l’isola, avrebbe portato seco le armi e gli utensili» rispose Pencroff. «Voi sapete il valore che i naufraghi danno a tali oggetti, che sono gli ultimi avanzi del naufragio. No, no!» ripeté il marinaio con accento di convinzione «No, non ha lasciato l’isola! Se si fosse salvato su di una barca costruita da lui stesso, avrebbe ancor meno abbandonato questi oggetti di prima necessità! No, egli è nell’isola!»
«Vivo?…» domandò Harbert.
«Vivo o morto. Ma se è morto, non si sarà sotterrato da sé, suppongo,» rispose Pencroff «e ne ritroveremo almeno i resti!»
Fu, dunque, deciso di passare la notte nell’abitazione abbandonata, che poteva essere sufficientemente riscaldata mediante una provvista di legna trovata in un canto. Chiusa la porta, Pencroff, Harbert e Gedeon Spilett, seduti su di una panca, rimasero là, parlando poco, ma riflettendo molto. Essi si trovavano in una disposizione di spirito atta a supporre come ad attendersi qualsiasi cosa, e ascoltavano attentamente i rumori esterni. La porta avrebbe potuto aprirsi improvvisamente, e un uomo presentarsi a loro, che non ne sarebbero stati sorpresi, malgrado quanto quella dimora rivelava di abbandono, e avevano le mani pronte a stringere quelle di quell’uomo, di quel naufrago, di quell’amico sconosciuto, che era aspettato da amici!
Ma nessun rumore si fece udire, la porta non s’aperse e le ore trascorsero così.
Come sembrò lunga quella notte al marinaio e ai suoi due compagni! Harbert solo aveva dormito un paio d’ore, giacché alla sua età il sonno è un bisogno assoluto. Tutti e tre avevano fretta di riprendere l’esplorazione del giorno prima e di frugare quell’isolotto fin nei suoi angoli più segreti! Le deduzioni di Pencroff erano assolutamente giuste, ed era quasi certo che, essendo la casa abbandonata con gli utensili e le armi, l’ospite era perito. Conveniva, dunque, cercarne i resti e dar loro almeno sepoltura cristiana.
Sorse il giorno, Pencroff e i suoi compagni procedettero immediatamente all’esame dell’abitazione.
Era stata costruita in una posizione veramente felice, dietro a una collinetta ombreggiata da cinque o sei magnifiche acacie gommifere. Attraverso gli alberi, davanti alla facciata, la scure aveva aperto una vasta radura, che permetteva agli sguardi di spaziare sul mare aperto. Un tappeto erboso, fiancheggiato da un recinto di legno che cadeva in rovina, conduceva alla spiaggia, sulla sinistra della quale s’apriva la foce del ruscello.
Quell’abitazione era stata fatta con assi ed era facile indovinare che esse provenivano dallo scafo o dal ponte d’una nave. Era, dunque, probabile che un bastimento disalberato fosse stato gettato sulla costa dell’isola, che un solo uomo dell’equipaggio si fosse salvato e che con i rottami della nave, quell’uomo, avendo degli attrezzi a sua disposizione, avesse costruito quella dimora.
Questo divenne anche più evidente quando Gedeon Spilett, dopo aver fatto il giro dell’abitazione, vide su di una tavola, forse una di quelle che formavano l’impavesata del bastimento naufragato, queste lettere già cancellate a metà:
BR. TAN. A
«Britannia!» esclamò Pencroff, chiamato dal giornalista «è un nome comune a molti velieri, e non potrei dire se questo era inglese o americano!»
«Poco importa, Pencroff!»
«Poco importa, infatti,» rispose il marinaio; «e il superstite del suo equipaggio, se vive ancora, noi lo salveremo, a qualunque Paese appartenga! Ma, prima di ricominciare la nostra esplorazione, ritorniamo al Bonadventure!»
Una specie d’inquietudine s’era impadronita di Pencroff per la sorte della sua imbarcazione. Se l’isolotto era abitato e se qualche abitante se ne fosse impadronito… Ma finì per alzar le spalle a quest’inverosimile supposizione.
Fatto sta, che al marinaio non spiaceva d’andare a far colazione a bordo. La strada, già tutta tracciata, del resto, non era lunga: un miglio appena. Fu ripreso, dunque, il cammino, pur frugando sempre con lo sguardo i boschi e i cedui, attraverso i quali capre e porci fuggivano a centinaia.
Venti minuti dopo aver lasciato l’abitazione, Pencroff e i suoi compagni rivedevano la costa dell’isola e il Bonadventure, assicurato all’ancora, che mordeva profondamente la sabbia.
Pencroff non poté trattenere un sospiro di soddisfazione. Dopo tutto, quell’imbarcazione era sua figlia, e la condizione dei padri è quella d’essere spesso inquieti oltre il ragionevole.
I tre coloni risalirono a bordo, fecero colazione in modo da non aver bisogno di pranzare che molto tardi, poi, terminato il pasto, l’esplorazione venne ripresa e condotta con la cura più minuziosa.
Insomma, era assai probabile che l’unico abitante dell’isolotto fosse morto. Perciò era piuttosto un morto che un vivo colui del quale Pencroff e i compagni cercavano le tracce! Ma le loro ricerche furono vane, e, per buona metà della giornata, perlustrarono inutilmente le macchie d’alberi che coprivano l’isolotto. Bisognò proprio ammettere allora che, se il naufrago era morto, non restava più ormai alcuna traccia del suo cadavere e che qualche belva, indubbiamente, l’aveva divorato fino all’ultimo osso.
«Ripartiremo domani allo spuntar del giorno» disse Pencroff ai compagni, che verso le due dopo mezzogiorno si coricarono all’ombra d’un gruppo di pini, per riposarsi un poco.
«Credo che possiamo senza scrupoli portar con noi gli utensili appartenuti al naufrago» soggiunse Harbert.
«Lo credo anch’io» disse Gedeon Spilett. «Queste armi, questi arnesi, completeranno il materiale di GraniteHouse. Se non m’inganno, la riserva di polvere e di piombo è importante.»
«Sì,» rispose Pencroff «ma non dimentichiamo di catturare una o due coppie di questi porci, di cui l’isola di Lincoln è priva…»
«Né di raccogliere queste sementi,» aggiunse Harbert «che ci daranno tutte le verdure del vecchio e del nuovo continente.»
«Allora, sarebbe forse opportuno rimanere un giorno di più sull’isola di Tabor,» disse il cronista «allo scopo di raccogliervi tutto quello che ci può essere utile.»
«No, signor Spilett» rispose Pencroff; «io vi chiedo di partire proprio domani, allo spuntar del giorno. Mi pare che il vento abbia tendenza a girare ad ovest, e, dopo aver avuto buon vento per venire, avremo buon vento anche per ritornare.»
«Allora non perdiamo tempo!» disse Harbert alzandosi.
«Non perdiamo tempo» rispose Pencroff. «Tu Harbert, occupati di raccogliere le sementi, che conosci meglio di noi. Intanto, il signor Spilett e io andremo a dar la caccia ai porci, e benché ci manchi Top, spero bene che riusciremo a catturarne alcuni!»
Harbert s’avviò, dunque, per il sentiero che doveva ricondurlo verso la parte coltivata dell’isolotto, mentre il marinaio e il giornalista rientravano direttamente nella foresta.
Molti esemplari della razza porcina fuggirono dinanzi a essi; quegli animali, singolarmente agili, non sembravano disposti a lasciarsi avvicinare. Ciò nonostante, dopo una mezz’ora di inseguimenti, i cacciatori erano riusciti a impadronirsi d’una coppia, che s’era rintanata in un ceduo fitto, quando delle grida risuonarono a qualche centinaio di passi, a nord dell’isolotto. A quelle grida si mescolavano urla rauche orribili, che non avevano nulla di umano.
Pencroff e Gedeon Spilett si rialzarono e i porci approfittarono di quel movimento per scappare, proprio mentre il marinaio si preparava a legarli.