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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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«Harbert,» disse l’ingegnere «hai ragione di attribuire una grande importanza a questo fatto. L’infelice non dev’essere incurabile: la sola disperazione ne ha fatto quello che è. Ma qui egli ritroverà i suoi simili e poiché c’è ancora un’anima in lui, quest’anima noi la salveremo!»

Il naufrago dell’isola di Tabor, fra la grande pietà dell’ingegnere e il grande stupore di Nab, fu allora tratto fuori dalla cabina, che occupava a prua del Bonadventure e una volta messo a terra, manifestò a tutta prima la volontà di fuggire.

Ma Cyrus Smith, avvicinatosi, gli mise la mano sulla spalla con un gesto pieno d’autorità e lo guardò con infinita dolcezza. Il disgraziato, subendo come una specie di fascino istantaneo, si calmò a poco a poco, abbassò gli occhi, chinò la fronte e non oppose più alcuna resistenza.

«Povero abbandonato!» mormorò l’ingegnere.

Cyrus Smith l’aveva osservato attentamente. A giudicare dall’apparenza, quell’essere miserabile non aveva più niente di umano, e nondimeno Cyrus Smith, come già il giornalista, aveva sorpreso nel suo sguardo quasi un inafferrabile barlume d’intelligenza.

Fu deciso che l’abbandonato, o piuttosto lo sconosciuto, giacché con questo nome i suoi nuovi compagni cominciarono a designarlo, avrebbe dimorato in una delle stanze di GraniteHouse, da cui, del resto, non poteva scappare. Egli vi si lasciò condurre senza difficoltà. Con un buon trattamento si poteva forse sperare di farne un giorno un compagno di più per i coloni dell’isola di Lincoln.

Cyrus Smith, durante la colazione, che Nab aveva anticipata perché il giornalista, Harbert e Pencroff morivano di fame, si fece raccontare particolareggiatamente tutti gli avvenimenti che avevano accompagnato il viaggio di esplorazione all’isolotto. Fu d’accordo con i suoi amici sul fatto che lo sconosciuto doveva essere inglese o americano, perché il nome Britannici lo faceva pensare; e d’altronde, attraverso la barba incolta e sotto l’arruffìo della capigliatura, l’ingegnere aveva creduto di riconoscere i tratti caratteristici dell’anglosassone.

«Ma, insomma,» disse Gedeon Spilett rivolgendosi ad Harbert «tu non ci hai detto come hai incontrato il selvaggio e noi non sappiamo nulla, se non ch’egli ti avrebbe strangolato, se non fossimo fortunatamente arrivati in tempo per soccorrerti!»

«In fede mia,» rispose Harbert «sarei molto imbarazzato a raccontare quel ch’è accaduto. Stavo facendo la mia raccolta di piante, quando ho sentito come il rumore di una valanga, che cadeva da un albero altissimo. Ebbi appena il tempo di voltarmi. Questo disgraziato, ch’era senza dubbio rannicchiato su di un albero, si precipitò su di me in men che non si dica, e senza il signor Spilett e Pencroff…»

«Figlio mio!» disse Cyrus Smith «tu hai corso un vero e serio pericolo, ma senza di esso, forse, questo povero essere si sarebbe sempre sottratto alle vostre ricerche e noi non avremmo un altro compagno.»

«Voi, dunque, sperate, Cyrus, di riuscire a rifarne un uomo?» domandò il giornalista.

«Sì» rispose l’ingegnere.

A colazione ultimata, Cyrus Smith e i compagni lasciarono GraniteHouse e tornarono alla spiaggia.

Scaricarono il Bonadventure e l’ingegnere esaminò armi e attrezzi, ma non fu in grado di identificare lo sconosciuto.

La cattura dei porci fatta all’isolotto fu considerata come estremamente utile all’isola di Lincoln. Gli animali vennero condotti alle stalle, ove si sarebbero acclimatati facilmente.

I due barili, contenenti polvere e piombo, come pure i pacchetti d’esca, furono accolti con gioia. Fu convenuto, anzi, di creare una piccola polveriera o fuori di GraniteHouse, oppure nella caverna superiore, ove non c’era alcuna esplosione da temere. Tuttavia, l’uso della pirossilina fu continuato, poiché dava eccellenti risultati e non c’era, quindi, alcuna ragione di sostituirla con la polvere ordinaria.

Quando si finì di scaricare l’imbarcazione:

«Signor Cyrus,» disse Pencroff «penso che sarebbe prudente mettere il nostro Bonadventure in luogo sicuro.»

«La foce del Mercy non è, dunque, un luogo conveniente?» domandò Cyrus Smith.

«No, signor Cyrus» rispose il marinaio. «La barca, qui, rimane per lo più in secco sulla sabbia e questo l’affatica. Perché si tratta di una buona imbarcazione, vedete; che si è mirabilmente comportata durante la burrasca che ci ha violentemente assaliti al ritorno.»

«Non si potrebbe ormeggiarla nel fiume?»

«Indubbiamente, signor Cyrus; si potrebbe, ma questa foce non offre alcun riparo e credo che il Bonadventure avrebbe da soffrire molto i colpi di mare, con il vento di levante.»

«Ebbene, dove vorreste metterlo, Pencroff?»

«A Porto Pallone» rispose il marinaio. «Quella piccola cala, riparata dalle rocce, mi pare appunto il luogo più indicato.»

«Non è un po’ lontano?»

«Bah! Non si trova a più di tre miglia da GraniteHouse, e abbiamo una bella strada tutta diritta per andarci!»

«Fate pure, Pencroff, e conducete là il vostro Bonadventure» rispose l’ingegnere. «Tuttavia, preferirei che esso fosse sotto la nostra più immediata sorveglianza. Quando avremo tempo, bisognerà che gli prepariamo un piccolo porto.»

«Eccellente idea» esclamò Pencroff. «Un porto con un faro, un molo e un bacino di carenaggio! Ah, signor Cyrus, con voi tutto diventa davvero fin troppo facile!»

«Sì, mio bravo Pencroff» rispose l’ingegnere; «ma a condizione, però, che mi aiutiate, giacché entrate per tre quarti nelle nostre imprese!»

Harbert e il marinaio si imbarcarono di nuovo sul Bonadventure; fu levata l’ancora, alzata la vela, e il vento del largo lo condusse rapidamente al capo Artiglio. Due ore dopo, esso riposava nelle acque tranquille di Porto Pallone. Durante i primi giorni che lo sconosciuto passò a GraniteHouse, aveva già lasciato sperare che la sua selvaggia natura si sarebbe modificata? Una luce più intensa brillava forse in fondo a quell’intelletto offuscato? L’anima, insomma, ritornava al corpo? Sì, certamente, e a tal punto, che Cyrus Smith e il cronista si domandarono se la ragione dell’infelice non fosse stata mai interamente spenta.

Dapprima, abituato all’aria aperta, alla libertà illimitata di cui godeva all’isola di Tabor, lo sconosciuto aveva manifestato dei sordi furori, e i coloni temettero che si precipitasse sul greto da una finestra di GraniteHouse. Ma a poco a poco si calmò e fu possibile lasciargli libertà di movimento.

C’era, dunque, da sperare, e molto. Già, dimenticando i suoi istinti di carnivoro, lo sconosciuto accettava un cibo meno bestiale di quello di cui si era pasciuto all’isolotto, e la carne cotta non produceva più su di lui il senso di repulsione manifestato a bordo del Bonadventure.

Cyrus Smith aveva approfittato di un momento di sonno per tagliargli quella capigliatura e quella barba incolte, che formavano una specie di criniera e gli conferivano un aspetto tanto selvaggio. Lo aveva pure vestito più decentemente, dopo averlo sbarazzato del brandello di stoffa che lo copriva. Dopo queste cure, lo sconosciuto riprese un’apparenza umana, e parve persino che i suoi occhi fossero divenuti più dolci. Certamente, un tempo, quando l’intelligenza lo illuminava, il volto di quell’uomo doveva avere una sua bellezza. Ogni giorno, Cyrus Smith s’impose il compito di passare alcune ore in sua compagnia. Si metteva a lavorare vicino a lui e s’occupava di diverse cose, per attirare la sua attenzione. Poteva, infatti, bastare un lampo per far rivivere quell’anima, un ricordo che attraversasse quel cervello, per richiamarvi la ragione. S’era visto, del resto, durante la tempesta, a bordo del Bonadventure! L’ingegnere non trascurava, inoltre, di parlare ad alta voce, in modo da penetrare contemporaneamente, per mezzo degli organi dell’udito e della vista, sino in fondo a quell’intelligenza intorpidita. Ora l’uno, ora l’altro dei suoi compagni, qualche volta tutti, s’univano a lui. Conversavano principalmente di cose riguardanti la marina, che più dovevano interessare un marinaio. A momenti, lo sconosciuto prestava come una vaga attenzione a quel che i coloni dicevano, tanto che questi giunsero in breve a persuadersi ch’egli li comprendeva in parte. Alle volte l’espressione del suo viso era profondamente dolorosa, prova che soffriva internamente, giacché la sua fisionomia non poteva ingannare a quel punto; ma non parlava, benché a diverse riprese si fosse potuto credere che qualche parola stesse per sfuggire dalle sue labbra.

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