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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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Comunque, il povero essere era calmo e triste! Ma la sua calma era forse solo apparente? La sua tristezza non era forse altro che la conseguenza della reclusione forzata? Non si poteva ancora affermare nulla. Non vedendo che certi oggetti e in un campo limitato, continuamente a contatto dei coloni, ai quali doveva finire con l’abituarsi, non avendo alcun desiderio da soddisfare, nutrito meglio, meglio vestito, era naturale che la sua natura fisica si modificasse a poco a poco; ma era egli penetrato d’una vita nuova, oppure, per adoperare una parola che poteva giustamente applicarsi a lui, non s’era che addomesticato come un animale nei confronti del suo padrone? Questo era un problema importante, che Cyrus Smith aveva fretta di risolvere; ma, nello stesso tempo, non voleva irritare il suo malato! Per lui, infatti, lo sconosciuto non era che un malato. Sarebbe mai diventato un convalescente?

L’ingegnere l’osservava continuamente. Come spiava la sua anima, se così si può dire! Com’era pronto ad afferrarla!

I coloni seguivano, con sincera emozione, tutte le fasi della cura intrapresa da Cyrus Smith. Lo aiutavano anche in quell’opera di umanità, e tutti, salvo, forse, l’incredulo Pencroff, giunsero presto a condividere la sua speranza e la sua fede.

La calma dello sconosciuto era profonda, come s’è detto, ed egli mostrava per l’ingegnere, di cui subiva visibilmente l’influenza, una specie di affezione. Cyrus Smith risolse, dunque, di metterlo alla prova, trasportandolo in un altro ambiente, dinanzi a quell’oceano che i suoi occhi avevano una volta l’abitudine di contemplare, al limitare di boschi, che dovevano ricordargli quelli dove aveva passato tanti anni della sua vita!

«Ma,» disse Gedeon Spilett «possiamo sperare che, una volta in libertà, non ci scappi?»

«È un esperimento da fare» rispose l’ingegnere.

«Bene!» disse Pencroff «quando questo bel tipo avrà lo spazio innanzi a sé e sentirà l’aria aperta, filerà con tutta la forza delle sue gambe!»

«Non credo» rispose Cyrus Smith.

«Proviamo» disse Gedeon Spilett.

«Proviamo» ripeté l’ingegnere.

Era il 30 ottobre, e per conseguenza, da nove giorni il naufrago dell’isola di Tabor era prigioniero a GraniteHouse. Faceva caldo e un bel sole dardeggiava i suoi raggi sull’isola.

Cyrus Smith e Pencroff andarono nella stanza occupata dallo sconosciuto, che trovarono coricato presso la finestra a guardare il cielo.

«Venite, amico» gli disse l’ingegnere.

Lo sconosciuto si alzò subito. Il suo occhio si fissò su Cyrus Smith e lo seguì, mentre il marinaio camminava dietro di lui, poco fiducioso nei risultati dell’esperimento.

Arrivati alla porta, Cyrus Smith e Pencroff gli fecero prendere posto nell’ascensore, mentre Nab, Harbert e Gedeon Spilett li aspettavano ai piedi di GraniteHouse. L’ascensore discese e in pochi istanti tutti si trovarono riuniti sull’arenile.

I coloni si allontanarono un po’ dallo sconosciuto, in modo da lasciargli qualche libertà.

Questi fece alcuni passi, avanzando verso il mare, e il suo sguardo brillò di un’estrema animazione; ma non cercò in nessun modo di fuggire. Guardava le piccole onde, che venivano a morire sulla sabbia.

«Non è altro che il mare» fece notare Gedeon Spilett «ed è possibile che non gli ispiri il desiderio di fuggire.»

«Sì,» rispose Cyrus Smith «bisogna condurlo sull’altipiano, sul limitare della foresta. L’esperienza, là, sarà più concludente.»

«D’altronde, non potrà scappare» osservò Nab «perché i ponti sono alzati.»

«Oh!» fece Pencroff «è proprio uomo da trovarsi imbarazzato dinanzi a un ruscello come il Creek Glicerina! Farebbe presto a varcarlo, anche d’un balzo!»

«Vedremo!» si accontentò di rispondere Cyrus Smith, i cui occhi non si staccavano da quelli del suo malato.

Questi fu allora condotto verso la foce del Mercy e tutti, risalendo la riva sinistra del fiume, raggiunsero l’altipiano di Bellavista.

Arrivati al punto ove crescevano i primi begli alberi della foresta, dal fogliame lievemente agitato dal vento, lo sconosciuto parve aspirare con ebbrezza l’odore penetrante che impregnava l’atmosfera, e un lungo sospiro gli sfuggì dal petto!

I coloni si tenevano indietro, pronti a trattenerlo, se avesse fatto un movimento per fuggire!

E, infatti, il povero essere fu sul punto di slanciarsi nel ruscello che lo separava dalla foresta, e per un attimo le sue gambe si distesero come una molla… Ma quasi subito si ripiegò su se stesso, s’accasciò, e una grossa lacrima cadde dai suoi occhi!

«Ah!» esclamò Cyrus Smith «eccoti, dunque, ridivenuto uomo, poiché piangi!»

CAPITOLO XVI

UN MISTERO DA CHIARIRE «LE PRIME PAROLE DELLO SCONOSCIUTO» DODICI ANNI SULL’ISOLOTTO! «CONFESSIONI CHE SFUGGONO» LA SCOMPARSA «FIDUCIA DI CYRUS SMITH» COSTRUZIONE D’UN MULINO «IL PRIMO PANE» UN ATTO DI DEDIZIONE «LE MANI ONESTE!»

Sì, L’INFELICE aveva pianto! Qualche ricordo, indubbiamente, aveva attraversato la sua memoria, e secondo l’espressione di Cyrus, egli s’era rifatto uomo attraverso le lacrime.

I coloni lo lasciarono per qualche tempo sull’altipiano e si allontanarono anche un poco, perché egli potesse sentirsi libero, ma egli non pensò minimamente di approfittare di quella libertà, e Cyrus Smith si decise poco dopo a ricondurlo a GraniteHouse.

Due giorni dopo questa scena, lo sconosciuto sembrò volersi mescolare a poco a poco alla vita comune. Era evidente che udiva e comprendeva, ma era altresì non meno evidente che si ostinava stranamente a non parlare ai coloni, giacché una sera Pencroff, origliando alla porta della sua camera, sentì queste parole sfuggire dalle sue labbra:

«No! Qui! Io! Mai!»

Il marinaio riferì queste parole ai compagni.

«C’è in lui qualche doloroso mistero!» disse Cyrus Smith.

Lo sconosciuto aveva cominciato a servirsi degli attrezzi agricoli e lavorava all’orto. Quando interrompeva il suo lavoro, e accadeva spesso, rimaneva come concentrato in se stesso; ma, grazie alle raccomandazioni dell’ingegnere, tutti rispettavano l’isolamento in cui sembrava voler persistere. Se uno dei coloni gli si avvicinava, egli arretrava, e qualche singhiozzo sollevava il suo petto, come se ne fosse stato troppo pieno!

Era, dunque, il rimorso che lo abbatteva così? Si poteva pensarlo, e Gedeon Spilett non poté trattenersi, un giorno, dal fare quest’osservazione:

«Se non parla, è perché avrebbe, credo, cose troppo gravi da dire! Bisognava aver pazienza e aspettare.»

Alcuni giorni dopo, il 3 novembre, lo sconosciuto, lavorando sull’altipiano, s’era fermato, dopo aver lasciato cadere la vanga; e Cyrus Smith, che l’osservava a poca distanza, vide ancora una volta delle lacrime sgorgare dai suoi occhi. Una specie di pietà irresistibile lo spinse verso di lui; gli toccò leggermente il braccio.

«Amico!» gli disse.

Lo sguardo dello sconosciuto cercò di evitarlo, e avendo Cyrus Smith cercato di prendergli la mano, l’altro indietreggiò vivamente.

«Amico mio,» disse Cyrus Smith con voce più ferma «guardatemi, lo voglio!»

Lo sconosciuto guardò l’ingegnere e parve cedere al suo fascino, come un ipnotizzato sotto l’influenza dell’ipnotizzatore. Sembrò voler fuggire. Ma poi si operò nella sua fisionomia come una trasformazione. Il suo sguardo ebbe dei lampi. Delle parole cercarono di sfuggire dalle sue labbra. Non poteva più contenersi!… Finalmente, incrociò le braccia; poi, con voce sorda:

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