L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Siccome il legname non mancava, Pencroff propose all’ingegnere di rivestire internamente lo scafo con un fasciame impermeabile, che assicurasse completamente la solidità dell’imbarcazione.
Cyrus Smith, non sapendo quel che poteva riservare l’avvenire, approvò l’idea del marinaio di rendere l’imbarcazione più solida che fosse possibile.
Il fasciame interno e il ponte della barca furono interamente finiti verso il 15 settembre. Per calafatare i comenti fu fatta della stoppa con delle zostere secche, che furono introdotte a colpi di mazzuolo fra i corsi di fasciame dello scafo e della coperta; poi i comenti vennero ricoperti di catrame bollente, fornito abbondantemente dai pini della foresta.
L’allestimento dell’imbarcazione fu semplicissimo. Era stata dapprima zavorrata con dei pesanti blocchi di granito inseriti su di un letto di calce e se ne stivarono così complessivamente circa dodicimila libbre. Un pagliuolato fu posto sopra quella zavorra e l’interno fu diviso in due locali lungo i quali si stendevano due sedili, che servivano da casse. La parte dell’albero sotto coperta doveva sostenere la paratia, che separava i due locali nei quali si accedeva da due boccaporti, aperti sul ponte e muniti di tambuggi.
Pencroff non fece fatica a trovare un albero adatto per l’alberatura. Scelse un giovane abete, ben diritto, senza nodi, che bastò squadrare alla base formando la miccia e arrotondare alla cima. I ferri dell’albero, quelli del timone e quelli dello scafo, erano stati grossolanamente, ma solidamente fabbricati nella fucina dei Camini. Insomma pennoni, picco di randa, boma, antenne, aste, remi, ecc., tutto fu terminato nella prima settimana d’ottobre, e si stabilì che la prova dell’imbarcazione sarebbe stata fatta nelle acque dell’isola, per constatare come si comportava in mare e in quale misura ci si poteva fidare.
In tutto questo tempo, gli altri lavori necessari non erano stati per nulla trascurati. Il recinto era stato riordinato, giacché il gregge di mufloni e di pecore contava un certo numero di nuovi nati, che bisognava alloggiare e nutrire. Inoltre, i coloni non avevano mancato di visitare né il vivaio d’ostriche, né la conigliera, né i giacimenti di carbon fossile e di ferro, né alcune parti inesplorate delle foreste del Far West, ch’erano ricchissime di selvaggina.
Furono scoperte altre piante indigene che, se non avevano un’utilità immediata, contribuirono a variare le riserve vegetali di GraniteHouse. Erano della specie dei ficoidi, alcune simili a quelli del Capo, con foglie carnose commestibili, altre con semi contenenti una specie di farina.
Il 10 ottobre la barca venne varata in mare. Pencroff era raggiante. L’operazione riuscì perfettamente. L’imbarcazione, tutta attrezzata, spinta su dei rulli sino alla battigia, venne in balia della marea montante e galleggiò fra gli applausi dei coloni e particolarmente di Pencroff, che in quest’occasione non mostrò alcuna modestia. D’altronde, la sua vanità doveva sopravvivere al varo della barca, poiché, dopo averla costruita, egli stava per essere chiamato a comandarla. E infatti, il grado di capitano gli fu conferito con il consenso di tutti.
Per soddisfare il capitano Pencroff bisognò innanzi tutto dare un nome all’imbarcazione, e dopo molte proposte lungamente discusse, i suffragi si orientarono su quello di Bonadventure, ch’era il nome di battesimo dell’onesto marinaio.
Appena il Bonadventure fu sollevato dall’alta marea, si poté subito vedere che la sua linea di galleggiamento coincideva con le linee d’acqua del piano di costruzione e che poteva navigare bene a tutte le andature.
Del resto, il collaudo doveva aver luogo il giorno stesso, in un’escursione al largo della costa. Il tempo era buono, il vento teso e il mare poco mosso, soprattutto sulla costa meridionale, poiché il vento soffiava da nordovest già da più di un’ora.
«A bordo! A bordo!» gridava il capitano Pencroff.
Ma prima di partire bisognava far colazione, e parve anche utile portare delle provviste a bordo, nel caso che l’escursione fosse durata fino a sera inoltrata.
Anche Cyrus Smith aveva fretta di provare quell’imbarcazione, di cui aveva fatto il progetto, benché ne avesse spesso modificato alcune parti su consiglio del marinaio; ma egli non aveva in essa la fiducia che manifestava Pencroff e dato che questi non parlava più del viaggio all’isola di Tabor, Cyrus Smith sperava che il marinaio vi avesse rinunciato. Insomma, l’ingegnere non vedeva di buon occhio, che due o tre dei suoi compagni di avventurassero lontano su quella barca, così piccola, dopo tutto, la cui stazza non superava quindici tonnellate.
Alle dieci e mezzo tutti erano a bordo, persino Jup e Top. Nab e Harbert levarono l’ancora, che mordeva la sabbia presso la foce del Mercy, la randa venne issata, la bandiera dell’isola di Lincoln ondeggiò al vento sulla cima dell’albero e il Bonadventure, governato da Pencroff, prese felicemente il largo.
Per uscire dalla baia dell’Unione bisognò dapprima navigare con il vento dritto di poppa, e si poté constatare che, con quell’andatura, la velocità dell’imbarcazione era soddisfacente.
Dopo aver doppiato la punta del Relitto e il capo Artiglio, Pencroff dovette stringere il vento, allo scopo di costeggiare ancora lungo la costa meridionale dell’isola e, dopo qualche viramento di bordo, osservò che il Bonadventure poteva navigare col vento a circa cinque quarte dalla prora e che scarrocciava poco. Virò benissimo in prora, «manovriere», come dicono i naviganti, continuando a guadagnare al vento anche durante la virata.
I passeggeri del Bonadventure erano veramente entusiasti. Avevano ora una buona imbarcazione che, all’occorrenza, avrebbe potuto render loro grandi servigi, e con quel bel tempo, con quella brezza favorevole, la gita fu proprio deliziosa.
Pencroff si portò al largo, a tre o quattro miglia dalla costa, all’altezza di Porto Pallone. L’isola apparve allora in tutta la sua estensione e sotto un nuovo aspetto, con il panorama variato del suo litorale dal capo Artiglio fino al promontorio del Rettile, in primo piano le foreste, nelle quali le conifere spiccavano ancora sul fogliame giovane degli altri alberi ricchi di gemme appena sbocciate, e il monte Franklin, che dominava l’insieme e la cui cima era bianca di neve.
«Com’è bello!» esclamò Harbert.
«Sì, la nostra isola è bella e buona» rispose Pencroff. «Io l’amo, come amavo la mia povera mamma! Essa ci ha ricevuti poveri e privi di tutto, e adesso che cosa manca a questi cinque figli, che le sono caduti dal cielo?»
«Niente!» rispose Nab «niente, capitano!»
E i due galantuomini mandarono tre formidabili evviva in onore della loro isola!
Intanto, Gedeon Spilett, appoggiato al piede dell’albero, disegnava il panorama che si svolgeva davanti ai suoi occhi.
Cyrus Smith guardava in silenzio.
«Orbene, signor Cyrus,» domandò Pencroff «che cosa dite della nostra barca?»
«Sembra che si comporti bene» rispose l’ingegnere.
«Bene! E adesso lo credete che potrebbe intraprendere un viaggio di una certa durata?»
«Quale viaggio, Pencroff?»
«Quello all’isola di Tabor, per esempio!»
«Amico mio,» rispose Cyrus Smith «credo che, in un caso urgente, non bisognerebbe esitare ad affidarsi al Bonadventure, anche per una traversata più lunga; ma sapete che vi vedrei con dispiacere partire per l’isola di Tabor, visto che nulla vi obbliga ad andarvi.»
«Fa piacere conoscere i propri vicini» rispose Pencroff, che s’ostinava nella sua idea. «L’isola di Tabor è la nostra vicina ed è la sola! La cortesia vuole che si vada almeno a farle una visita!»
«Diavolo!» fece Gedeon Spilett. «Il nostro amico Pencroff vuole proprio rispettare le convenienze!»
«Io non voglio proprio niente!» rimbeccò il marinaio, che l’opposizione dell’ingegnere contrariava un poco, ma che non avrebbe voluto dargli un dispiacere.