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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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«Pensate, Pencroff» rispose Cyrus Smith «che non potete andare solo all’isola di Tabor.»

Pencroff insistette:

«Un compagno mi basterà.»

«Sia pure» rispose l’ingegnere. «Dunque, arrischiate di privare la colonia dell’isola di Lincoln di due coloni su cinque?»

«Su sei!» rispose Pencroff. «Dimenticate Jup.»

«Su sette!» aggiunse subito Nab. «Top ne vale senza dubbio un altro!»

«Non c’è da temere nessun rischio, signor Cyrus» riprese prontamente Pencroff.

«Può essere, Pencroff; ma, ve lo ripeto, è un esporsi senza necessità! L’ostinato marinaio non rispose e lasciò cadere la conversazione, ben»

deciso a riprenderla in altro momento. Ma egli non s’immaginava certo che un incidente stava per venirgli in aiuto e cambiare in un’opera d’umanità quello che era soltanto un capriccio molto discutibile.

Infatti, dopo essersi tenuto al largo, il Bonadventure veniva riavvicinandosi alla costa e dirigendosi verso Porto Pallone. Importava verificare i passi di mare esistenti tra i banchi di sabbia e gli scogli per segnalarli a mezzo di gavitelli, in caso di bisogno, poiché quella piccola cala doveva essere il porto, ove si sarebbe ormeggiata la barca.

Questa non era più che a mezzo miglio dalla costa ed era stato necessario bordeggiare per risalire il vento contrario. La velocità del Bonadventure era allora molto diminuita, perché la brezza, in parte ostacolata dalla terra alta, gonfiava appena le vele, e il mare, levigato come un cristallo, non s’increspava che al soffio di brevi raffiche di vento, che passavano capricciosamente.

Harbert stava a prua, allo scopo di indicare la rotta da seguire in mezzo ai passi, quando gridò tutto a un tratto:

«Orza, Pencroff, orza!…»

«Che cosa c’è?» rispose il marinaio, alzandosi. «Uno scoglio?»

«No… aspetta,» disse Harbert «non vedo bene… Orza ancora… bene… lascia portare un poco…»

E così dicendo, Harbert, che si era coricato lungo il bordo, tuffò rapidamente il braccio nell’acqua e si rialzò, esclamando:

«Una bottiglia!»

E teneva in mano una bottiglia chiusa, che aveva allora afferrato alla distanza di alcune gomene dalla costa.

Cyrus Smith prese la bottiglia. Senza dire parola, ne fece saltare il tappo, e ne estrasse un foglio di carta umida, sul quale si potevano leggere queste parole:

Naufrago… Isola di Tabor: 153° long. O. «37° 11’ lat. S.»

CAPITOLO XIII

PARTENZA DECISA «IPOTESI» PREPARATIVI «I TRE PASSEGGERI» PRIMA NOTTE «SECONDA NOTTE» L’ISOLA DI TABOR «RICERCHE SULLA SPIAGGIA» RICERCHE NEI BOSCHI «NESSUNO» ANIMALI «PIANTE» UN’ABITAZIONE «DESERTA»

«UN NAUFRAGO!» esclamò Pencroff «abbandonato ad alcune centinaia di miglia da noi, su quell’isola di Tabor! Ah, signor Cyrus, adesso non vi opporrete più al mio progetto di viaggio!»

«No, Pencroff» rispose Cyrus Smith. «Partirete al più presto possibile.»

«Domani?»

«Domani.»

L’ingegnere teneva in mano lo scritto che aveva tolto dalla bottiglia. Lo osservò attentamente, meditando per alcuni istanti, poi, riprendendo la parola:

«Da questo documento, amici,» disse «dalla forma stessa in cui è redatto, si deve innanzi tutto concludere questo: in primo luogo, che il naufrago dell’isola di Tabor è un uomo avente cognizioni abbastanza vaste in fatto di marina, poiché dà la latitudine e la longitudine dell’isola conformi a quelle che noi pure abbiamo trovate e con la più scrupolosa approssimazione; secondariamente, egli è inglese o americano, poiché il documento è scritto in lingua inglese.»

«Questo è perfettamente logico» rispose Gedeon Spilett; «e la presenza di questo naufrago spiega l’arrivo della cassa sulle spiagge dell’isola. C’è stato un naufragio, poiché c’è un naufrago. Quanto a quest’ultimo, chiunque sia, è provvidenziale per lui che Pencroff abbia avuto l’idea di costruire questa imbarcazione e di provarla oggi stesso, poiché, un solo giorno di ritardo, e questa bottiglia poteva infrangersi contro gli scogli.»

«Infatti,» disse Harbert «è un fortunato caso che il Bonadventure sia passato di qua, precisamente quando questa bottiglia galleggiava ancora!»

«E questo non vi sembra strano?» chiese Cyrus Smith a Pencroff.

«Mi sembra una fortuna, ecco tutto» rispose il marinaio. «Perché vedete qualche cosa di straordinario in ciò, signor Cyrus? Bisognava bene che questa bottiglia andasse da qualche parte, e perché non qui piuttosto che altrove?»

«Avete forse ragione, Pencroff,» disse l’ingegnere «eppure…»

«Ma,» fece osservare Harbert «nulla prova che questa bottiglia galleggi sul mare da molto tempo.»

«Nulla,» rispose Gedeon Spilett «e anche il documento sembra essere stato scritto recentemente. Che cosa ne pensate, voi, Cyrus?»

«È una cosa difficile da verificare, e d’altronde, lo sapremo presto!» rispose Cyrus Smith.

Durante questa conversazione, Pencroff non era rimasto inattivo. Aveva virato di bordo e il Bonadventure, con tutte le vele gonfie, filava rapidamente al gran lasco verso il capo Artiglio. Tutti pensavano al naufrago dell’isola di Tabor. Erano ancora in tempo per salvarlo? Grande avvenimento nella vita dei coloni! Essi stessi non erano che dei naufraghi; ma bisognava temere che un altro non fosse stato altrettanto favorito, e il loro dovere era di correre incontro allo sventurato.

Il capo Artiglio fu doppiato e il Bonadventure, verso le quattro, andò a gettar l’ancora alla foce del Mercy.

La sera stessa, furono stabiliti i particolari relativi alla nuova spedizione. Parve opportuno che solo Pencroff ed Harbert, che conoscevano la manovra di un’imbarcazione, intraprendessero quel viaggio. Partendo l’indomani, 11 ottobre, sarebbero arrivati a destinazione nella giornata del 13, giacché, perdurando il vento, non occorrevano più di quarantotto ore per fare quella traversata di centocinquanta miglia. Un giorno sull’isola, tre o quattro giorni per ritornare, si poteva dunque calcolare che il 17 sarebbero stati di ritorno all’isola di Lincoln. Il tempo era bello, il barometro risaliva senza scosse, il vento sembrava costante, tutto volgeva dunque a favore di quella brava gente, che un dovere d’umanità stava per condurre lontano dalla sua isola.

Così, era stato convenuto che Cyrus Smith, Nab e Gedeon Spilett sarebbero rimasti a GraniteHouse; ma all’ultimo momento vi fu una protesta, e Gedeon Spilett, che non dimenticava la sua professione di cronista del «New York Herald», dichiarò risolutamente che sarebbe andato a nuoto piuttosto che perdere una simile occasione, e fu ammesso a prender parte al viaggio.

La serata fu impiegata a trasportare a bordo del Bonadventure gli oggetti necessari alle cuccette, utensili, armi, munizioni, una bussola, viveri per circa otto giorni; e compiuta rapidamente questa operazione, i coloni risalirono a GraniteHouse.

L’indomani, alle cinque del mattino, furono fatti gli addii non senza una certa emozione da ambo le parti. Pencroff, avendo messo alla vela, si diresse verso il capo Artiglio, che doveva scapolare, per poi venire direttamente in rotta di sudovest.

Il Bonadventure era già a un quarto di miglio dalla costa, quando i suoi passeggeri scorsero sulle alture di GraniteHouse due uomini che facevano loro segni d’addio. Erano Cyrus Smith e Nab.

«I nostri amici!» esclamò Gedeon Spilett. «Ecco la nostra prima separazione, dopo quindici mesi!…»

Pencroff, il giornalista ed Harbert fecero un ultimo segno di saluto e GraniteHouse scomparve tosto dietro le alte rocce del capo.

Durante le prime ore della giornata il Bonadventure rimase costantemente in vista della costa meridionale dell’isola di Lincoln, che in breve non fu più visibile se non sotto forma di un verde canestro, dal quale emergeva il monte Franklin. Le alture, diminuite dalla lontananza, le davano un aspetto poco attraente per indurre una nave all’atterraggio.

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