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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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«È la voce di Harbert!» disse il giornalista.

«Corriamo!» gridò Pencroff.

Il marinaio e Gedeon Spilett si diressero con tutta la velocità delle loro gambe verso il luogo da cui provenivano quelle grida.

Avevano fatto bene ad affrettarsi, giacché alla svolta del sentiero, presso una radura, scorsero il giovinetto atterrato da un essere selvaggio, una gigantesca scimmia indubbiamente, che stava per ridurlo a mal partito.

Gettarsi sul mostro, atterrarlo a sua volta, strappargli Harbert, e poi afferrarlo solidamente, fu l’affare di un istante per Pencroff e Gedeon Spilett. Il marinaio era di una forza erculea, il giornalista robustissimo pure; malgrado la resistenza del mostro, essi lo legarono ben stretto, in modo che non potesse più fare un movimento.

«Ti sentì male, Harbert?» domandò Gedeon Spilett.

«No, no!»

«Ah, se quella scimmia t’avesse ferito!…» esclamò Pencroff.

«Ma non è una scimmia!» rispose Harbert.

A queste parole, Pencroff e Gedeon Spilett guardarono allora l’essere singolare, che giaceva a terra.

In verità, non era una scimmia! Era una creatura umana, era un uomo! Ma quale uomo! Un selvaggio, in tutta l’orribile accezione della parola, e tanto più spaventevole, in quanto sembrava esser caduto all’ultimo grado dell’abbrutimento!

Capigliatura ispida, barba incolta che scendeva fino al petto, corpo quasi nudo, salvo un brandello di stoffa sulle reni, occhi feroci, mani enormi, unghie smisuratamente lunghe, colorito scuro come il mogano, piedi induriti come il corno: tale era la miserabile creatura che pure bisognava chiamare uomo! Ma si aveva veramente il diritto di chiedersi se in quel corpo c’era ancora un’anima, o se soltanto il volgare istinto del bruto era sopravvissuto in lui!

«Siete ben sicuro che sia un uomo o che lo sia stato?» domandò Pencroff al giornalista.

«Ahimè, non c’è dubbio!» rispose questi.

«Sarebbe, dunque, il naufrago?» disse Harbert.

«Sì,» rispose Spilett «ma il disgraziato non ha più nulla di umano! Il giornalista diceva il vero. Era evidente che, se il naufrago era stato un»

essere civile, l’isolamento ne aveva fatto un selvaggio, e peggio, forse, un vero uomo dei boschi. Suoni rauchi gli uscivano dalla gola, fra denti che avevano l’acutezza di quelli dei carnivori, fatti per masticare ormai soltanto carne cruda. La memoria doveva indubbiamente averlo abbandonato da gran tempo e pure da tempo egli non sapeva più servirsi dei suoi utensili, delle sue armi; non sapeva più accendere il fuoco! Si vedeva ch’era ancora svelto e agile, ma che tutte le qualità fisiche s’erano sviluppate in lui a detrimento delle qualità morali!

Gedeon Spilett gli parlò. Non parve comprendere e nemmeno udire… Eppure, guardandolo bene negli occhi, il cronista credette di vedere che la ragione non era interamente spenta in lui.

Frattanto, il prigioniero non si dibatteva e non tentava di spezzare i suoi lacci. Era annientato dalla presenza di quegli uomini di cui era stato il simile? Ritrovava egli in un angolo del suo cervello qualche fuggitivo ricordo che lo riconduceva all’umanità? Lasciato libero, avrebbe tentato di fuggire o sarebbe rimasto? Non si sa, ma nemmeno ne fu fatta la prova e, dopo aver considerato il meschino con estrema attenzione:

«Chiunque sia,» disse Gedeon Spilett «chiunque sia stato o possa divenire, il nostro dovere è di condurlo con noi all’isola di Lincoln!»

«Sì, si!» rispose Harbert «e forse si potrà, con molte cure, risvegliare in lui qualche barlume d’intelligenza!»

«L’anima non muore,» soggiunse il giornalista; «e sarebbe una grande soddisfazione strappare questa creatura di Dio all’abbrutimento!»

Pencroff scuoteva la testa in aria di dubbio.

«Bisogna tentare, a ogni modo,» riprese il giornalista «l’umanità ce lo impone.»

Era infatti il loro dovere di essere civili e cristiani. Tutt’e tre lo compresero e sapevano bene che Cyrus Smith li avrebbe approvati per avere agito così.

«Lo lasceremo legato?» domandò il marinaio.

«Forse camminerebbe se gli sciogliessimo i piedi?» disse Harbert.

«Proviamo» rispose Pencroff.

Le corde che impacciavano i piedi del prigioniero furono sciolte, ma le sue braccia rimasero strettamente legate. Egli si alzò da sé e non parve manifestare alcun desiderio di fuggire. I suoi occhi aridi dardeggiavano sui tre uomini che camminavano vicino a lui, e nulla denotava ch’egli si ricordasse d’essere un loro simile o almeno d’esserlo stato. Un sibilo continuo gli sfuggiva dalle labbra, e il suo aspetto era feroce; ma non cercò di resistere.

Per consiglio del giornalista, lo sventurato venne ricondotto al suo rifugio. Forse la vista degli oggetti che gli appartenevano avrebbe fatto qualche impressione su di lui! Forse bastava una scintilla per ravvivare il suo pensiero oscurato, per riaccendere la sua anima spenta!

L’abitazione non era lontana. In pochi minuti vi giunsero; ma anche là il prigioniero non riconobbe nulla: sembrava aver perduto coscienza di tutto!

Che pensare del grado d’abbrutimento in cui lo sciagurato era caduto, se non che la sua prigionia sull’isolotto datava già da gran tempo e che, dopo esservi arrivato ragionevole, l’isolamento l’aveva ridotto in quello stato?

Il giornalista ebbe allora l’idea che la vista del fuoco forse avrebbe agito su di lui, e in un istante una di quelle belle fiammate, che attirano anche gli animali, illuminò il focolare.

La vista della fiamma sembrò dapprima fissare l’attenzione dell’infelice; ma subito dopo egli indietreggiò e il suo sguardo incosciente si spense.

Evidentemente, non c’era nient’altro da fare, almeno per il momento, che condurlo a bordo del Bonadventure, come fu fatto; e là egli rimase sotto la guardia di Pencroff.

Harbert e Gedeon Spilett ritornarono sull’isolotto per terminarvi le loro ricerche, e alcune ore dopo erano di ritorno alla spiaggia, recando gli utensili e le armi, una raccolta di sementi di ortaggi, alcuni capi di selvaggina e due coppie di porci. Il tutto fu imbarcato e il Bonadventure si tenne pronto a levar l’ancora, appena la marea dell’indomani mattina si fosse fatta sentire.

Il prigioniero era stato messo nella cabina di prua, dove rimase calmo, silenzioso, sordo e muto a un tempo.

Pencroff gli offrì da mangiare, ma egli respinse la carne cotta che gli fu presentata e che, senza dubbio, non gli si addiceva più. Infatti, avendogli il marinaio mostrato una delle anatre uccise da Harbert, egli vi si gettò sopra con un’avidità bestiale, e la divorò.

«Credete che tornerà in sé?» disse Pencroff scuotendo il capo.

«Forse» rispose il giornalista. «Non è impossibile che le nostre cure finiscano per agire su di lui, poiché l’isolamento l’ha reso così, ma ormai non sarà più solo.»

«È molto tempo, senza dubbio, che il poveretto si trova in questo stato!» disse Harbert.

«Forse» rispose Gedeon Spilett.

«Che età può avere?» domandò il ragazzo.

«È difficile dirlo» rispose il giornalista; «giacché è impossibile vedere i suoi lineamenti sotto la folta barba che gli copre la faccia; ma non è più giovane e suppongo che debba avere almeno cinquant’anni.»

«Avete notato, signor Spilett, come i suoi occhi sono profondamente infossati sotto l’arco delle sopracciglia?» domandò il ragazzo.

«Sì, Harbert; ma aggiungo ch’essi sono più umani di quanto si potrebbe credere dall’aspetto della persona.»

«Insomma, vedremo» rispose Pencroff. «Sono proprio curioso di conoscere il giudizio del signor Smith sul nostro selvaggio. Andavamo a cercare una creatura umana e riconduciamo un mostro! Insomma, si fa quel che si può!»

La notte passò e non si sa se il prigioniero dormi oppure no, ma, a ogni modo, benché fosse stato slegato, non si mosse. Era come quelle belve che nei primi momenti della loro cattura rimangono accasciate, salvo a essere riprese più tardi da impeti di rabbia.

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