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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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Erano proprio su di un isolotto, che non misurava più di sei miglia di perimetro e il cui sviluppo costiero, poco frastagliato da capi o da promontori, poco incavato da seni o da baie, presentava la forma di un ovale allungato. Tutt’intorno, il mare, assolutamente deserto, si stendeva fino ai limiti del cielo. Non una terra, non una vela in vista!

Quell’isolotto, boscoso in tutta la sua superficie, non offriva la varietà d’aspetti dell’isola di Lincoln, arida e selvaggia in una parte, ma ricca e fertile nell’altra. Qui c’era una massa uniforme di verde, dominata da due o tre colline, poco elevate. In senso obliquo all’ovale dell’isolotto, un ruscello scorreva attraverso una larga prateria e andava a gettarsi sulla costa occidentale, per una stretta foce.

«Il territorio è ristretto» disse Harbert.

«Sì,» rispose Pencroff «e sarebbe stato un po’ piccolo per noi!»

«E inoltre,» aggiunse il giornalista «sembra disabitato.»

«Infatti,» rispose Harbert «nulla qui rivela la presenza dell’uomo.»

«Scendiamo» disse Pencroff «e cerchiamo.»

Il marinaio e i suoi due compagni tornarono alla spiaggia, nel punto in cui avevano lasciato il Bonadventure. Avevano deciso di fare a piedi il giro dell’isolotto prima di avventurarsi nell’interno, di modo che nessuna parte sfuggisse alle loro investigazioni.

La spiaggia era facile a percorrere e solo in alcuni punti interrotta da grosse rocce, che si potevano facilmente aggirare. Gli esploratori discesero verso il sud, facendo fuggire numerose schiere d’uccelli acquatici e branchi di foche, che si gettavano in mare al solo scorgerli da lontano.

«Non è la prima volta» fece osservare il giornalista «che quelle bestie vedono degli uomini. Esse li temono: dunque li conoscono.»

Un’ora dopo l’inizio del giro, i tre erano arrivati alla punta sud dell’isolotto, terminato da un capo aguzzo, e risalirono verso nord seguendo la costa occidentale, ugualmente formata di sabbia e di rocce, che folti boschi orlavano in secondo piano.

In nessuna parte v’era traccia di abitazione, in nessuna parte l’impronta d’un piede umano, per quanto l’intero perimetro dell’isolotto in quattro ore di marcia fosse stato interamente percorso.

Era molto strano, e bisognava credere che l’isola di Tabor non era stata o non era più abitata. Forse, dopo tutto, il documento aveva già parecchi mesi o parecchi anni, ed era possibile, in questo caso, o che il naufrago fosse stato rimpatriato o che fosse morto di stenti.

Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert, sempre formulando ipotesi più o meno plausibili, desinarono in fretta a bordo del Bonadventure per riprendere subito la loro esplorazione e continuarla fino a notte. E questo appunto fu fatto alle cinque della sera, ora in cui essi s’avventurarono fra i boschi.

Numerosi animali fuggirono al loro avvicinarsi, ed erano principalmente, si potrebbe dire anzi unicamente, capre e porci, che, si vedeva, appartenevano alle specie europee. Indubbiamente qualche baleniera li aveva sbarcati sull’isola, ove s’erano rapidamente moltiplicati. Harbert si propose di catturarne una o due coppie vive, allo scopo di portarle all’isola di Lincoln.

Non si poteva, dunque, dubitare che, in un’epoca qualunque, gli uomini avessero visitato quell’isolotto. E questo parve ancora più evidente quando, attraverso la foresta, apparvero sentieri tracciati, tronchi d’albero abbattuti con la scure e dappertutto segni del lavoro umano; ma quegli alberi, che marcivano ormai, erano stati atterrati già da vari anni, le intaccature dell’accetta erano vellutate di muschio e le erbe crescevano, lunghe e folte, attraverso i sentieri, ch’era difficile rintracciare.

«Ma,» fece osservare Gedeon Spilett «tutto questo prova che non solo degli uomini sono sbarcati su quest’isolotto, ma che l’hanno anche abitato per un certo tempo. Ora, chi erano questi uomini? Quanti erano? Quanti ne restano?»

«Il documento,» disse Harbert «non parla che di un naufrago solo.»

«Ebbene, s’egli è ancora nell’isola,» rispose Pencroff «è impossibile che non lo troviamo.»

L’esplorazione, dunque, continuò. Il marinaio e i suoi compagni seguirono naturalmente la strada che tagliava diagonalmente l’isolotto e arrivarono così a costeggiare il ruscello che si dirigeva verso il mare.

Se gli animali d’origine europea, se alcuni lavori dovuti a una mano umana dimostravano incontestabilmente che l’uomo era già venuto sull’isolotto, parecchi esemplari del regno vegetale lo provavano ancora meglio. In certi luoghi, in mezzo a radure, era evidente che la terra era stata coltivata a ortaggi e legumi, in tempo probabilmente abbastanza lontano.

Così, quale fu la gioia di Harbert quando riconobbe le patate, le cicorie, la lattuga, le carote, i cavoli, le rape, di cui bastava raccogliere la semenza per arricchirne il suolo dell’isola di Lincoln!

«Bene, bene!» diceva Pencroff. «Questo sarà l’ideale per Nab e per noi. Se, dunque, non ritroviamo il naufrago, almeno il nostro viaggio non sarà stato inutile e Dio ci avrà ricompensati!»

«Indubbiamente» rispose Gedeon Spilett; «ma, a giudicare dallo stato in cui si trovano queste colture, si può temere che l’isolotto non sia più abitato da lungo tempo.»

«Infatti,» rispose Harbert «un abitante, chiunque fosse, non trascurerebbe una coltivazione così importante!»

«Sì!» disse Pencroff «questo naufrago è partito!… Bisogna supporlo…»

«Bisogna, dunque, ammettere che il documento abbia una data già remota?»

«Evidentemente.»

«E che la bottiglia non sia arrivata all’isola di Lincoln se non dopo aver lungamente galleggiato sul mare?»

«Perché no?» rispose Pencroff. «Ma la notte è vicina,» soggiunse «e io penso che sia meglio sospendere le nostre ricerche.»

«Ritorniamo a bordo e domani ricominceremo» disse il giornalista. Era il consiglio più saggio e stava per essere seguito, quando Harbert,

mostrando una massa confusa fra gli alberi, esclamò:

«Un’abitazione!»

Subito tutt’e tre si diressero verso il punto indicato. Al chiarore del crepuscolo, fu possibile vedere ch’essa era stata costruita con assi ricoperte d’una grossa tela catramata. La porta, semichiusa, fu spinta da Pencroff, che entrò con passo rapido… L’abitazione era vuota!

CAPITOLO XIV

INVENTARIO «LA NOTTE» ALCUNE LETTERE «CONTINUAZIONE DELLE RICERCHE» PIANTE E ANIMALI «GRAVE PERICOLO CORSO DA HARBERT» A BORDO «LA PARTENZA» CATTIVO TEMPO «UN BARLUME D’ISTINTO» PERDUTI IN MARE «UN FUOCO ACCESO A PROPOSITO»

PENCROFF, Harbert e Gedeon Spilett erano rimasti silenziosi in mezzo all’oscurità.

Pencroff chiamò ad alta voce.

Non ebbe nessuna risposta.

Il marinaio batté allora l’acciarino e accese una frasca. Quella luce rischiarò per un istante una saletta, che parve assolutamente abbandonata. In fondo c’era un camino rudimentale, con delle ceneri fredde e una bracciata di legna secca. Pencroff vi gettò il ramoscello infiammato, la legna scoppiettò e diede una viva luce.

Il marinaio e i suoi due compagni scorsero allora un letto disfatto, le cui coperte, umide e ingiallite, provavano che non serviva più da gran tempo. In un angolo del caminetto, due ramini coperti di ruggine e una marmitta rovesciata; un armadio, con qualche vestito da marinaio mezzo ammuffito; sulla tavola, una posata di stagno e una Bibbia, rosa dall’umidità; in un angolo, alcuni utensili: vanga, zappa, piccone, due fucili da caccia, di cui uno rotto; su di una scansia, un bariletto di polvere ancora intatto, un bariletto di piombo e parecchie scatole d’esca; il tutto coperto da uno spesso strato di polvere, accumulatosi probabilmente in lunghi anni. -

«Non c’è nessuno» disse il giornalista.

«Nessuno!» rispose Pencroff.

«È molto tempo che questa stanza non è più abitata» fece osservare Harbert.

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