L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Il promontorio del Rettile fu scapolato verso il tocco, ma a dieci miglia al largo. Da quella distanza non era più possibile distinguere nulla della costa occidentale, che si stendeva sino ai rilievi del monte Franklin, e tre ore dopo tutta l’isola di Lincoln era scomparsa sotto la linea dell’orizzonte.
Il Bonadventure si comportava perfettamente. Beccheggiava moderatamente e filava spedito. Pencroff aveva alzato la controranda e procedeva con forze di vele seguendo una direzione rettilinea, regolandosi con la bussola.
Di tanto in tanto Harbert gli dava il cambio al timone e la mano del giovinetto era così ferma, che il marinaio non aveva da rimproverargli una sola imbardata.
Gedeon Spilett conversava con l’uno e con l’altro e, all’occorrenza, dava una mano alla manovra. Il capitano Pencroff era assolutamente soddisfatto del suo equipaggio e parlava nientemeno di gratificarlo «di un quarto di vino per bordata»!
Alla sera, la luna crescente, che doveva essere al suo primo quarto il 16, si disegnò nel crepuscolo solare e scomparve subito. La notte fu buia, ma molto stellata e una bella giornata s’annunciava ancora per l’indomani.
Pencroff, per prudenza, ammainò la controranda, non intendendo esporsi alle sorprese di qualche eccesso di vento con della tela in testa d’albero.
Era forse eccessiva precauzione per una notte così calma, ma Pencroff era un marinaio prudente e non si sarebbe potuto biasimarlo.
Il giornalista dormi una parte della notte. Pencroff e Harbert si diedero il cambio ogni due ore al timone. Il marinaio si fidava di Harbert come di se stesso e la sua fiducia era giustificata dal sangue freddo e dal senno del ragazzo. Pencroff gli dava la rotta come un comandante al suo timoniere e Harbert non lasciava deviare d’un filo il Bonadventure.
La notte passò bene e la giornata del 12 ottobre trascorse nelle medesime condizioni. La rotta a sudovest fu strettamente mantenuta durante tutta quella giornata, e se il Bonadventure non avesse incontrato qualche corrente imprevista, avrebbe preso terra esattamente sull’isola di Tabor.
Il mare che l’imbarcazione percorreva allora era assolutamente deserto. Talvolta qualche grande uccello, albatro o fregata, passava a tiro di fucile, e Gedeon Spilett si chiedeva se non era a uno di quei potenti volatori che egli aveva affidato la sua ultima cronaca diretta al «New York Herald». Quegli uccelli erano i soli esseri che sembravano frequentare la parte d’Oceano compresa fra l’isola di Tabor e l’isola di Lincoln.
«Eppure,» fece osservare Harbert «siamo nell’epoca in cui le baleniere si dirigono ordinariamente verso la parte meridionale del Pacifico. Veramente, non credo che ci sia un mare più abbandonato di questo!»
«Esso non è proprio così deserto come dite!» rispose Pencroff.
«Che cosa intendete dire?» domandò il cronista.
«Ma certo, poiché ci siamo noi! Forse voi prendete la nostra imbarcazione per un avanzo di naufragio e le nostre persone per marsuini?»
E Pencroff rise del suo scherzo.
La sera, dai calcoli fatti, si poteva pensare che il Bonadventure avesse percorso una distanza di più di centoventi miglia dal momento della sua partenza dall’isola di Lincoln, vale a dire da trentasei ore, al che corrispondeva una velocità di tre miglia e un terzo all’ora. Il vento era debole e tendeva a diminuire. Tuttavia, si poteva sperare che l’indomani, allo spuntar del giorno, se la stima era giusta e la direzione buona, i navigatori avrebbero avvistato l’isola di Tabor.
Così, né Gedeon Spilett, né Harbert, né Pencroff dormirono durante la notte dal 12 al 13 ottobre. Nell’attesa del nuovo giorno essi non potevano sottrarsi a una viva emozione. C’erano tante incognite nell’impresa che avevano tentata! Erano vicini all’isola di Tabor? L’isola era ancora abitata dal naufrago che andavano a soccorrere? Che uomo era costui? La sua presenza non avrebbe portato qualche disordine nella piccola colonia, così unita sino allora? Avrebbe acconsentito, egli, d’altronde, a cambiare la sua prigione per un’altra? Tutte queste incertezze, che sarebbero state indubbiamente risolte l’indomani, li tenevano desti e, alle prime luci del giorno, essi fissarono successivamente gli sguardi su tutti i punti dell’orizzonte ad ovest.
«Terra!» gridò Pencroff verso le sei della mattina. Poiché era inammissibile che Pencroff si fosse sbagliato, era evidente che la terra era là.
Immaginarsi la gioia del piccolo equipaggio del Bonadventurel Fra poche ore sarebbe stato sul litorale dell’isola.
L’isola di Tabor, sorta di costa bassa appena emergente dai flutti, non era lontana più di quindici miglia. La prora del Bonadventure, ch’era diretta un poco a sud dell’isola, venne messa sull’isola stessa, e a misura che il sole saliva a est, alcune cime si mostravano qua e là.
«Non è che un isolotto, molto meno importante dell’isola di Lincoln,» fece osservare Harbert «e probabilmente dovuto, com’essa, a qualche sollevamento sottomarino.»
Alle undici della mattina, il Bonadventure non era che a due miglia dall’isola di Tabor, e Pencroff, cercando un passaggio per toccar terra, procedeva con estrema prudenza in quelle acque sconosciute.
Si abbracciava allora in tutto il suo insieme l’isolotto, sul quale si scorgevano boschetti di alberi gommiferi verdeggianti ed alcuni altri grandi alberi, della natura di quelli che crescevano sull’isola di Lincoln. Ma, cosa abbastanza stupefacente, non s’alzava un filo di fumo a indicare che l’isolotto era abitato, né appariva un segnale su di un punto qualsiasi della costa!
Eppure il documento parlava chiaro: c’era un naufrago, e questo naufrago avrebbe dovuto essere in attesa!
Intanto il Bonadventure s’avventurava fra i passi abbastanza capricciosi che gli scogli lasciavano fra loro e di cui Pencroff osservava le minime sinuosità con la massima attenzione. Aveva messo Harbert al timone e, stando a prua, esaminava le acque, pronto ad ammainare la vela di cui teneva in mano la drizza. Gedeon Spilett, armato di cannocchiale, percorreva tutto il lido senza scorgere nulla.
Finalmente, a mezzogiorno circa, il Bonadventure andò a urtare con la ruota di prua su una spiaggia sabbiosa. L’ancora fu gettata, le vele ammainate e l’equipaggio della piccola imbarcazione scese a terra.
E non c’era da dubitare che fosse l’isola di Tabor, poiché dalle carte più recenti non risultava esistere nessuna altra isola in quella parte del Pacifico, fra la Nuova Zelanda e la costa americana.
L’imbarcazione fu solidamente ormeggiata, perché la marea calante non potesse trascinarla con sé; poi, Pencroff e i suoi due compagni, dopo essersi bene armati, risalirono il lido, allo scopo di raggiungere una specie di cono, alto da duecentocinquanta a trecento piedi, a un mezzo miglio di distanza.
«Dalla sommità di quella collina,» disse Gedeon Spilett «potremo indubbiamente avere una conoscenza sommaria dell’isolotto, e questo faciliterà le nostre ricerche.»
«Così, facciamo qui quello che il signor Cyrus ha fatto prima di tutto all’isola di Lincoln, salendo il monte Franklin» disse Harbert.
«Precisamente,» rispose il giornalista «ed è il miglior modo di procedere!»
Così ragionando, gli esploratori avanzavano seguendo il margine d’una prateria, che terminava proprio ai piedi del cono. Stormi di piccioni di montagna e di rondini di mare, simili a quelli dell’isola di Lincoln, fuggivano dinanzi a loro. Sotto il bosco, che fiancheggiava la prateria a sinistra, sentirono frusciare gli sterpi, intravidero un agitarsi d’erbe, che indicava la presenza d’animali in fuga, ma niente ancora indicava che l’isolotto fosse abitato.
Giunti ai piedi del cono, Pencroff, Harbert e Gedeon Spilett vi salirono in pochi istanti e i loro sguardi percorsero i diversi punti dell’orizzonte.