L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Allo spuntare del giorno seguente, il 15 ottobre, il cambiamento di tempo previsto da Pencroff s’era prodotto. Il vento aveva piegato a nordovest e favoriva il ritorno del Bonadventure; ma nello stesso tempo rinforzava e quindi avrebbe reso la navigazione più difficile.
Alle cinque del mattino fu levata l’ancora. Pencroff prese una mano di terzarolo alla randa e fece rotta per estnordest, con la prora sull’isola di Lincoln.
Il primo giorno di traversata non si verificò alcun incidente. Il prigioniero era rimasto calmo nella cabina di prua, e siccome era stato marinaio, pareva che le agitazioni del mare producessero su di lui una specie di salutare reazione. Gli ritornava, dunque, qualche ricordo del suo antico mestiere? A ogni modo, si manteneva molto tranquillo, meravigliato, più che abbattuto.
L’indomani, 16 ottobre, il vento crebbe molto, girando ancor più a nord, e di conseguenza in una direzione meno favorevole alla rotta del Bonadventure, che sobbalzava sulle onde. Pencroff fu presto costretto a navigare di bolina, e senza dir nulla cominciò a sentirsi inquieto sullo stato del mare, e dei suoi colpi sulla prua dell’imbarcazione. Certo, se il vento non cambiava, sarebbe occorso più tempo per raggiungere l’isola di Lincoln di quanto se n’era impiegato per arrivare fino all’isola di Tabor.
Infatti, la mattina del 17, dopo quarantott’ore che il Bonadventure era partito, nulla indicava che fosse giunto nelle vicinanze dell’isola. Era impossibile, d’altronde, servirsi della stima per calcolare la rotta percorsa, perché la direzione e la velocità erano state troppo irregolari.
Ventiquattr’ore dopo, non v’era ancora nessuna terra in vista. Il vento era allora del tutto contrario e il mare orribile. Bisognò manovrare rapidamente le vele perché i colpi di mare venivano a bordo, prendere mani di terzarolo e spesso cambiare le mure, facendo delle piccole bordate. Accadde persino che, nella giornata del 18, il Bonadventure fu interamente coperto da un’ondata, e se i passeggeri non avessero prima preso la precauzione di assicurarsi in coperta, ne sarebbero stati strappati via.
In quell’occasione Pencroff e i suoi compagni, occupatissimi a trarsi d’imbarazzo, ricevettero un aiuto insperato dal prigioniero, che si slanciò su dal boccaporto, come se il suo istinto di marinaio avesse preso il sopravvento, e ruppe l’impavesata con un vigoroso colpo di asta per far scaricare più presto l’acqua, che inondava il ponte; poi, alleggiata l’imbarcazione, ridiscese nella sua cabina senza aver pronunciato una parola.
Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert, stupefatti, l’avevano lasciato agire liberamente.
Nondimeno la situazione era cattiva, e il marinaio aveva motivo di credersi smarrito su quell’immenso mare, senza alcuna possibilità di ritrovare la rotta.
La notte dal 18 al 19 fu oscura e fredda. Tuttavia, verso le undici il vento calò, il mare diminuì di violenza e il Bonadventure, meno scosso, acquistò una maggior velocità. Del resto, esso aveva meravigliosamente tenuto il mare.
Né Pencroff, né Gedeon Spilett, né Harbert pensarono a prendersi un’ora di sonno. Vegliarono attentamente, poiché o l’isola di Lincoln non era lontana, e in tal caso al sorgere del giorno se ne sarebbe avuto conoscenza, o il Bonadventure, trascinato dalle correnti, aveva derivato, e allora sarebbe stato quasi impossibile rettificarne la rotta.
Pencroff, inquietissimo, non disperava tuttavia, perché aveva un animo fortemente temprato, e, seduto al timone, cercava ostinatamente di penetrare l’ombra densa che l’avviluppava.
Verso le due del mattino egli s’alzò improvvisamente:
«Un fuoco! Un fuoco!» gridò.
E, infatti, un vivo chiarore appariva a venti miglia a nordest. L’isola di Lincoln era là, e quel fuoco, evidentemente acceso da Cyrus Smith, mostrava la rotta da seguire.
Pencroff, che dirigeva l’imbarcazione troppo a nord, modificò la direzione e mise la prora su quel fuoco che brillava all’orizzonte, come una stella di prima grandezza.
CAPITOLO XV
IL RITORNO «DISCUSSIONE FRA CYRUS SMITH E LO SCONOSCIUTO» PORTO PALLONE «LA DEVOZIONE DELL’INGEGNERE» UN’ESPERIENZA COMMOVENTE «SCORRONO ALCUNE LACRIME»
L’INDOMANI, 20 ottobre, alle sette del mattino, dopo quattro giorni di viaggio, il Bonadventure andava ad arenarsi dolcemente sulla spiaggia, alla foce del Mercy.
Cyrus Smith e Nab, inquietissimi per quel cattivo tempo e per la prolungata assenza dei loro compagni, erano dall’alba sull’altipiano di Bellavista e avevano finalmente scorto l’imbarcazione, che aveva tanto tardato a tornare!
«Dio sia lodato! Eccoli!» aveva esclamato Cyrus Smith.
Quanto a Nab, per la gioia, s’era messo a ballare e a girare su se stesso, battendo le mani e gridando:
«Oh, padrone!» pantomima più commovente di ogni più bel discorso! La prima idea dell’ingegnere, contando le persone che poteva scorgere sul
ponte del Bonadventure, era stata che Pencroff non avesse trovato il naufrago dell’isola di Tabor o che, per lo meno, quello sventurato si fosse rifiutato di lasciare la sua isola e di cambiare la sua prigione con un’altra.
Infatti, Pencroff, Gedeon Spilett e Harbert erano soli sul ponte del Bonadventure.
Nel momento in cui l’imbarcazione accostò, l’ingegnere e Nab l’aspettavano sulla spiaggia e prima ancora che i passeggeri fossero saltati sulla sabbia, Cyrus Smith diceva loro:
«Siamo stati molto inquieti per il vostro ritardo, amici miei! Vi è forse accaduta qualche disgrazia?»
«No,» rispose Gedeon Spilett; «tutto è andato a meraviglia, invece. Vi racconteremo poi.»
«Nondimeno,» riprese l’ingegnere «la vostra ricerca non ha avuto buon esito, poiché non siete che tre come alla partenza!»
«Scusate, signor Cyrus,» rispose il marinaio «siamo in quattro!»
«Avete trovato il naufrago?»
«Sì.»
«E l’avete condotto con voi?»
«Sì.»
«Vivo?»
«Sì.»
«Dov’è? Com’è?»
«È,» rispose il giornalista «o piuttosto era un uomo! Ecco, Cyrus, tutto quello che possiamo dirvi!»
L’ingegnere venne subito messo al corrente di quanto era accaduto durante il viaggio. Gli fu raccontato in quali condizioni si erano svolte le ricerche, come la sola abitazione dell’isolotto fosse da gran tempo abbandonata, come alla fine era stato catturato un naufrago, che pareva non più appartenere alla specie umana.
«E per questo» aggiunse Pencroff «non so se abbiamo fatto bene a condurlo qui.»
«Ma certo, avete fatto benissimo, Pencroff!» rispose vivamente l’ingegnere.
«Ma questo disgraziato non ha più la ragione!»
«Adesso, è possibile,» rispose Cyrus Smith «ma appena pochi mesi fa questo disgraziato era un uomo come voi e come me. E chi sa che cosa diverrebbe l’ultimo di noi che rimanesse vivo, dopo una lunga solitudine su quest’isola? Guai a chi è solo, amici; bisogna credere che l’isolamento può in breve distruggere la ragione, poiché avete ritrovato questo povero essere in così miserevole stato!»
«Ma, signor Cyrus,» chiese Harbert «chi v’induce a credere che l’abbrutimento di questo sventurato risalga a pochi mesi soltanto?»
«Perché il documento che abbiamo trovato era stato scritto recentemente,» rispose l’ingegnere «e solo il naufrago ha potuto scriverlo.»
«A meno che» fece osservare Gedeon Spilett «non sia stato redatto da un compagno di quest’uomo, morto dopo.»
«È impossibile, mio caro Spilett.»
«Perché?» chiese il giornalista.
«Perché il documento avrebbe parlato di due naufraghi,» rispose Cyrus Smith «e invece non parla che di uno solo.»
Harbert narrò in poche parole gli avvenimenti della traversata e insisté sul curioso fatto di una specie di risurrezione passeggera operatasi nello spirito del prigioniero, quand’era ridivenuto marinaio nel più vivo della tempesta.