L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]
- Автор: Буджолд Лоис Макмастер
- Серия: Chalion (it) #1
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-1291-3
- Переводчик: Annarita Guarnieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:
«Io invece vi consiglio di andare a immergere la testa in un secchio d’acqua e di tornare sobrio. Non faccio duelli», dichiarò Cazaril, sollevando per un momento le braccia in modo da far allargare la sopravveste e mostrare che non aveva con sé la spada. «Lasciatemi passare.»
«Urrac, presta la tua spada a questo vigliacco! Dal momento che abbiamo i due testimoni richiesti, sbrigheremo questa faccenda fuori, immediatamente», ingiunse dy Joal, indicando col capo le porte in fondo al corridoio, che si aprivano sul cortile principale.
Il suo compare si slacciò la cintura con la spada e, sempre sogghignando, la gettò a Cazaril. Questi inarcò un sopracciglio ma non accennò a muovere le mani, lasciando cadere l’arma ai propri piedi e spingendola con un calcio verso il suo proprietario.
«Non faccio duelli», ribadì.
«Devo allora darvi apertamente del vigliacco?» domandò dy Joal, con le labbra socchiuse e il respiro reso un po’ affannoso dall’esaltazione per l’anticipazione dello scontro imminente. Con la coda dell’occhio, Cazaril vide un paio di altri uomini, attratti dai toni di voce sempre più alti, avvicinarsi con curiosità lungo il corridoio.
«Definitemi come preferite, a seconda di quanto desiderate fare la figura dell’idiota. Le vostre parole non sono nulla per me», sospirò Cazaril, facendo del proprio meglio per sfoggiare un atteggiamento annoiato, anche se in realtà il sangue gli stava pulsando sempre più in fretta nelle orecchie, non per il timore, ma per la furia…
«Avete il titolo di Lord, ma non ne possedete l’onore.»
Un angolo della bocca di Cazaril si sollevò in un sorriso privo di umorismo. «Quella forma di confusione mentale che definite onore è una malattia, per la quale i capi vogatori dei roknari possiedono una cura infallibile.»
«Constatato che non avete onore, non potete comunque rifiutarmi tre gocce di sangue per lavare l’onta dal mio onore!»
«Avete ragione», annuì Cazaril, la cui voce si era fatta stranamente calma, con uno strano sorriso sulle labbra. I battiti del suo cuore rallentarono, mentre ripeteva: «Avete proprio ragione…»
Protese la mano sinistra col palmo verso l’alto e, con la destra, estrasse di scatto il coltello da cintura, che aveva usato a cena per tagliare il pane; colto di sorpresa, dy Joal contrasse spasmodicamente la mano sull’impugnatura della spada, e arrivò quasi a snudarla.
«Non nel palazzo del Roya!» gridò dy Maroc. «Sai che queste cose si devono fare all’esterno, dy Joal! Per il Fratello, lui non ha neppure la spada… non puoi attaccarlo!»
Dy Joal esitò e Cazaril, invece di avanzare verso di lui, spinse indietro la manica sinistra, passandosi lentamente la lama del coltello sul polso, senza sentire il minimo dolore. Mentre il sangue, di un cupo color carminio, prendeva a colare lentamente alla luce delle candele, senza fiottare come avrebbe fatto se fosse stata lesa un’arteria, Cazaril ebbe l’impressione che una sorta di caligine salisse a offuscargli la vista, escludendo dal suo campo visivo tutti i presenti tranne se stesso e quel giovane stolto che aveva insistito per duellare con lui, e che ora lo stava fissando con un sorriso sempre più incerto.
Ti darò quello che volevi, ma non come lo volevi, pensò, riponendo il coltello. Davanti a lui dy Joal, che non si era ancora insospettito abbastanza, lasciò ricadere la spada nel fodero e allontanò la mano da essa.
Sorridendo, Cazaril sollevò entrambe le braccia, poi scattò in avanti senza preavviso, afferrando lo sconvolto dy Joal e spingendolo all’indietro contro la parete con tanta forza che il tonfo echeggiò lungo il corridoio. Gli intrappolò un braccio dietro la schiena e, dopo aver incastrato la mano destra sotto il mento del giovane bravaccio, lo sollevò da terra e lo bloccò contro il muro tenendolo per il collo, premendogli nel contempo il ginocchio destro contro l’inguine, in modo da impedirgli di liberare il braccio intrappolato. Disperato, dy Joal cercò di artigliarlo con la mano libera, ma Cazaril gli bloccò anche quella. Per quanto si contorcesse nella sua presa, resa scivolosa dal sangue, dy Joal non riuscì a liberarsi. Purpureo in volto, il giovane non era ovviamente in condizione di gridare, pur roteando gli occhi ed emettendo un gorgoglio indistinto, i talloni che martellavano contro la parete. Quei bravacci sapevano che le mani deformate di Cazaril di solito stringevano una penna, e avevano dimenticato che, per molto tempo, avevano anche impugnato un remo, acquisendo la forza che stava impedendo a dy Joal di liberarsi da quella stretta.
«Io non duello, ragazzo», gli ringhiò all’orecchio Cazaril, con voce abbastanza alta per essere udita da tutti. «Io uccido come fa un soldato, e cioè nello stesso modo di un macellaio, in fretta, con efficienza e col minore rischio possibile per me stesso. Se deciderò che devi morire, morirai quando e dove vorrò io, nel modo di mia scelta, e non vedrai mai arrivare il colpo che ti abbatterà.» Abbandonata la presa sul braccio libero di dy Joal, che non aveva più la forza di lottare, sollevò il polso sinistro e premette il taglio sanguinante sulla bocca tremante e socchiusa della sua vittima terrorizzata.
«Volevi tre gocce del mio sangue, per il tuo onore? Adesso le berrai.» Sangue e saliva colarono intorno ai denti tremanti di dy Joal, che tuttavia non osò neppure tentare di mordere. «Bevi, dannazione a te!» ringhiò Cazaril, accentuando la pressione e spargendo sangue su tutta la faccia di dy Joal. Per un momento, rimase come affascinato dal contrasto delle rosse scie di sangue con la pelle livida, dalla ruvidezza di un accenno di barba contro il suo polso, dalla luce intensa delle candele riflessa nelle lacrime che colavano dagli occhi fissi della sua vittima, che cominciavano ad annebbiarsi.
«Cazaril, per amore degli Dei, lasciatelo respirare!» gridò dy Maroc, angosciato, strappando Cazaril alla rossa nebbia dell’ira.
Il Castillar allentò la propria stretta, permettendo a dy Joal di respirare. Mantenendo la pressione all’inguine, serrò la mano sinistra coperta di sangue e sferrò un pugno violento contro lo stomaco del bravaccio, che si piegò su se stesso, di nuovo senza fiato, e contrasse con violenza le ginocchia. Soltanto allora, Cazaril si decise a indietreggiare e a lasciarlo andare. Accasciatosi al suolo, dy Joal si raggomitolò su se stesso, annaspando e tossendo, piangendo e non tentando neppure di rialzarsi. Dopo un momento, poi, prese a vomitare.
Scavalcato quel disgustoso ammasso di cibo, vino e bile, Cazaril avanzò verso Urrac, che arretrò, giungendo a ridosso della parete opposta.
«Io non duello», ribadì Cazaril, con voce pacata, protendendosi verso di lui. «Ma se desideri morire come un manzo, macellato con una martellata, attraversa di nuovo la mia strada.»
Nel girare sui tacchi, vide apparire dy Maroc, pallidissimo, che gli sibilò: «Cazaril, siete impazzito?»
«Mettetemi alla prova», ribatté lui, con un sorriso feroce che indusse dy Maroc a indietreggiare prontamente. A grandi passi, Cazaril si avviò lungo il corridoio, allontanandosi dal capannello di uomini, col sangue che gli colava ancora dalle dita a ogni movimento delle braccia, e uscì nel gelo notturno, chiudendosi alle spalle la porta per escludere il crescente coro di voci agitate.
Quasi di corsa, attraversò il gelido acciottolato del cortile, diretto verso il corpo principale del castello e un rifugio sicuro, il passo e il respiro che acceleravano contemporaneamente e si facevano sempre più irregolari a mano a mano che qualcosa — la sanità mentale, un terrore ritardato? — gli filtrava di nuovo nella mente. Mentre saliva le scale fu assalito poi da un violento crampo al ventre. Con dita scosse da un tremito quasi incontrollabile, afferrò la chiave per entrare nella sua camera, lasciandola cadere due volte e usando infine entrambe le mani per inserirla nella toppa. Richiusa a chiave la porta, si accasciò sul letto, gemendo e ansimando. Soltanto allora si rese conto che il corteo di spettri si era dissipato nel corso dello scontro, senza che lui se ne accorgesse. Si mise su un fianco, si raggomitolò intorno allo stomaco dolorante, e sentì la ferita al polso che iniziava a dolergli, insieme con la testa.