L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
«Signor Cyrus,» rispose Pencroff con un’espressione d’incrollabile fiducia «noi non vi causeremo un dolore simile. Del resto, riparleremo di questo viaggio quando il tempo di tentarlo sarà giunto. Eppoi, immagino che, quando avrete visto la nostra imbarcazione, ben finita nell’opera morta, bene attrezzata, quando avrete visto come tiene il mare, quando avremo fatto il giro della nostra isola, poiché lo faremo insieme, immagino, dico, che non esiterete più a lasciarmi partire! Non vi nascondo che la vostra barca sarà un vero capolavoro!»
«Dite almeno: la nostra barca, Pencroff!» rispose l’ingegnere, momentaneamente disarmato.
La conversazione finì così, per ricominciare più tardi, senza convincere né il marinaio, né l’ingegnere.
Le prime nevi caddero verso la fine del mese di giugno. Il recinto era stato in precedenza approvvigionato largamente e non ebbe più bisogno di visite giornaliere; i coloni decisero però che non avrebbero lasciato passare una settimana senza andarvi.
Le trappole furono tese di nuovo e vennero provati gli ordigni fabbricati da Cyrus Smith. Le stecche di balena ricurve, imprigionate in una guaina di ghiaccio e coperte da uno spesso strato di grasso, furono collocate sul margine della foresta, nel punto dove di solito passavano gli animali per recarsi al lago.
Con viva soddisfazione dell’ingegnere, questa invenzione, presa ai cacciatori aleutini e rimessa in uso, riuscì perfettamente. Una dozzina di volpi, alcuni cinghiali e anche un giaguaro vi si lasciarono prendere e furono trovati morti, con lo stomaco perforato dalle stecche di balena.
E qui conviene raccontare un esperimento, giacché fu il primo tentativo fatto dai coloni per comunicare con i loro simili.
Gedeon Spilett aveva già pensato parecchie volte sia a gettare in mare uno scritto rinchiuso in una bottiglia, che la corrente poteva forse portare a una costa abitata, sia ad affidare lo scritto stesso a dei piccioni. Ma come sperare seriamente che piccioni o bottiglie potessero superare la distanza che separava l’isola da ogni altra terra, e cioè milleduecento miglia? Sarebbe stata pura follia.
Ma il 30 giugno venne catturato, non senza fatica, un albatro, che una fucilata d’Harbert aveva leggermente ferito a una zampa. Era un magnifico uccello della famiglia dei grandi volatori, la cui apertura d’ali misura dieci piedi e che possono attraversare mari grandi come il Pacifico.
Harbert avrebbe voluto tenere quel superbo esemplare, la cui ferita guarì rapidamente e pretendeva di addomesticarlo; ma Gedeon Spilett gli fece comprendere che bisognava approfittare dell’occasione per tentar di corrispondere, mediante quel messaggero, con le terre del Pacifico. Harbert dovette arrendersi, giacché se l’albatro era venuto da qualche regione abitata, non avrebbe mancato di ritornarvi quando fosse stato libero.
Probabilmente, in sostanza, Gedeon Spilett, nel quale riappariva talvolta il giornalista, non era malcontento di lasciare nelle mani del caso un interessante articolo, narrante le avventure dei coloni dell’isola di Lincoln! Quale successo per il cronista del «New York Herald» e per il numero del giornale contenente la cronaca, se mai essa fosse arrivata all’indirizzo del suo direttore, l’egregio John Benett!
Gedeon Spilett redasse, dunque, una notizia succinta, che fu messa in un sacco di forte tela gommata, con la preghiera per chiunque l’avesse trovata, di farla pervenire urgentemente agli uffici del «New York Herald». Il sacchetto venne attaccato al collo dell’albatro, e non alla sua zampa, poiché questi uccelli hanno l’abitudine di riposarsi sulla superficie del mare; poi, fu resa la libertà a quel rapido corriere dell’aria e non senza qualche emozione i coloni lo videro sparire in lontananza, nelle brume dell’ovest.
«Dove va in quella direzione?» chiese Pencroff.
«Verso la Nuova Zelanda» rispose Harbert.
«Buon viaggio!» gridò il marinaio, che non si aspettava grandi risultati da quel modo di corrispondenza.
Con l’inverno, i lavori erano stati ripresi nell’interno della GraniteHouse: riparazione di vestiti, confezioni diverse e fra l’altro delle vele per l’imbarcazione, che vennero tagliate nell’inesauribile involucro dell’aerostato.
Durante il mese di luglio il freddo fu intenso, ma non si fece economia né di carbone, né di legna. Cyrus Smith aveva impiantato un secondo camino nel salone, e là i coloni passavano le lunghe serate. Conversazione durante il lavoro, lettura quando le mani restavano oziose, e il tempo passava con profitto per tutti.
Era un vero godimento per essi quando, da quella sala ben illuminata dalle candele, ben riscaldata dal carbon fossile, dopo un pasto ristoratore, con la tazza di caffè di sambuco fumante, e con le pipe che emettevano pennacchi di fumo odoroso, ascoltavano la tempesta mugghiare al di fuori! Avrebbero provato un benessere completo, se il benessere potesse esistere per chi è lontano dai suoi simili e senza possibilità di comunicazione con loro! Conversavano sempre del loro Paese, degli amici che vi avevano lasciato, della grandezza della Repubblica americana, la cui influenza non poteva che aumentare; e Cyrus Smith, che aveva molto partecipato alla politica dell’Unione, interessava profondamente i suoi uditori con i suoi racconti e i suoi pronostici.
Accadde che un giorno Gedeon Spilett fu indotto a dirgli:
«Ma, insomma, mio caro Cyrus, tutto questo movimento industriale e commerciale al quale voi predite un progresso costante, non corre pericolo di doversi totalmente arrestare presto o tardi?»
«Arrestare? E perché?»
«Ma per la mancanza di carbone, che si può giustamente chiamare il più prezioso dei minerali!»
«Sì, il più prezioso, infatti,» rispose l’ingegnere «e sembra proprio che la natura ne abbia voluto affermare il valore creando il diamante, che non è altro se non del carbonio puro cristallizzato.»
«Non vorrete dire con questo, signor Cyrus,» replicò Pencroff «che si brucerà del diamante al posto del carbone nei focolari delle caldaie?»
«No, amico mio» rispose Cyrus Smith.
«Nondimeno, insisto» rispose Gedeon Spilett. «Non potete negare che un giorno il carbone sarà interamente consumato!»
«Oh, i giacimenti carboniferi sono ancora considerevoli, e i centomila operai che strappano loro annualmente cento milioni di quintali di minerale sono ancora lontani dell’averli esauriti!»
«Con il crescente consumo del carbon fossile,» rispose Gedeon Spilett «si può prevedere che questi centomila operai saranno tra breve duecentomila e che l’estrazione sarà doppia.»
«Indubbiamente; ma, dopo i giacimenti d’Europa, che nuove macchine permetteranno presto di sfruttare più a fondo, le miniere di carbon fossile d’America e d’Australia forniranno per lungo tempo ancora materiale al consumo dell’industria.»
«Per quanto tempo?» domandò il cronista.
«Almeno duecentocinquanta o trecento anni.»
«È rassicurante per noi,» disse Pencroff «ma inquietante per i nostri pronipoti!»
«Si troverà qualche altra cosa» disse Harbert.
«Bisogna sperarlo» rispose Gedeon Spilett «poiché, infine, senza carbone, non più macchine, senza macchine, non più ferrovie, né navi a vapore, né fabbriche, più nulla, quindi, di quello che esige il progresso della vita moderna!»
«Ma che cosa si troverà dopo?» chiese Pencroff. «Lo immaginate, signor Cyrus?»
«Press’a poco, amico.»
«E che cosa si brucerà al posto del carbone?»
«L’acqua» rispose Cyrus Smith.
«L’acqua,» esclamò Pencroff «l’acqua per fare fuoco sui bastimenti a vapore e sulle locomotive, l’acqua per scaldare l’acqua!»
«Sì, ma l’acqua scomposta nei suoi elementi costitutivi,» rispose Cyrus Smith «e scomposta, senza dubbio, dall’elettricità, che sarà diventata allora una forza possente e maneggevole, in quanto tutte le grandi scoperte, per una legge inesplicabile, sembrano convergere e completarsi. Sì, amici, io credo che l’acqua sarà un giorno impiegata come combustibile, che l’idrogeno e l’ossigeno di cui è costituita, utilizzati isolatamente o simultaneamente, offriranno una sorgente di calore e di luce inesauribile e un’intensità che il carbon fossile non può dare. Un giorno, i depositi di carbone dei piroscafi e i tender delle locomotive, invece che di carbone saranno caricati di questi due gas compressi, che bruceranno con un’enorme potenza calorifica. Cosicché, niente paura. Finché questa terra sarà abitata, essa provvederà ai bisogni dei suoi abitanti, che non mancheranno mai né di luce né di calore, come non mancheranno dei prodotti del regno vegetale, minerale o animale. Credo, quindi, che quando i giacimenti di carbon fossile saranno esauriti, si farà fuoco e ci si scalderà con l’acqua. L’acqua è il carbone dell’avvenire.»