L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Cyrus Smith non aveva agito alla cieca in questa nuova bisogna. Se ne intendeva di costruzioni marittime come di quasi tutte le cose, ed era sulla carta che aveva studiato dapprima le forme della sua imbarcazione. D’altronde, era ben servito da Pencroff che, avendo lavorato alcuni anni in un cantiere di Brooklyn, conosceva la pratica del mestiere. Dunque, solo dopo calcoli severi e mature riflessioni i garbi furono incastrati sulla chiglia.
Pencroff, com’è facile immaginare, era tutto infervorato volendo condurre a buon fine la sua nuova impresa, e non avrebbe voluto abbandonarla un istante.
Una sola operazione poté strapparlo, ma per un giorno soltanto, al suo cantiere: la seconda raccolta di grano, ch’ebbe luogo il 15 aprile. Era riuscita come la prima e diede i chicchi nella proporzione prevista.
«Cinque staia, signor Cyrus,» disse Pencroff, dopo aver scrupolosamente misurato le sue ricchezze.
«Cinque staia,» rispose l’ingegnere «a centotrentamila chicchi per staio, fa seicentocinquantamila chicchi.»
«Orbene, semineremo tutto questa volta,» disse il marinaio «meno una piccola riserva, però!»
«Sì, Pencroff, e, se il prossimo raccolto darà un rendimento proporzionato, ne avremo quattromila staia.»
«E si mangerà del pane?»
«Si mangerà del pane.»
«Ma bisognerà fare un mulino?»
«Si farà il mulino.»
Il terzo campo di frumento fu, dunque, incomparabilmente più esteso dei due primi e la terra, preparata con estrema cura, ricevette la preziosa semente. Fatto questo, Pencroff ritornò al suo lavoro.
Intanto, Gedeon Spilett e Harbert cacciavano nei dintorni, avventurandosi nel folto ancora inesplorato della foresta del Far West, con i fucili carichi a palla, pronti a ogni cattivo incontro. Era un’inestricabile confusione d’alberi magnifici, pigiati gli uni contro gli altri, come se lo spazio fosse loro mancato. L’esplorazione di quelle masse boscose era estremamente difficile e il giornalista non vi si arrischiava mai senza portar seco la bussola da tasca, giacché il sole penetrava appena attraverso i rami folti e sarebbe stato difficile ritrovare il proprio cammino. Accadeva, naturalmente, che la selvaggina fosse più rara in quei luoghi, ove non avrebbe avuto una abbastanza grande libertà di movimenti. Nondimeno, tre grossi erbivori furono uccisi durante l’ultima quindicina d’aprile. Erano kula, di cui già i coloni avevano veduto un’esemplare a nord, del lago. Si lasciarono stupidamente uccidere fra I grossi rami degli alberi, sui quali avevano cercato rifugio. Le loro pelli furono portate alla GraniteHouse e, con l’aiuto dell’acido solforico, vennero sottoposte a una specie di concia, che le rese utilizzabili.
Una scoperta, preziosa, da un altro punto di vista, fu sempre fatta durante una di quelle escursioni, per merito di Gedeon Spilett.
Era il 30 aprile, I due cacciatori s’erano inoltrati nel fitto a sudovest della foresta del Far West, quando il giornalista, che precedeva Harbert d’una cinquantina di passi, arrivò in una specie di radura, nella quale gli alberi, più distanziati, lasciavano penetrare qualche raggio.
Gedeon Spilett fu a tutta prima sorpreso dall’odore che esalavano certi vegetali dai fusti diritti, cilindrici e ramosi, che producevano dei fiorì disposti in grappoli e dei piccolissimi semi. Il giornalista sradicò uno o due di quei fusti e ritornò verso il giovanetto, dicendogli:
«Guarda un po’ che cos’è questo, Harbert.»
«Dove avete trovato questa pianta, signor Spilett?»
«Là, in una radura, dove cresce in grande abbondanza.»
«Orbene, signor Spilett,» disse Harbert «ecco una scoperta che vi assicura tutti i diritti alla riconoscenza di Pencroff!»
«È dunque tabacco?»
«Sì; se non di prima qualità, è però sempre tabacco!»
«Ah, quel bravo Pencroff! Come sarà contento! Ma non lo fumerà tutto, diamine, spero che ci lascerà la nostra parte!»
«Ah! un’idea, signor Spilett» aggiunse Harbert. «Non diciamo niente a Pencroff, prendiamoci il tempo di preparare queste foglie e, un bel giorno, gli presenteremo una pipa bell’e riempita!»
«Siamo intesi, Harbert, e quel giorno il nostro bravo compagno non avrà più nulla da desiderare a questo mondo!»
Il giornalista e il ragazzo fecero una buona provvista della preziosa pianta e ritornarono a GraniteHouse, ove la introdussero di frodo e con tanta precauzione, come se Pencroff fosse stato il più rigido dei doganieri.
Cyrus Smith e Nab furono messi a parte della cosa e il marinaio non sospettò di nulla durante tutto il tempo, abbastanza lungo, che occorse per far seccare le sottili foglie, tritarle e sottoporle a una certa torrefazione su delle pietre calde. Ci vollero due mesi; ma le manipolazioni poterono essere fatte all’insaputa di Pencroff, che occupato nella costruzione dell’imbarcazione non saliva a GraniteHouse che all’ora del riposo.
Ancora una volta, però, la sua occupazione favorita fu interrotta il primo maggio, per un’avventura di pesca alla quale tutti i coloni dovettero prender parte.
Da alcuni giorni era stato osservato in mare, a due o tre miglia di distanza dalla costa, un enorme animale che nuotava nelle acque dell’isola di Lincoln. Era una balena delle più grandi, che, verosimilmente, doveva appartenere alla specie australe detta «balena del Capo».
«Che bella fortuna sarebbe potercene impadronirei» esclamò il marinaio. «Ah! se avessimo un’imbarcazione conveniente e un rampone in buono stato, come direi: «Addosso alla bestia!» la quale vale bene la pena d’essere catturata!»
«Eh, Pencroff» disse Gedeon Spilett; «mi sarebbe proprio piaciuto vedervi manovrare il rampone. Dev’essere curioso!»
«Curiosissimo e non senza pericolo» disse l’ingegnere; «ma, poiché non abbiamo il mezzo di assalire quell’animale, è inutile occuparsi di lui.»
«Mi stupisce» disse il giornalista «di vedere una balena a questa latitudine relativamente elevata.»
«Perché, signor Spilett?» rispose Harbert. «Siamo precisamente su quella parte del Pacifico, che i pescatori inglesi e americani chiamano il»
«Whale Field», (Nota: Campo delle balene. Fine nota) ed è proprio qui, tra la Nuova Zelanda e l’America del Sud, che le balene s’incontrano in maggior numero nell’emisfero australe.
«Verissimo,» disse Pencroff «e quello che mi sorprende, invece, è di non averne vedute «altre. Ma, dopo tutto, dato che non possiamo avvicinarle, poco importa!»
E Pencroff tornò al suo lavoro, non senza mandare un sospiro di rimpianto, giacché in ogni marinaio c’è un pescatore, e se il piacere della pesca è in ragione diretta della grossezza dell’animale, si può immaginare quello che prova un baleniere in presenza d’una balena!
E se non si fosse trattato che di una pesca per diletto! Ma non si poteva fare a meno di pensare che la preda sarebbe stata di grande profitto per la colonia, in quanto l’olio, il grasso e i fanoni potevano venir adoperati per molti usi!
Ora accadde questo, e cioè, che la balena segnalata parve non voler abbandonare le acque dell’isola. Quindi, sia dalle finestre di GraniteHouse, sia dall’altipiano di Bellavista, Harbert e Gedeon Spilett, quando non erano a caccia, e Nab, pur sorvegliando i suoi fornelli, non lasciavano il cannocchiale e osservavano tutti i movimenti dell’animale. Il cetaceo, che si era imprigionato nella vasta baia dell’Unione, la solcava rapidamente dal capo Mandibola al capo Artiglio mosso dalla sua pinna caudale prodigiosamente possente, di cui si valeva spingendosi a sbalzi, con una velocità che andava qualche volta fino a dodici miglia all’ora. Talvolta, giungeva tanto vicino all’isolotto, che si poteva distinguerlo in tutta la sua lunghezza. Era proprio la balena australe, ch’è interamente nera e ha la testa più schiacciata di quella delle balene del nord.
La si vedeva pure proiettare a una grande altezza, dagli sfiatatoi, una nuvola di vapore… o d’acqua, poiché per quanto bizzarra sembri la cosa, i naturalisti e i balenieri non sono ancora d’accordo su ciò. È aria o è acqua quella che i cetacei emettono a quel modo? Generalmente si ammette che sia vapore, che condensandosi subito al contatto dell’aria fredda, ricade in pioggia.