L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Tutto procedeva, dunque, a gonfie vele, sia nel recinto sia a GraniteHouse; e in verità i coloni, se non fosse stata la lontananza dalla patria, non avrebbero avuto di che lamentarsi. S’erano così adattati a quella vita, d’altronde, e così abituati al clima dell’isola, che non avrebbero lasciato senza rincrescimento quel suolo ospitale!
Nondimeno, l’amore del proprio paese è tanto radicato nel cuore dell’uomo, che se qualche bastimento si fosse inaspettatamente presentato in vista dell’isola, i coloni gli avrebbero fatto dei segnali, l’avrebbero fatto approdare e sarebbero partiti!… Intanto, vivevano di quell’esistenza felice, e avevano timore, piuttosto che desiderio, che un avvenimento qualunque venisse a interromperla.
Ma chi potrebbe illudersi d’aver fermato per sempre la ruota della fortuna e d’essere al sicuro dai suoi rovesci?
Comunque, l’isola di Lincoln, che i coloni abitavano già da più di un anno, era spesso argomento della loro conversazione, e un giorno fu fatta un’osservazione, che doveva produrre più tardi gravi conseguenze.
Era il primo d’aprile, il giorno di Pasqua, e Cyrus Smith e i suoi compagni l’avevano santificato con il riposo e la preghiera. La giornata era stata bella, come potrebbe esserlo una giornata d’ottobre nell’emisfero boreale.
Tutti, verso sera, dopo il pranzo, erano riuniti sotto la veranda, sull’orlo dell’altipiano di Bellavista e guardavano salire la notte all’orizzonte. Nab aveva servito alcune tazze dell’infuso di semi di sambuco, che surrogava il caffè. Si parlava dell’isola e della sua posizione isolata nel Pacifico, quando Gedeon Spilett uscì a dire:
«Caro Cyrus, da che possedete il sestante trovato nella cassa, avete rilevato di nuovo la posizione della nostra isola?»
«No» rispose l’ingegnere.
«Eppure sarebbe forse opportuno farlo, con quello strumento che è più perfetto dell’altro da voi adoperato.»
«A che serve?» disse Pencroff. «L’isola è pur sempre dov’è!»
«Indubbiamente,» rispose Spilett «ma può essere che l’imperfezione degli apparecchi abbia nociuto alla giustezza delle osservazioni, e dal momento che è facile verificarne l’esattezza…»
«Avete ragione, caro Spilett,» rispose l’ingegnere «avrei dovuto procedere prima a questa verifica, quantunque in caso di errore, esso non deve oltrepassare i cinque gradi di longitudine o di latitudine.»
«Eh, chissà?» riprese il giornalista, «chissà se non siamo molto più vicino a una terra abitata di quanto non crediamo?»
«Lo sapremo domani» rispose Cyrus Smith. «Se non fosse per le molte occupazioni, che non mi hanno lasciato un momento libero, lo sapremmo già.»
«Basta!» disse Pencroff «il signor Cyrus è troppo buon osservatore per essersi sbagliato, e se l’isola non si è mossa dal suo posto, essa dovrà essere dov’egli l’ha calcolata!»
«Vedremo.»
Avvenne, dunque, che il giorno dopo l’ingegnere fece con il sestante le osservazioni necessarie per verificare le coordinate, che già aveva ottenute, ed ecco il risultato della sua operazione.
La sua prima osservazione gli aveva dato, sull’ubicazione dell’isola di Lincoln:
In longitudine ovest: da 150° a 155°.
In latitudine sud: da 30° a 35°.
La seconda diede esattamente:
In longitudine ovest: 150° 30’.
In latitudine sud: 34° 57’.
Dunque, nonostante l’imperfezione dei suoi apparecchi, Cyrus Smith aveva operato con tanta abilità, che il suo errore non aveva superato i cinque gradi.
«Adesso,» disse Gedeon Spilett «poiché, oltre al sestante, possediamo anche un atlante, vediamo, caro Cyrus, la posizione che l’isola di Lincoln occupa esattamente nel Pacifico.»
Harbert andò a cercare l’atlante che, com’è noto, era stato edito in Francia e la cui nomenclatura, di conseguenza, era in lingua francese.
La carta del Pacifico fu spiegata e l’ingegnere, compasso alla mano, s’accinse a situarvi l’isola.
Improvvisamente, il compasso si fermò nella sua mano ed egli disse:
«Ma esiste già un’isola in questa parte del Pacifico!»
«Un’isola?» esclamò Pencroff.
«La nostra, indubbiamente» rispose Gedeon Spilett.
«No» riprese Cyrus Smith. «Quest’isola è situata a 153° di longitudine e 37° 11 ‘ di latitudine, cioè a due gradi e mezzo più a ovest e due gradi più a sud dell’isola di Lincoln.»
«E che isola è?» chiese Harbert.
«L’isola di Tabor.»
«Un’isola importante?»
«No, un isolotto sperduto nel Pacifico, e che probabilmente non è mai stato esplorato!»
«Bene, noi lo esploreremo» disse Pencroff.
«Noi?»
«Sì, signor Cyrus. Costruiremo una barca pontata, e io m’impegno a portarla. A quale distanza siamo da quest’isola di Tabor?»
«A centocinquanta miglia circa a nordest» rispose Cyrus Smith.
«Centocinquanta miglia! Che cosa sono?» disse Pencroff. «Con vento favorevole, in quarantott’ore questa distanza sarà superata!»
«Ma a che scopo?» chiese il giornalista.
«Non si sa mai. Si vedrà!»
E in base a questa risposta, si decise di costruire una imbarcazione in modo da poter prendere il mare verso il prossimo mese d’ottobre, al ritorno della bella stagione.
CAPITOLO X
COSTRUZIONE DELL’IMBARCAZIONE «SECONDO RACCOLTO DI GRANO» CACCIA AI KULA «UNA NUOVA PIANTA PIÙ PIACEVOLE CHE UTILE» UNA BALENA IN VISTA «IL RAMPONE DEL VINEYARD» SQUARTAMENTO DEL CETACEO «USO DEI FANONI» LA FINE DEL MESE DI MAGGIO «PENCROFF NON HA PIÙ NULLA DA DESIDERARE»
QUANDO Pencroff s’era messo in capo un’idea, non aveva e non lasciava tregua finché non riusciva a porla in atto. Ora, egli voleva visitare l’isola di Tabor, e siccome per questa traversata occorreva un’imbarcazione d’una certa grandezza bisognava costruire l’imbarcazione.
Questo era il piano stabilito dall’ingegnere, che concordava in pieno con quello del marinaio.
La barca doveva misurare trentacinque piedi di chiglia e nove piedi di baglio, il che l’avrebbe resa veloce, se la carena e le linee d’acqua fossero ben riuscite; non doveva pescare più di sei piedi, immersione sufficiente contro lo scarroccio. Sarebbe stata completamente pontata; due boccaporti avrebbero dato accesso a due camere separate da una paratia, e sarebbe stata attrezzata come uno sloop, con randa, trinchettina, gabbiola, freccia e fiocco; velatura, questa, molto maneggevole e facilmente ammainabile in caso di temporali e indicatissima per l’andatura di bolina. Infine, lo scafo doveva essere costruito con fasciame a paro, cioè con corsi che si pareggiassero invece di sovrapporsi; quanto all’ossatura, era necessario che fosse applicata a caldo, dopo la sistemazione del fasciame, che doveva essere montato su false coste.
Che legno si doveva adoperare per la costruzione dell’imbarcazione? L’olmo o l’abete, che abbondavano nell’isola? Si optò per l’abete, legno facile a lavorare e che sopporta bene quanto l’olmo l’immersione prolungata nell’acqua.
Stabiliti questi particolari, fu convenuto che, poiché il ritorno della bella stagione non sarebbe avvenuto che entro sei mesi, avrebbero lavorato all’imbarcazione soltanto Cyrus Smith e Pencroff, mentre Gedeon Spilett e Harbert dovevano continuare a cacciare, e Nab, con mastro Jup, suo aiutante, non avrebbero abbandonato i lavori domestici loro affidati.
Scelti gli alberi, li abbatterono, li tagliarono, li segarono in assi, come avrebbero potuto fare dei legnaioli provetti. Otto giorni dopo, nella rientranza esistente tra i Camini e la muraglia, era già allestito il cantiere, e una chiglia, lunga trentacinque piedi, munita di un dritto di poppa e di una ruota di prua era distesa sulla sabbia.