L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
«Non bevete nemmeno una tazza di caffè?»
«Nemmeno.»
«Una pipata, allora?»
Pencroff s’era alzato d’un balzo e la sua grossa faccia buona impallidì, quando vide il giornalista che gli presentava una pipa completamente riempita e Harbert un tizzone ardente.
Il marinaio volle articolare una parola, ma non vi riuscì; afferrò la pipa e la portò alle labbra; poi, applicandovi il tizzone, aspirò una dietro l’altra cinque o sei boccate.
Si levò una nuvola azzurrognola e profumata e dalle profondità di quella nuvola si udì una voce commossa, che ripeteva:
«Tabacco! Vero tabacco!»
«Sì, Pencroff» rispose Cyrus Smith «e per giunta, tabacco eccellente!»
«Oh, divina Provvidenza! Sacro Autore di tutte le cose!» esclamò il marinaio. «Non manca più niente nella nostra isola!»
E Pencroff fumava, fumava, fumava!
«E chi ha fatto questa scoperta?» chiese infine. «Voi, Harbert, non c’è dubbio.»
«No, Pencroff. È stato il signor Spilett.»
«Il signor Spilett!» gridò il marinaio stringendo al petto il giornalista, che non aveva mai subito una stretta simile.
«Uff! Pencroff» rispose Gedeon Spilett, riprendendo la respirazione per un istante compromessa. «Riservate una parte della vostra riconoscenza anche ad Harbert, che ha riconosciuto la pianta, a Cyrus che l’ha preparata e a Nab, che ha dovuto molto faticare per custodire il nostro segreto!»
«Orbene, amici miei, vi contraccambierò un giorno o l’altro!» rispose il marinaio. «E ora, per la vita e per la morte!»
CAPITOLO XI
L’INVERNO «FOLLATURA DELLA LANA» IL MULINO «UN’IDEA FISSA DI PENCROFF» LE STECCHE DI BALENA «A CHE COSA PUÒ SERVIRE UN ALBATRO» IL COMBUSTIBILE DELL’AVVENIRE «TOP E JUP» URAGANI «DANNI AL POLLAIO» UN’ESCURSIONE ALLA PALUDE «CYRUS SMITH SOLO» ESPLORAZIONE DEL POZZO
INTANTO arrivava l’inverno con il mese di giugno, che è il dicembre delle zone boreali; e la maggior occupazione fu quella di confezionare vesti resistenti e atte a tener caldo.
I mufloni del recinto erano stati spogliati della loro lana, e si trattava, dunque, ormai di trasformare quella preziosa materia tessile in stoffa.
È sottinteso che Cyrus Smith, non avendo a sua disposizione macchine per cardare, né per pettinare, né per lisciare, né per distendere, né per torcere, né mulejenny, né selfacting per filare la lana, né telaio per tesserla, dovette procedere in un modo più semplice, che consentisse di eliminare la filatura e la tessitura. E, infatti, egli si proponeva di utilizzare semplicemente la proprietà che hanno i filamenti di lana di allacciarsi fra loro quando si comprimono in tutti i sensi, costituendo, con il loro semplice incrociarsi, quella stoffa che si chiama feltro. Il feltro poteva, dunque, ottenersi con una semplice pigiatura, operazione che, se diminuisce la morbidezza della stoffa, aumenta notevolmente le sue proprietà conservatrici di calore. Ora, appunto, la lana prodotta dai mufloni era fatta di fiocchi cortissimi, ottima condizione questa per la feltratura.
L’ingegnere, aiutato dai suoi compagni, compreso Pencroff, che dovette ancora una volta abbandonare la sua imbarcazione, cominciò le operazioni preliminari, che avevano lo scopo di sbarazzare la lana da quella sostanza oleosa e grassa, di cui essa è impregnata e che si chiama untume. Questa sgrassatura fu fatta in vasche piene di acqua, portate alla temperatura di settanta gradi, nelle quali la lana fu immersa per ventiquattro ore; poi venne lavata accuratamente in bagni di soda; infine, quando la pressione l’ebbe sufficientemente asciugata, si trovò pronta per essere follata, vale a dire per diventare una solida stoffa, grossolana indubbiamente e senza alcun valore in un centro industriale d’Europa o d’America, ma che si doveva tener in gran pregio sui «mercati dell’isola di Lincoln».
Si capisce che questo genere di stoffa dev’essere stato conosciuto fin dai più lontani tempi, e infatti, le prime stoffe di lana furono fabbricate mediante il procedimento che Cyrus Smith stava per mettere in pratica.
La sua qualità d’ingegnere gli servì molto nella costruzione della macchina destinata a follare la lana, giacché egli seppe abilmente approfittare della forza meccanica, fino allora inutilizzata, della cascata d’acqua della spiaggia per muovere una gualchiera.
Nulla di più rudimentale di quella macchina. Un albero, munito di aste che sollevavano e lasciavano ricadere a volta a volta dei pestelli verticali; i recipienti destinati a ricevere la lana, all’interno dei quali ricadevano i detti pestelli; una forte armatura, anch’essa di legno, che conteneva e collegava tutto il sistema: tale era quella macchina e così era stata per secoli fino al momento in cui si ebbe l’idea di sostituire i pestelli con dei compressori cilindrici e di sottoporre la materia non più a una battitura, ma a una vera e propria laminatura.
L’operazione, ben diretta da Cyrus Smith, riuscì a meraviglia. La lana, precedentemente impregnata d’una soluzione saponacea, destinata da una parte a facilitare lo slittamento, il ravvicinamento, la compressione e il rammollimento delle fibre, dall’altra a impedire che la battitura potesse alterarla, uscì dalla gualchiera sotto forma di un grosso strato di feltro. L’ispidezza propria dei bioccoli di lana si era così bene appianata coi reciproci intrecci, da formare una stoffa ugualmente adatta a fare dei vestiti come delle coperte. Non era, evidentemente, né merinos, né mussolina, né cachemire di Scozia, né stoffa di seta, né panno, né raso di Cina, né orlans, né alpaca, né flanella! Era «feltro lincolniano» e l’isola di Lincoln vantava così un’industria di più.
I coloni ebbero, quindi, insieme a buoni vestiti, anche grosse coperte e poterono senza timore attendere l’inverno del 1866-67.
I grandi freddi cominciarono a farsi sentire verso il 20 giugno e, con grande rammarico, Pencroff dovette sospendere la costruzione della barca, che tuttavia sarebbe stata ugualmente finita per la futura primavera.
L’idea fissa del marinaio era di fare un viaggio di ricognizione all’isola di Tabor, benché Cyrus Smith non approvasse questo viaggio di pura curiosità, dato che, evidentemente, niente di utile c’era da trovare su quello scoglio deserto e quasi arido. Un viaggio di centocinquanta miglia, su un’imbarcazione relativamente piccola, in mezzo a mari sconosciuti, non poteva non ispirargli qualche apprensione. Se la barca, una volta in alto mare, fosse venuta a trovarsi tanto nell’impossibilità di raggiungere Tabor, che di ritornare all’isola di Lincoln, che cosa sarebbe avvenuto di essi in mezzo al Pacifico, così fecondo di sinistri?
Cyrus Smith parlava spesso di questo progetto con Pencroff e trovava in lui un’ostinazione abbastanza strana nel voler compiere questo viaggio; ostinazione di cui forse il marinaio non si rendeva ben conto.
«Insomma,» gli disse un giorno l’ingegnere «vi faccio osservare, amico mio, che dopo aver detto tanto bene dell’isola di Lincoln, dopo aver tante volte manifestato il dispiacere che provereste nel doverla abbandonare, voi siete il primo a volerla lasciare.»
«Lasciarla per pochi giorni soltanto,» rispose Pencroff «per pochi giorni soltanto, signor Cyrus! Il tempo d’andare e tornare; di vedere che cos’è quell’isolotto!»
«Ma non può valere l’isola di Lincoln!»
«Ne sono convinto fin d’ora!»
«E allora perché avventurarcisi?»
«Per sapere quel che succede all’isola di Tabor!»
«Ma non vi succede niente! Non può succedervi niente!»
«Chi sa?»
«E se foste sorpreso dalla tempesta?»
«La tempesta non è da temere nella bella stagione» rispose Pencroff. «Ma, signor Cyrus, siccome bisogna prevedere tutto, vi chiederò il permesso di condurre con me soltanto Harbert, in questo viaggio.»
«Pencroff,» rispose l’ingegnere, mettendo la mano sulla spalla del marinaio «se accadesse qualche disgrazia a voi e a quel ragazzo, che il caso ha fatto nostro figlio, credete che noi ce ne potremmo mai consolare?»