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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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Il 17 marzo l’ascensore funzionò per la prima volta, fra la comune soddisfazione. Da allora in poi, tutti i fardelli — legna, carbone, provviste — e i coloni stessi, furono issati mediante quel semplice sistema, che sostituì la primitiva scala, da nessuno rimpianta. Top si mostrò particolarmente lieto di questo miglioramento, perché non aveva né poteva avere la destrezza di Jup per arrampicarsi sui pioli e parecchie volte aveva dovuto fare l’ascensione di GraniteHouse sul dorso di Nab, oppure su quello dell’orango.

Pure in quel periodo di tempo, Cyrus Smith tentò di fabbricare del vetro, e dovette in principio adibire a questa nuova destinazione l’antico forno da stoviglie. La cosa presentava difficoltà abbastanza gravi, ma, dopo parecchi tentativi infruttuosi, finì per riuscire a impiantare un laboratorio di vetreria, che Gedeon Spilett e Harbert, aiutanti naturali dell’ingegnere, non lasciarono per alcuni giorni.

Le sostanze che entrano nella composizione del vetro sono unicamente la sabbia, la creta e la soda (carbonato o solfato). Ora, la spiaggia forniva la sabbia, la calce forniva la creta, le piante marine fornivano la soda, le piriti fornivano l’acido solforico e il suolo forniva il carbon fossile per scaldare il forno alla temperatura voluta. Cyrus Smith si trovava, dunque, nelle condizioni adatte per operare.

L’utensile, la cui fabbricazione presentò la maggiore difficoltà, fu la «canna di vetraio», tubo di ferro lungo da cinque a sei piedi, che serve a raccogliere, con una delle sue estremità, la materia allo stato di fusione. Ma per mezzo di una striscia di ferro, lunga e sottile, che fu arrotolata come una canna di fucile, Pencroff riuscì a fabbricare quell’arnese, che fu presto in grado di funzionare.

Il 28 marzo il forno fu scaldato intensamente. Cento parti di sabbia, trentacinque di creta, quaranta di solfato di soda, mescolate a due o tre parti di carbone in polvere, composero la sostanza, che fu messa nei crogiuoli di terra refrattaria. Allorché la temperatura elevata del forno l’ebbe ridotta allo stato liquido o piuttosto allo stato pastoso, Cyrus Smith raccolse con la canna una certa quantità di questa pasta, la girò e la rigirò su una piastra di metallo, precedentemente preparata, in modo da darle la forma conveniente per la soffiatura; poi passò la canna ad Harbert, dicendogli di soffiare dall’altra estremità.

«Come per fare delle bolle di sapone?» domandò il giovinetto.

«Precisamente» rispose l’ingegnere.

E Harbert, gonfiando le gote, soffiò tanto e così bene nella canna, avendo contemporaneamente cura di girarla sempre, che il suo soffio dilatò la massa vetrosa. Altre quantità di sostanza in fusione vennero aggiunte alla prima, e ne risultò in breve una bolla che misurava un piede di diametro. Allora Cyrus Smith riprese la canna dalle mani di Harbert e, imprimendole un movimento di pendolo, fece allungare la bolla malleabile, in modo da darle una forma cilindroconica.

L’operazione della soffiatura aveva dunque dato un cilindro di vetro, terminante con due calotte semisferiche, che furono facilmente staccate per mezzo d’un ferro tagliente bagnato d’acqua fredda; poi, con il medesimo procedimento, il cilindro venne tagliato per tutta la sua lunghezza e, dopo essere stato scaldato una seconda volta per renderlo malleabile, fu steso su una piastra e spianato mediante un rullo di legno.

Il primo vetro era, dunque, fabbricato e bastava fare cinquanta volte la stessa operazione per avere cinquanta vetri. Così le finestre di GraniteHouse furono in poco tempo fornite di lastre diafane, non bianchissime forse, ma sufficientemente trasparenti.

Quanto agli altri oggetti, bicchieri e bottiglie, non fu che un gioco. Erano, del resto, accettati come venivano all’estremità della canna. Pencroff aveva domandato il favore di «soffiare» a sua volta e questo era un piacere per lui, ma soffiava molto forte, per cui i suoi prodotti ostentavano forme così stravaganti, che riscuotevano tutta la sua ammirazione.

Durante una delle escursioni fatte in quel tempo, fu scoperto un nuovo albero, i cui prodotti vennero ad accrescere ancora le disponibilità alimentari della colonia.

Cyrus Smith e Harbert, cacciando, s’erano un giorno avventurati nella foresta del Far West, sulla sinistra del Mercy, e come sempre, il ragazzo faceva mille domande all’ingegnere, alle quali questi rispondeva con grandissimo piacere. Ma avviene per la caccia come per ogni occupazione di questo mondo: quando non ci si mette il necessario zelo, vi sono abbastanza motivi per non riuscire. Ora, dato che Cyrus Smith non era cacciatore e che, d’altra parte, Harbert parlava di chimica e di fisica, molti canguri, capibara e aguti passarono a tiro, ma sfuggirono alle fucilate del giovinetto. I due cacciatori rischiavano d’aver fatto un’escursione inutile, quando Harbert esclamò:

«Ah! signor Cyrus, vedete quell’albero?»

E mostrava un arbusto, piuttosto che un albero, giacché non si componeva che d’un semplice fusto, rivestito di una scorza squamosa, con foglie rigate di piccole venature parallele.

«Che albero è questo, che assomiglia a un piccolo palmizio?» chiese Cyrus Smith.

«È un cycas revoluta, di cui ho il disegno nel dizionario di storia naturale!»

«Ma non vedo nessun frutto su quest’arbusto!»

«No, signor Cyrus,» rispose Harbert «ma il suo tronco contiene una farina, che la natura ci fornisce già macinata.»

«È dunque l’albero del pane?»

«Sì, l’albero del pane.»

«Ebbene, ragazzo mio,» rispose l’ingegnere «questa è una scoperta preziosa, mentre attendiamo di raccogliere il frumento. All’opera, e voglia il Cielo che tu non ti sia sbagliato!»

Harbert non s’era sbagliato. Spezzò il fusto di un cycas, ch’era composto d’un tessuto glandulare e racchiudeva una certa quantità di midollo farinoso, attraversato da fasci legnosi, separati da anelli della medesima sostanza, disposti concentricamente. A questa fecola si mescolava un succo mucillaginoso, di sapore sgradevole, che però sarebbe stato facile espellere mediante pressione. Questa sostanza cellulare costituiva una vera farina di qualità superiore, estremamente nutritiva e della quale un tempo le leggi giapponesi vietavano l’esportazione.

Cyrus Smith e Harbert, dopo avere ben studiato la zona del Far West ove questi cycas crescevano, presero dei punti di riferimento e ritornarono a GraniteHouse, ove fecero conoscere la loro scoperta.

L’indomani, i coloni andarono alla raccolta e Pencroff, sempre più entusiasta della sua isola, diceva all’ingegnere:

«Signor Cyrus, credete che esistano delle isole per naufraghi?»

«Che cosa intendete dire, Pencroff?»

«Intendo delle isole create apposta perché vi si possa convenientemente naufragare e sulle quali dei poveri diavoli possano sempre trarsi d’imbarazzo!»

«È possibile» rispose sorridendo l’ingegnere.

«È sicuro, signore» rispose Pencroff; «e non è meno sicuro che l’isola di Lincoln è una di esse!»

Tornarono a GraniteHouse con un’ampia messe di fusti di cycas. L’ingegnere allestì un torchio, allo scopo di estrarre il succo mucillaginoso mescolato alla fecola, e ottenne una notevole quantità di farina, che tra le mani di Nab si trasformò in focacce e in pasticcini. Non era ancora il vero pane di frumento, ma gli assomigliava molto.

In quel periodo di tempo, l’onagro, le capre e le pecore del recinto fornivano quotidianamente il latte necessario alla colonia. Il carro, o piuttosto una specie di carretta leggera che l’aveva sostituito, faceva frequenti viaggi al recinto, e quando toccava a Pencroff di fare il suo giro, questi conduceva seco Jup e gli faceva guidare il veicolo, compito che Jup adempiva con la consueta intelligenza, facendo schioccare la frusta.

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