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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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Che la donna sia folgorata!

Infilandosi il cestino da cucito sottobraccio Min raccolse le gonne con l’altra mano e camminò fuori dalla sala da pranzo, dopo la colazione, con passo leggero e schiena dritta. Avrebbe potuto tenere in bilico sulla testa una coppa piena di vino senza versarne una goccia. In parte perché non poteva fare un bel passo lungo con quel vestito, tutto di seta azzurro chiaro con un corpetto comodo, maniche e gonna lunga che avrebbe trascinato in terra se non l’avesse tenuta sollevata. In parte perché avvertiva gli occhi di Laras su di lei.

Uno sguardo indietro le diede ragione. La responsabile delle cucine, una botte di vino con le gambe, era raggiante di approvazione dalla porta della sala da pranzo. Chi avrebbe pensato che la donna era stata bella in gioventù, o che avrebbe avuto un posto nel cuore per le ragazze graziose e civettuole? Le chiamava ‘vivaci’. Chi avrebbe sospettato che avrebbe deciso di prendere ‘Elmindreda’ sotto la sua robusta ala protettiva? Non era affatto una posizione confortevole. Laras aveva un occhio protettivo su Min e sembrava scovarla ovunque nella Torre. Min le sorrise e si sistemò i capelli, ora una corona ovale di riccioli neri. Che la donna sia folgorata! Non ha qualcosa da cucinare o qualche sguattera da rimproverare? si chiese.

Laras le fece cenno con la mano e Min ricambiò. Non poteva permettersi di offendere qualcuno che la sorvegliava così da vicino, non quando non aveva idea di quanti errori stava commettendo. Laras conosceva ogni trucco di una ragazza ‘vivace’, e si aspettava di insegnare a Min tutti quelli che lei non conosceva.

Un vero errore, rifletteva Min mentre si sedeva su una panca di marmo sotto un alto salice, era stato il ricamo. Non dal punto di vista di Laras, ma dal suo. Estraendo il telaio da ricamo dal cestino esaminò mestamente il lavoro del giorno prima, un certo numero di margherite di campo in cerchi e qualcosa che voleva essere un bocciolo di rosa giallo chiaro, anche se nessuno lo capiva a meno che non lo spiegasse. Con un sospiro cominciò a prepararsi per disfare il lavoro. Leane aveva ragione, supponeva: una donna poteva sedere per ore con un telaio per ricamare, guardando tutto e tutti e nessuno lo avrebbe ritenuto strano. Avrebbe però aiutato se avesse avuto qualche capacità.

Almeno era una mattina perfetta per stare all’aperto. Un bel sole dorato era sorto sull’orizzonte in un cielo dove alcune nuvole vaporose sembravano disposte per enfatizzarne la perfezione. Una brezza leggera colse il profumo delle rose e disfò degli alti cespugli di ‘calma’ con i grossi fiori rossi o bianchi. Molto presto i viottoli coperti di ghiaia vicini all’albero sarebbero stati pieni di gente che eseguiva questa o quella commissione, dalle Aes Sedai agli stallieri. Una mattina perfetta e una postazione perfetta per controllare senza essere vista. Forse oggi avrebbe avuto visioni utili.

«Elmindreda?»

Min balzò, e si mise in bocca il dito che si era punta. Voltandosi sulla panca, stava preparandosi per assalire Gawyn per averla colta di sorpresa, ma le parole le si gelarono in gola. Galad era con lui. Più alto di Gawyn, le gambe lunghe, si muoveva con la grazia di un ballerino, una forza flessibile e nerboruta. Anche le mani erano lunghe, eleganti ma pur sempre forti. E il viso... Era calmo, semplice, l’uomo più bello che avesse mai visto.

«Smettila di succhiarti il dito» esordì Gawyn sorridendo. «Sappiamo che sei una graziosa ragazzina, non hai bisogno di provarcelo.»

Arrossendo portò velocemente giù la mano e si trattenne appena dal guardarli furiosa, era una cosa che non andava d’accordo con ‘Elmindreda’. Gawyn non aveva avuto bisogno di minacce o ordini dell’Amyrlin per mantenere il segreto, solamente una richiesta di Min, ma coglieva tutte le opportunità per prenderla in giro ogni volta che si presentavano.

«Non è bello prendere in giro la gente, Gawyn» lo apostrofò Galad. «Non intendeva offenderti, signora Elmindreda. Chiedo scusa, ma è possibile che ci siamo già visti prima? Quando hai guardato male Gawyn con quella fierezza un attimo fa, ho quasi creduto di conoscerti.»

Min abbassò gli occhi esitante. «Oh, non potrei mai dimenticare di averti incontrato, lord Galad» rispose con la miglior voce da ragazza sciocca che riusciva a fare. Il tono affettato, e la rabbia per quell’errore le fecero salire il sangue alla testa, migliorando la dissimulazione.

Non assomigliava affatto alla vera se stessa, e i capelli e il vestito erano solamente una parte del tutto. Leane le aveva procurato creme, polveri e un incredibile assortimento di cose misteriosamente profumate provenienti dalla città, quindi l’aveva fatta esercitare fino a quando avrebbe potuto usarle nel sonno. Adesso aveva gli zigomi e più colore sulle labbra di quanto ne avesse piazzato la natura. Una crema scura le contornava gli occhi e una fine polvere enfatizzava le ciglia, facendole sembrare gli occhi più larghi. Niente affatto come la vera se stessa. Alcune delle novizie le avevano fatto presente quanto era bella e anche alcune Aes Sedai l’avevano chiamata ‘una bambina davvero graziosa’. Min lo odiava. Il vestito era abbastanza carino, doveva ammetterlo, ma odiava tutto il resto. Eppure non avrebbe avuto senso indossare una maschera se poi non si atteneva alle regole.

«Sono certo che te ne ricorderesti» osservò Gawyn acido. «Non intendevo interrompere il lavoro di ricamo — rondini, vero? Rondini gialle?» Min spinse il telaio nel cestino. «Ma volevo chiederti un parere su questo.» Gawyn estrasse un piccolo libro rilegato in pelle, vecchio e stracciato, e glielo mise fra le mani, diventando serio di colpo. «Di’ a mio fratello che è una cosa senza senso. Forse ti ascolterà.»

La ragazza esaminò il libro. Le Vie della Luce, di Lothair Mantelar. Lo aprì e lesse a caso. «... e di conseguenza rinunciare a tutti i piaceri, perché il benessere è pura astrazione, un’ideale perfetto e cristallino che è oscurato dalle emozioni basilari. Non coccolare la carne. La carne è debole ma lo spirito è forte. Il pensiero giusto è annegato nelle sensazioni e la corretta azione ostacolata dalla passione. Prendi tutta la gioia dalla correttezza, e solamente quella.» Sembrava essere una cosa totalmente senza senso.

Min sorrise a Gawyn e riuscì anche a ridacchiare. «Così tante parole. Temo di saperne molto poco di libri, mio lord Gawyn. Ho sempre voluto leggerne uno, davvero lo voglio.» Min sospirò. «Ma c’è così poco tempo. Be’, solamente acconciarmi per bene i capelli richiede un’ora. Pensi che siano carini?» Lo stupore oltraggiato sul viso di Gawyn la fece quasi scoppiare a ridere, ma si limitò a fare una risatina. Era un piacere prendere in giro lui, per una volta; doveva vedere se riusciva a farlo più spesso. C’erano delle possibilità in questa mascherata che non aveva considerato. Questa permanenza alla Torre si era rivelata noiosa e irritante. Meritava un po’ di divertimento.

«Lothair Mantelar» spiegò Gawyn con voce tesa «è il fondatore dei Manti Bianchi. I Manti Bianchi!»

«Era un gran gentiluomo» intervenne Galad con fermezza. «Un filosofo dai nobili ideali. Se i Figli della Luce sono a volte stati... eccessivi... dopo i suoi tempi, tutto questo non cambia.»

«Oh, no. Manti Bianchi» ripeté Min senza fiato, rabbrividendo leggermente. «Ho sentito dire che sono uomini così radi. Non posso immaginare un Manto Bianco danzare. Credi che ci sia qualche possibilità di avere un ballo qui? Alle Aes Sedai non sembra importare, ma io amo così tanto ballare.» La frustrazione negli occhi di Gawyn era una delizia.

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