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L'ascesa dell'Ombra

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L'ascesa dell'Ombra
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«Buongiorno a te, menestrello» rispose la donna più anziana. Un po’ paffuta e con il viso semplice forse, ma aveva un sorriso piacevole, anche se era stanca. «Possiamo esserti d’aiuto?» Thom estrasse le palle colorate da un’ampia manica e iniziò a farle roteare.

«Sto solamente cercando di sollevare gli spiriti. Un menestrello deve fare ciò che può.» Ne avrebbe usate più di quattro, ma era così stanco che anche così era un esercizio di concentrazione. Quanto tempo era passato da quando gli era quasi caduta la quinta palla? Due ore? Soffocò uno sbadiglio, trasformandolo in un sorriso rassicurante.

«Una notte terribile, e gli spiriti hanno bisogno di essere sollevati.»

«Il Lord Drago ci ha salvati» intervenne una delle donne giovani.

Era graziosa e magra, ma negli occhi scuri e ombreggiati aveva un’espressione da predatore che lo metteva in guardia sul moderare i sorrisi. Naturalmente avrebbe potuto essere utile se fosse stata sia avida che onesta: significava che una volta pagata avrebbe mantenuto il silenzio. Era sempre utile trovare un altro paio di mani per sistemare una nota, una lingua che gli avrebbe riferito quanto sentito e detto quel che voleva, dove voleva. Vecchio sciocco! Hai abbastanza mani e orecchie, per cui smettila di pensare a un bel seno e ricordati lo sguardo in quegli occhi! si disse. La cosa interessante era che sembrava che la ragazza intendesse davvero quanto aveva detto, e uno dei giovani ragazzi annuì in segno di consenso alle sue parole.

«Sì» rispose Thom. «Mi chiedo quale Sommo signore fosse in carica ieri per la guardia ai moli.» Fece quasi cadere le palle per l’irritazione contro se stesso. Tirar fuori l’argomento in quel modo. Era troppo stanco; doveva essere a letto. Ore fa.

«I moli sono responsabilità dei difensori» rispose la donna anziana. «Tu naturalmente non puoi saperlo. I Sommi signori non si scomoderebbero per una cosa simile.»

Thom lo sapeva molto bene. «È così? Be’, certo, non sono di Tairen.» Cambiò il gioco con le palle da un semplice cerchio a uno doppio; sembrava più difficile di quanto fosse, e la ragazza con lo sguardo da predatore applaudì. Non che Thom fosse concentrato, poteva benissimo proseguire. Dopo questo però, sarebbe andato a letto. A letto? Il sole stava già sorgendo. «Eppure è pur sempre una vergogna che nessuno abbia chiesto perché quelle chiatte si trovavano attraccate ai moli. Con gli oblò chiusi a nascondere tutti quei Trolloc. Non che stia dicendo che qualcuno lo sapesse.» Il doppio cerchio vacillò, e Thom tornò rapidamente a un cerchio singolo. Luce, era esausto. «Ti verrebbe da pensare che uno dei Sommi signori avrebbe dovuto informarsi.»

I due giovani uomini si guardarono l’un l’altro pensierosi e accigliati, e Thom sorrise. Un altro seme piantato con gran semplicità, anche se maldestramente. Un’altra voce avviata, qualunque cosa sapessero su chi era in carica ai moli. E le voci si diffondevano — una come questa non si sarebbe fermata fuori dalla città — perciò era un altro piccolo sospetto incuneato fra la gente comune e i nobili. A chi si sarebbe rivolto il popolo, se non all’uomo che i nobili odiavano? L’uomo che aveva salvato la Pietra dalla progenie dell’Ombra. Rand al’Thor. Il lord Drago.

Era giunto il momento di lasciare quanto aveva seminato. Se le radici avevano attecchito qui, nulla di ciò che avrebbe potuto dire ora poteva sradicarle e aveva già disseminato altri semi, stanotte. Ma non sarebbe stato di alcuna utilità se avessero scoperto che era lui il seminatore. «Hanno combattuto valorosamente la scorsa notte. I Sommi signori. Be’, ho visto...» si interruppe quando le donne balzarono alle ramazze e gli uomini afferrarono la cassa e corsero via.

«Posso trovare lavoro anche per un menestrello» echeggiò la voce della majhere alle sue spalle. «Delle mani inattive sono mani inattive.»

Thom si voltò con grazia, considerando la gamba, e le rivolse un profondo inchino. La testa della donna gli arrivava sotto la spalla, ma probabilmente pesava il doppio di lui. Aveva il viso come un’incudine — non era migliorato con il bendaggio attorno alle tempie — il doppio mento e un paio d’occhi come schegge di selce nera. «Buongiorno a te, graziosa signora. Un piccolo regalo da questa fresca mattina appena nata.»

Agitò le mani, estrasse un fiore giallo dorato e lo mise fra i capelli grigi della donna, solo un po’ avvizzito per tutto il tempo che aveva trascorso nella sua manica. La majhere rimosse subito il fiore e lo guardò sospettosa, ma era esattamente ciò che Thom voleva. Fece tre passi zoppicanti durante quel momento di esitazione e quando la donna gridò qualcosa alle sue spalle, non la sentì e non rallentò.

Donna orribile, si disse. Se l’avessimo liberata contro i Trolloc li avrebbe fatti spazzare e lavare.

Sbadigliò dietro una mano e la mascella schioccò. Era troppo vecchio per tutto questo. Era stanco e il ginocchio gli faceva davvero male. Notti senza sonno, battaglie, complotti. Troppo vecchio. Avrebbe dovuto trovarsi in qualche fattoria a condurre una vita tranquilla. Con le galline. Nelle fattorie ce ne erano sempre. E pecore. Non credeva che fosse difficile badare a loro; i pastori sembravano ciondolare e suonare lo zufolo tutto il tempo. Lui avrebbe suonato l’arpa naturalmente, non lo zufolo. O il suo flauto; il maltempo non faceva bene all’arpa. E nelle vicinanze ci sarebbe certamente stata una città con una locanda dove poteva stupire i mecenati nella sala comune. Fece svolazzare il mantello quando oltrepassò due inservienti. Il solo motivo per indossarlo era che tutti notassero che era un menestrello. I due naturalmente si rianimarono nel vederlo, sperando che forse si sarebbe fermato per un momento a intrattenerli. Molto gratificante. Sì, una fattoria aveva i suoi pregi. Un posto tranquillo. Senza gente in giro a disturbarlo. Purché ci fosse stata una città nelle vicinanze.

Aprendo la porta della sua stanza si fermò. Moiraine si raddrizzò, quasi avesse avuto pieno diritto di trovarsi in quel luogo a frugare fra le carte sparpagliate sul tavolo, e si sistemò la gonna con calma mentre si accomodava su uno sgabello. Adesso aveva davanti a sé una bellissima donna, con tutta la grazia che un uomo poteva desiderare, inclusa quella di ridere alle sue battute. Idiota! È un’Aes Sedai e sei troppo stanco per pensare correttamente, si disse.

«Buongiorno a te, Moiraine Sedai» le disse, appendendo il mantello a un gancio. Evitò di guardare la cassetta per gli scritti, ancora riposta sotto al tavolo, dove l’aveva lasciata. Non c’era motivo di farle capire che era importante. Probabilmente non aveva nemmeno senso controllarla dopo che se ne fosse andata; avrebbe potuto aprire e richiudere il lucchetto, e non sarebbe mai stato in grado di capirlo. Stanco com’era, non avrebbe potuto nemmeno ricordarsi se ci aveva lasciato qualcosa di incriminante. O in qualsiasi altro posto, per dirla tutta. Ogni cosa nella stanza pareva in ordine. Non credeva che poteva essere stato talmente stupido da lasciare qualcosa in giro. Le porte nelle aree della servitù non avevano lucchetti o chiavistelli. «Ti offrirei qualcosa di fresco da bere, ma temo di non avere altro che acqua.»

«Non ho sete» rispose la donna con una gradevole voce melodiosa. Si inchinò in avanti e la stanza era abbastanza piccola da consentirle di appoggiare una mano sul ginocchio di Thom. Un senso di fresco lo solleticò attraversandolo. «Vorrei che una brava guaritrice si fosse trovata nelle tue vicinanze quando questo accadde, adesso è troppo tardi. Mi spiace.»

«Una dozzina di guaritrici non sarebbe stata sufficiente» rispose Thom. «È opera di un Mezzo Uomo.»

«Lo so.»

Cos’altro sa? si chiese Thom. Girandosi per prendere l’unica sedia che aveva da dietro al tavolo, si trattenne dall’imprecare. Si sentiva quasi avesse avuto una buona nottata di sonno, e il dolore al ginocchio era sparito. La zoppia rimaneva, ma la giuntura era più sciolta. La donna non ha nemmeno chiesto se volevo che lo facesse! Che io sia folgorato, che cosa sta cercando? pensò. Si rifiutò di flettere la gamba. Se la donna non voleva chiedere, non avrebbe riconosciuto il suo dono.

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