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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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Il perimetro del recinto fu, dunque, tracciato dall’ingegnere e si dovette procedere al taglio degli alberi necessari per la costruzione della palizzata; ma, siccome l’apertura della strada aveva già reso necessario il sacrificio d’un certo numero di tronchi, questi vennero trasportati con il carro e fornirono un centinaio di pali, che furono solidamente piantati nel suolo.

Nella parte anteriore della palizzata fu praticato un ingresso discretamente largo, chiuso da una porta a due battenti, costituiti da robuste assi, che dovevano essere esternamente consolidate da sbarre di ferro.

La costruzione del recinto non richiese meno di tre settimane, giacché, oltre alla palizzata, Cyrus Smith elevò dei vasti porticati di legno, sotto i quali avrebbero potuto rifugiarsi i ruminanti. Inoltre, era stato necessario dare a quelle costruzioni la massima solidità, poiché essendo i mufloni animali robusti, bisognava temere le loro prime violenze. I pali, appuntiti a fuoco all’estremità superiore, erano stati saldamente uniti per mezzo di traverse inchiavardate, e alcuni puntelli, messi qua e là, a distanza, assicuravano la stabilità dell’insieme.

Finito il recinto, si trattava di operare una grande battuta ai piedi del monte Franklin, in mezzo ai pascoli frequentati dai ruminanti. Quest’operazione ebbe luogo il 7 febbraio, una bella giornata d’estate, e tutti vi presero parte. I due onagri, già abbastanza bene addomesticati, e montati da Gedeon Spilett e da Harbert, resero grandi servigi in questa occasione.

La manovra consisteva unicamente nello spingere i mufloni e le capre, incalzandoli sempre e restringendo a poco a poco il cerchio di battuta intorno a essi. Così Cyrus Smith, Pencroff, Nab, Jup si portarono in diversi punti del bosco, mentre i due cavalieri e Top galoppavano in un raggio di mezzo miglio attorno al recinto.

I mufloni erano numerosi in quella parte dell’isola. Quei begli animali, grandi come daini, dalle corna più forti di quelle dell’ariete, dal vello grigiastro, frammisto di lunghi peli, assomigliavano agli argali.

Come fu faticosa quella giornata di caccia! Quanto andare e venire, quante corse e controcorse, quante grida! Su di un centinaio di mufloni inseguiti, più di due terzi scapparono agli inseguitori; ma, alla fin fine, una trentina di questi ruminanti e una dozzina di capre selvatiche, a poco a poco sospinte verso il recinto, la cui porta aperta pareva offrir loro un’uscita, si gettarono in esso e poterono venir fatti prigionieri.

Insomma, il risultato fu soddisfacente e i coloni non ebbero a lagnarsene. La maggior parte di quei mufloni erano femmine, alcune delle quali non dovevano tardar molto a figliare. Era dunque certo che il gregge avrebbe prosperato e che non solo la lana, ma anche le pelli avrebbero abbondato in un tempo assai prossimo.

Quella sera i cacciatori tornarono esauriti a GraniteHouse. Ciò nonostante, l’indomani non trascurarono di visitare il recinto. I prigionieri avevano bensì tentato di rovesciare la palizzata, ma non v’erano riusciti e presto s’acquietarono un poco.

Durante quel mese di febbraio non avvenne nulla di particolarmente importante. I lavori quotidiani procedettero con metodo e mentre venivano migliorate le strade del recinto e di Porto Pallone, una terza ne fu incominciata, che, partendo dal recinto, si dirigeva verso la costa occidentale. La parte ancora inesplorata dell’isola di Lincoln era sempre quella dei grandi boschi che coprivano la penisola Serpentine, ove si rifugiavano le belve, da cui Gedeon Spilett contava liberare il suo dominio.

Prima che ritornasse la stagione fredda, furono dedicate le cure più assidue alla coltura delle piante selvatiche, ch’erano state trapiantate dalla foresta sull’altipiano di Bellavista. Harbert non ritornava mai da un’escursione senza portar con sé qualche vegetale utile. Un giorno erano esemplari di cicoriacee, i cui semi spremuti potevano dare un olio eccellente; un altro giorno, era un’erba acetosa comune, le cui proprietà antiscorbutiche non erano disprezzabili; poi alcuni di quei preziosi tuberi, che sono stati coltivati in ogni tempo nell’America meridionale, cioè le patate, di cui si contano oggigiorno più di duecento specie. L’orto, ben tenuto, bene irrigato e ben difeso contro gli uccelli, era diviso in piccoli riquadri: vi crescevano lattughe, una qualità di patate lunghe e rosse, acetosa, rape, ravanelli e altre crocifere. La terra su quell’altipiano era prodigiosamente feconda e si poteva, quindi, sperare in un abbondante raccolto.

E nemmeno mancavano le bevande più varie, e a patto di non esigere del vino, anche i più difficili non potevano lamentarsi. Al té d’Oswego fornito dalle monarde didime e al succo fermentato estratto dalle radici di dracena, Cyrus Smith aveva aggiunto una birra vera e propria, fabbricata con i giovani germogli dell’abies nigra, che, dopo aver bollito e fermentato, produssero quella gradevole bevanda, particolarmente igienica, che gli angloamericani chiamano spring beer, vale a dire birra d’abete.

Verso la fine dell’estate, il pollaio possedeva una bella coppia di ottarde, appartenenti alla specie ubava, caratterizzata da una specie di mantellina di piume; una dozzina di mestoloni, la cui mandibola superiore si prolunga da ciascun lato in un’appendice membranosa, e magnifici galli, neri di cresta, di bargigli e di epidermide, simili ai galli del Mozambico, che si pavoneggiavano sulla riva del lago.

Così, dunque, tutto riusciva, grazie all’attività, di quegli uomini coraggiosi e intelligenti. La Provvidenza faceva molto per loro, indubbiamente; ma, fedeli al gran precetto, essi innanzi tutto s’aiutavano da sé e il Cielo veniva poi loro in aiuto.

Alla fine di quelle calde giornate d’estate, la sera, quando i lavori erano terminati, quando si levava la brezza marina, amavano sedersi sul margine dell’altipiano di Bellavista, sotto una specie di veranda coperta di piante rampicanti, sorta per esclusiva opera di Nab. Là, conversavano, s’istruivano reciprocamente, facevano dei piani, e il semplice e rude buon umore del marinaio rallegrava incessantemente quel piccolo mondo, nel quale la più perfetta armonia non aveva mai cessato di regnare.

Parlavano del loro Paese, della cara e grande America. A che punto era la guerra di Secessione? Evidentemente, non era possibile ch’essa si fosse prolungata! Richmond era, senza dubbio, caduta nelle mani del generale Grant! La presa della capitale dei separatisti aveva dovuto essere l’ultimo atto di quella lotta funesta! E mentre essi parlavano, il Nord aveva certo trionfato per la buona causa! Ah, un giornale sarebbe stato il benvenuto fra gli esiliati dell’isola di Lincoln! Erano già undici mesi che ogni comunicazione fra loro e il resto dell’umanità era stata interrotta, e fra poco, il 24 marzo, sarebbe ricorso l’anniversario del giorno in cui il pallone li aveva gettati su quella costa sconosciuta! Essi allora non erano che dei naufraghi, incerti di poter contendere agli elementi la loro miserabile vita! E adesso, grazie al sapere del loro capo, grazie alla loro propria intelligenza, erano dei veri coloni, muniti d’armi, di utensili, di strumenti; avevano saputo trar partito dagli animali, dalle piante e dai minerali dell’isola, vale a dire dai tre regni della natura!

Sì, essi parlavano spesso di tutte queste cose e formavano ancora molti progetti per l’avvenire!

Cyrus Smith, abitualmente taciturno, ascoltava i compagni assai più spesso che non parlasse. Talvolta, sorrideva a qualche riflessione di Harbert, a qualche buffa sortita di Pencroff, ma, sempre e ovunque, pensava a quei fatti inesplicabili, allo strano enigma il cui segreto gli sfuggiva ancora!

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