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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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Era già più di mezzogiorno, quando i coloni, bene armati e muniti di picconi e di zappe, lasciarono i Camini, passarono sotto le finestre di GraniteHouse, dopo aver ordinato a Top di rimanere al suo posto, e si accinsero a risalire la riva sinistra del Mercy, allo scopo di raggiungere l’altipiano di Bellavista.

Ma non avevano fatto cinquanta passi che sentirono i latrati furiosi del cane. Era come un appello disperato.

Si fermarono.

«Corriamo!» disse Pencroff.

E tutti ridiscesero la sponda a precipizio.

Giunti alla svolta, videro che la situazione era mutata.

Infatti, le scimmie, prese da un terrore improvviso, provocato da qualche causa ignota, cercavano di fuggire. Due o tre correvano e saltavano da una finestra all’altra con l’agilità di pagliacci. Esse non cercavano nemmeno di rimettere a posto la scala, per mezzo della quale sarebbe stato loro facile discendere: nello spavento avevano forse dimenticato questo mezzo per svignarsela. Poco dopo, cinque o sei furono in posizione da poter essere colpite, e i coloni, prendendole di mira comodamente, fecero fuoco. Alcune, ferite o uccise, ricaddero nell’interno delle camere, cacciando acute strida. Le altre, precipitate al di fuori, si fracassarono le ossa nella caduta, e pochi istanti dopo si poteva presumere che non ci fosse più un quadrumane vivo in GraniteHouse.

«Evviva!» gridò Pencroff «Evviva, evviva!»

«Oh! Non tanti evviva!» disse Gedeon Spilett.

«Perché? Sono tutte morte!» rispose il marinaio.

«Lo so, ma questo non ci dà il mezzo di rientrare in casa.»

«Andiamo allo scarico!» replicò Pencroff.

«Indubbiamente» disse l’ingegnere. «Però sarebbe stato preferibile…»

In quel mentre, e come una risposta all’osservazione di Cyrus Smith, fu veduta la scala scivolare sulla soglia della porta, svolgersi e cadere fino a terra.

«Ah, corpo di mille pipe! Questa è grossa!» esclamò il marinaio, guardando Cyrus Smith.

«Troppo grossa!» mormorò l’ingegnere, che si slanciò per primo sulla scala.

«State attento, signor Cyrus!» esclamò Pencroff «se c’è ancora qualcuno di quegli scimmiotti…»

«Vedremo» rispose l’ingegnere senza fermarsi.

Tutti lo seguirono e in un minuto arrivarono alla soglia della porta. Cercarono dappertutto. Nessuno nelle camere, nessuno nel magazzino, ch’era stato rispettato dalla banda dei quadrumani.

«Ma, e la scala?» esclamò il marinaio. «Chi è la persona gentile che ce l’ha gettata?»

Ma in quel momento un grido si fece udire e una grande scimmia, che s’era rifugiata nel corridoio, si precipitò nella sala, inseguita da Nab.

«Ah, il furfante!» gridò Pencroff.

E, brandendo la scure, si accingeva a spaccare la testa all’animale, quando Cyrus Smith lo fermò e gli disse:

«Risparmiatelo, Pencroff.»

«Come? Risparmiare questo brutto muso nero?»

«Sì. È lui che ci ha gettato la scala!»

E l’ingegnere disse queste parole con un tono di voce così singolare, che sarebbe stato difficile capire se parlava seriamente o no.

Nondimeno, i coloni si gettarono sulla scimmia che, dopo essersi difesa valorosamente, fu atterrata e legata.

«Ohibò!» esclamò Pencroff. «E adesso che cosa ne faremo?»

«Un domestico!» rispose Harbert.

E così dicendo, il ragazzo non scherzava, poiché sapeva l’utilità che si può ricavare dalla razza intelligente dei quadrumani.

I coloni s’avvicinarono alla scimmia e la osservarono attentamente. Essa apparteneva proprio alla specie degli antropomorfi, il cui angolo facciale non è molto inferiore a quello degli Australiani e degli Ottentotti. Era un orangutan, e come tale non aveva né la ferocia del babbuino, né la sventatezza del macaco, né la sordidezza dell’uistitì, né la impazienza della bertuccia, né i cattivi istinti del cinocefalo. A questa famiglia degli antropomorfi si attribuiscono tanti tratti che indicano in essi un’intelligenza quasi umana. Utilizzati nelle case, possono servire a tavola, pulire le camere, aver cura dei vestiti, lucidare le scarpe, maneggiare abilmente il coltello, il cucchiaio e la forchetta, e persino bere il vino… tutto con molto garbo, quanto il miglior domestico bipede e implume. È noto che Buffon possedette una di queste scimmie, che lo servì per molto tempo, come un servo fedele e zelante.

Quello che stava legato nella sala di GraniteHouse era un grosso diavolaccio, alto sei piedi, dal corpo mirabilmente proporzionato, petto largo, testa di media grossezza, angolo facciale di sessantacinque gradi, cranio rotondo, naso sporgente, pelle ricoperta d’un pelo liscio, morbido e lucente; insomma, un tipo perfetto di antropomorfo. I suoi occhi, un po’ più piccoli degli occhi umani, brillavano di intelligente vivacità; i suoi denti bianchi risplendevano sotto i baffi, e aveva una barbetta ricciuta color nocciola.

«Un bel giovanotto!» disse Pencroff. «Se conoscessimo almeno la sua lingua, gli potremmo parlare!»

«E così,» disse Nab «sul serio, padrone, lo prendiamo come domestico?»

«Sì, Nab» rispose sorridendo l’ingegnere. «Ma non devi essere geloso!»

«Spero che diverrà un eccellente servitore» aggiunse Harbert. «Sembra giovane, la sua educazione sarà facile e non saremo obbligati, per addomesticarlo, a usare la forza, né a strappargli i canini, come si fa in simili circostanze! Non può che affezionarsi a dei padroni che saranno buoni con lui!»

«E lo saremo!» rispose Pencroff, che aveva dimenticato tutto il suo rancore contro i «buffoni».

Poi, avvicinandosi all’orangutan:

«Orbene, ragazzo mio,» gli domandò «come va? L’orangutan rispose con un piccolo grugnito, che denotava un umore non»

molto cattivo.

«Vogliamo, dunque, far parte della colonia?» chiese il marinaio. «Entriamo, dunque, al servizio del signor Cyrus Smith?»

Nuovo brontolio d’approvazione da parte della scimmia.

«E ci accontenteremo del vitto per tutto salario? Terzo grugnito affermativo.»

«La sua conversazione è un po’ monotona» fece osservare Gedeon Spilett.

«Bene!» disse Pencroff «i migliori domestici sono quelli che parlano poco. Eppoi, niente salario! Capite, ragazzo mio? Per cominciare non vi daremo salario, ma più tardi lo raddoppieremo, se saremo contenti di voi!»

Così la colonia s’accrebbe di un nuovo membro, che doveva renderle più d’un servigio. Riguardo al nome da dargli, il marinaio domandò che, in memoria di un’altra scimmia da lui conosciuta, questa fosse chiamata Jupiter e Jup per abbreviazione.

Ed ecco come, senz’altre cerimonie, mastro Jup entrò a far parte degli inquilini di GraniteHouse.

CAPITOLO VII

PROGETTI DA METTERE IN ESECUZIONE «UN PONTE SUL MERCY» FARE UN’ISOLA DELL’ALTIPIANO DI BELLAVISTA «IL PONTE LEVATOIO» LA RACCOLTA DEL GRANO «IL RUSCELLO» I PONTICELLI «LA CORTE PER GLI ANIMALI» LA PICCIONAIA «I DUE ONAGRI» IL CARRO E I FINIMENTI «ESCURSIONE A PORTO PALLONE»

I COLONI dell’isola di Lincoln avevano, dunque, riconquistato il loro domicilio, senza essere stati obbligati a percorrere l’antico condotto; ciò risparmiò loro di dover fare i muratori. Era stata una fortuna, in verità, che al momento in cui si accingevano al lavoro, la banda delle scimmie fosse stata presa da un terrore improvviso e inesplicabile, che le aveva cacciate da GraniteHouse. Quegli animali avevano, forse, presentito il serio attacco che stavano per subire da un’altra parte? Era il solo modo plausibile d’interpretare la loro ritirata.

Durante le ultime ore di quella giornata i cadaveri delle scimmie furono trasportati nel bosco e ivi sotterrati; poi, i coloni s’adoperarono a riparare il disordine causato dagli intrusi, disordine e non danno, giacché, se avevano scompigliato le suppellettili delle varie stanze, però non avevano rotto nulla. Nab riaccese i suoi fornelli, e le riserve della dispensa fornirono un pasto sostanzioso, al quale tutti fecero largamente onore.

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