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L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]

Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:

Questo straordinario romanzo presenta non poche analogie con Robinson Crusoe, dello scrittore inglese Defoe, di cui Verne era un grande ammiratore. Anche qui, la situazione è press’a poco la stessa: alcuni naufraghi approdano fortunosamente su un’isola deserta e lottano disperatamente per sopravvivere. Ma se Robinson, di fronte alla natura selvaggia, incarnava l’uomo del ‘700, che si industria come può, ricorrendo ai piccoli espedienti suggeritigli dalla ragione, senza altri strumenti che le proprie mani, i cinque naufraghi protagonisti di questo libro incarnano la nuova idea dell’uomo «scientifico» qual era concepito nella seconda metà dell’800, l’uomo che domina ormai la natura in virtù di una tecnologia progredita che gli permette di trasformare rapidamente un’isola selvaggia in una colonia civile. Non a caso Robinson è un uomo comune, un marinaio, ed è solo, a lottare contro le forze cieche della natura, mentre qui siamo dì fronte a una vera e propria équipe, composta da persone di estrazione e di competenze diverse, ma guidata da un ingegnere e scienziato, Cyrus Smith…
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Alle sei del mattino la piccola comitiva si mise in cammino. In previsione di cattivi incontri di animali a due o a quattro zampe, i fucili furono caricati a palla e Top, che doveva aprire la marcia, ricevette ordine di battere il margine della foresta.

A partire dall’estremità del promontorio che formava la coda della penisola, la costa s’arrotondava per un tratto di cinque miglia, che fu rapidamente percorso senza che le più minuziose investigazioni avessero rilevato la minima traccia di uno sbarco antico o recente, un avanzo qualsiasi di naufragio, un resto di accampamento, le ceneri di un fuoco spento o l’impronta di un passo!

I coloni, arrivati all’angolo sul quale la curva finiva per seguire la direzione nordest, formando la baia di Washington, poterono abbracciare con lo sguardo il litorale sud dell’isola in tutta la sua estensione. A venticinque miglia di distanza la costa terminava con il capo Artiglio, che si disegnava vagamente nella nebbia del mattino e che un fenomeno di miraggio rialzava, facendolo sembrare sospeso sull’acqua. Fra il punto occupato dai coloni e il fondo dell’immensa baia, la riva si componeva, prima, di un largo greto arenoso molto compatto e molto piano, con una fila d’alberi sullo sfondo; più oltre, invece, il litorale, divenuto molto irregolare, scendeva in mare con alcune punte aguzze, e infine alcune rocce nerastre s’accumulavano in un pittoresco disordine per finire al capo Artiglio.

Tale era la conformazione di questa parte dell’isola, che gli esploratori per la prima volta vedevano e che percorsero tutta con un’occhiata, dopo essersi fermati un momento.

«Una nave che venisse in questi paraggi con l’alta marea» disse allora Pencroff «sarebbe inevitabilmente perduta. Dei banchi di sabbia che si prolungano al largo, e più lontano, scogli! Cattivi paraggi!»

«Ma qualche cosa rimarrebbe pur sempre di questa nave» fece osservare il cronista.

«Ne resterebbero dei pezzi di legno sugli scogli, ma nulla sulla sabbia» rispose il marinaio.

«E perché?»

«Perché queste sabbie, ancor più pericolose della scogliera, inghiottono tutto quello che vi si getta, e bastano pochi giorni perché lo scafo di un bastimento di parecchie centinaia di tonnellate vi affondi interamente!»

«Cosicché, Pencroff,» domandò l’ingegnere «se una nave si fosse perduta su questi banchi, non ci sarebbe da meravigliarsi che adesso non ce ne fosse più nessuna traccia?»

«No, signor Smith, specialmente con l’aiuto del tempo o della tempesta. Pur tuttavia, sarebbe sorprendente, anche in questo caso, che dei rottami di alberatura non fossero stati gettati sulla riva, lungi dalle onde del mare.»

«Continuiamo, dunque, le ricerche» rispose Cyrus Smith.

Un’ora dopo mezzogiorno, i coloni erano giunti in fondo alla baia di Washington e avevano così percorso una distanza di venti miglia.

Si fermarono allora per far colazione.

Là cominciava una costa irregolare, bizzarramente frastagliata e coperta di una lunga linea di quegli scogli che succedevano ai banchi di sabbia, e che la marea, stanca in quel momento, non doveva poi tardare a scoprire. Si vedevano le ondulazioni del mare, che si infrangevano contro le punte delle rocce, snodarsi lungo la costa stessa in lunghe frange spumeggianti. Di lì sino al capo Artiglio la spiaggia era poco spaziosa e chiusa tra l’orlo dei frangenti e quello della foresta.

La marcia stava, dunque, per diventare difficile, sempre più difficile giacché innumerevoli rocce franate ingombravano il lido. La muraglia di granito tendeva pure a elevarsi sempre più, così che degli alberi che la coronavano dietro non si potevano vedere che le cime verdeggianti e immobili nella quiete assoluta dell’aria.

Dopo una mezz’ora di riposo, i coloni si rimisero in cammino e i loro occhi non lasciarono un solo punto inosservato, sia dei frangenti, sia della spiaggia. Pencroff e Nab si avventuravano persino in mezzo agli scogli ogni volta che un oggetto attirava la loro attenzione. Ma resti di naufragio non se ne trovavano, ed essi erano invece ingannati da qualche conformazione bizzarra delle rocce stesse. Poterono tuttavia constatare che le conchiglie commestibili abbondavano su quella spiaggia, che però avrebbe potuto essere utilmente sfruttata solo quando una comunicazione fosse stata stabilita fra le due rive del Mercy e quando, inoltre, i mezzi di trasporto fossero stati perfezionati.

Nulla, dunque, appariva su quel litorale che fosse in relazione con il presunto naufragio, e nondimeno un oggetto di qualche importanza, la carcassa di un bastimento, per esempio, sarebbe stato allora visibile, e i suoi resti sarebbero stati sospinti a riva, com’era avvenuto della cassa, trovata a meno di venti miglia da quel punto. Ma non c’era nulla.

Verso le tre, Cyrus Smith e i suoi compagni giunsero a una stretta cala ben riparata, alla quale non faceva capo nessun corso d’acqua. Essa formava un vero piccolo porto naturale, invisibile dal mare aperto, nel quale metteva capo uno stretto passo fra gli scogli.

In fondo a questo seno, qualche violenta convulsione aveva lacerato l’orlo roccioso, così che un’apertura, incavata in dolce pendenza, dava accesso all’altipiano superiore, che si trovava, approssimativamente, a meno di dieci miglia dal capo Artiglio, e di conseguenza, a quattro miglia in linea retta dall’altipiano di Bellavista.

Gedeon Spilett propose ai compagni di sostare in quel luogo. La proposta fu accettata, poiché la marcia aveva aguzzato l’appetito di ciascuno, e benché non fosse l’ora di pranzo, nessuno rifiutò di rifocillarsi con un pezzo di selvaggina. Questa refezione doveva consentire di attendere l’ora della cena, da consumarsi a GraniteHouse.

Pochi minuti dopo, i coloni, seduti ai piedi di magnifici pini marittimi, divoravano le provviste che Nab aveva tratto dalla sua bisaccia.

Il luogo era situato a cinquanta o sessanta piedi sul livello del mare. La vista era dunque abbastanza estesa e sormontando le ultime rocce del capo, andava a perdersi fino alla baia dell’Unione. Ma né l’isolotto, né l’altipiano di Bellavista erano visibili, né potevano esserlo allora, giacché il rilievo del suolo e una cortina di grandi alberi mascheravano bruscamente l’orizzonte verso nord.

Inutile aggiungere che, malgrado l’estensione di mare che gli esploratori potevano abbracciare e quantunque il cannocchiale dell’ingegnere avesse percorso a palmo a palmo tutta la linea circolare sulla quale il cielo e l’acqua si confondevano, nessuna nave fu avvistata.

Anche su tutta la parte del litorale che restava ancora da esplorare, il cannocchiale fu fatto girare con la medesima cura attenta e minuziosa dalla spiaggia fino ai frangenti, ma nessun relitto di nave apparve nel campo visivo dello strumento.

«Andiamo,» disse Gedeon Spilett «bisogna decidersi e consolarsi pensando che nessuno verrà a disputarci il possesso dell’isola di Lincoln.»

«Ma, insomma, quel pallino di piombo…» disse Harbert. «Esso non è certo immaginario, suppongo!»

«Per mille diavoli, no!» esclamò Pencroff, pensando al suo molare ormai mancante.

«Allora che cosa concludere?» domandò il cronista.

«Questo:» rispose l’ingegnere «or son tre mesi al massimo, una nave, volontariamente o no, è approdata…»

«Come! voi ammettereste, Cyrus, che si sia inabissata senza lasciare alcuna traccia?» esclamò il giornalista.

«No, mio caro Spilett; se è certo che un essere umano ha messo piede su quest’isola, non sembra meno certo che adesso non ci sia più.»

«Allora, se vi comprendo bene, signor Cyrus,» disse Harbert «la nave sarebbe ripartita?…»

«Evidentemente.»

«E noi avremmo perduto per sempre l’occasione di rimpatriare?» disse Nab.

«Per sempre, lo temo.»

«Orbene, poiché l’occasione è perduta, in cammino!» disse Pencroff, che già sentiva la nostalgia di GraniteHouse.

Ma s’era appena alzato, che si udì Top abbaiare con forza. Il cane uscì dal bosco, tenendo in bocca un brandello di stoffa sporca di fango.

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