L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Qualcuno s’era introdotto in GraniteHouse. Non c’era più da dubitarne.
La scala superiore, tesa ordinariamente dal ripiano alla porta, era al suo posto; ma la scala inferiore era stata ritirata e sollevata fino alla soglia. Era più che evidente che gli intrusi avevano voluto mettersi al sicuro da ogni sorpresa.
Però, non era ancora possibile stabilire la loro specie e il loro numero, poiché nessuno d’essi si mostrava.
Pencroff chiamò di nuovo.
Nessuna risposta.
«Bricconi!» gridò il marinaio. «Dormono tranquillamente, come fossero in casa loro! Ehi! Pirati, banditi, corsari, figli di John Bull!»
Quando Pencroff, nella sua qualità di americano, trattava qualcuno da «figlio di John Bull» era giunto all’estremo limite dell’insulto.
Intanto si fece giorno chiaro e la facciata di GraniteHouse s’illuminò ai raggi del sole. Ma all’interno, come all’esterno, tutto era muto e calmo.
I coloni si domandavano se GraniteHouse fosse occupata o no; eppure, la posizione della scala lo dimostrava sufficientemente; ed era anche certo che gli occupanti non avevano potuto fuggire! Ma come arrivare sino a loro?
Harbert ebbe allora l’idea d’attaccare una corda a una freccia e di lanciare questa freccia in modo che passasse tra i primi pioli della scala penzolante dalla soglia della porta. Si sarebbe potuto allora, per mezzo della corda, svolgere la scala sino a terra e ristabilire la comunicazione fra il suolo e GraniteHouse.
Evidentemente, non c’era altro da fare, e con un po’ d’accortezza la cosa poteva riuscire. Fortunatamente, archi e frecce erano stati deposti in un corridoio dei Camini, dove si trovavano pure alcune braccia di leggera corda d’ibisco. Pencroff svolse questa corda, di cui fissò l’estremità a una freccia ben impennata. Poi, Harbert, dopo aver incoccato la freccia sul suo arco, mirò con la massima cura il capo della scala, sospeso fuor della soglia.
Cyrus Smith, Gedeon Spilett, Pencroff e Nab s’erano tirati indietro, in modo da osservare quello che sarebbe accaduto alle finestre di GraniteHouse. Il giornalista, con la carabina alla spalla, prendeva di mira la porta.
L’arco si tese, la freccia fischiò, traendo seco la corda, e andò a passare tra i due ultimi pioli. L’operazione era riuscita.
Tosto Harbert afferrò l’estremità della corda; ma nel momento in cui dava uno strattone per far cadere la scala, un braccio, passando lestamente tra il muro e la porta, l’agguantò e la trasse dentro a GraniteHouse.
«Tre volte briccone!» gridò il marinaio. «Se una palla può farti felice, non avrai da aspettarla molto!»
«Ma chi è, dunque?» domandò Nab.
«Chi? Non hai veduto?»
«No.»
«Ma è una scimmia, un macaco, un cebo, una bertuccia, un orangutan, un babbuino, un gorilla, un uistiti. La nostra casa è stata invasa da scimmie, che si sono arrampicate lungo la scala durante la nostra assenza!»
In quel momento appunto, come per dar ragione al marinaio, tre o quattro quadrumani si mostravano alle finestre, di cui avevano aperto le imposte, e salutavano i veri proprietari del luogo con mille smorfie e contorsioni.
«Sapevo bene che era una farsa!» esclamò Pencroff «ma ecco uno dei buffoni che pagherà per gli altri!»
Il marinaio, imbracciando il fucile, mirò rapidamente una delle scimmie e fece fuoco. Tutte scomparvero, salvo una, che, mortalmente colpita, precipitò sulla spiaggia.
Questa scimmia, di alta statura, apparteneva, non era possibile sbagliarsi, al primo ordine dei quadrumani. Fosse uno scimpanzè, un orangutan, un gorilla o un gibbone, essa era da annoverarsi tra gli antropomorfi, così chiamati a causa della loro rassomiglianza con gli individui di razza umana. D’altronde, Harbert dichiarò ch’era un orangutan, e si sa che il ragazzo se ne intendeva di zoologia.
«Che magnifica bestia!» esclamò Nab.
«Magnifica quanto vuoi!» rispose Pencroff «ma intanto non vedo ancora come potremo rientrare in casa!»
«Harbert è un buon tiratore,» disse il giornalista «e il suo arco è qui! Non ha che da ricominciare…»
«Oh! Quelle scimmie sono scaltre!» esclamò Pencroff. «Non si riaffacceranno alle finestre e non potremo ucciderle. Quando penso ai danni che possono fare nelle camere, nei magazzini…»
«— Un po’ di pazienza» rispose Cyrus Smith. «Questi animali non possono tenerci testa per molto tempo!»
«Non sarò contento finché non li vedrò a terra» rispose il marinaio. «Eppoi, sapete quante dozzine ce ne siano lassù, di questi buffoni?»
Sarebbe stato difficile rispondere a Pencroff, e quanto a ricominciare il tentativo del ragazzo, l’operazione era diventata più difficile, poiché l’estremità inferiore della scala era stata ritirata, e quando si alò di nuovo la corda, questa si ruppe, ma la scala non ricadde.
Il caso era veramente imbarazzante. Pencroff si struggeva dalla rabbia. La situazione aveva un certo lato comico, ch’egli però, dal canto suo, non trovava per nulla divertente. Era certo che i coloni avrebbero finito per rientrare in possesso del loro domicilio, cacciandone gli intrusi; ma quando e come? Ecco quello che non potevano dire.
Due ore passarono, durante le quali le scimmie evitarono di mostrarsi; ma erano sempre là, e tre o quattro volte un muso o una zampa apparvero di sfuggita alla porta o alle finestre, salutati da colpi di fucile.
«Nascondiamoci!» disse allora l’ingegnere. «Forse le scimmie crederanno che siamo andati via e si faranno vedere nuovamente. Spilett e Harbert si appostino dietro le rocce e facciano fuoco a ogni apparizione.»
Gli ordini dell’ingegnere furono eseguiti, e mentre il giornalista e il giovanotto, i due più abili tiratori della colonia, si appostavano in una posizione buona per il tiro, dove non potevano essere scorti dalle scimmie, Nab, Pencroff e Cyrus Smith, salivano l’altipiano e s’inoltravano nella foresta per uccidere un po’ di selvaggina, poiché l’ora della colazione era giunta e di viveri non ce n’erano.
In capo a una mezz’ora, i cacciatori ritornarono con alcuni piccioni di montagna, che furono fatti arrostire alla meglio. Nessuna scimmia era ancora riapparsa.
Gedeon Spilett e Harbert andarono a prendere la loro parte di colazione, mentre Top vigilava sotto le finestre. Poi, dopo aver mangiato, ritornarono al loro posto.
Due ore dopo la situazione non si era ancora modificata. I quadrumani non davano più alcun segno di vita e si poteva credere che fossero spariti; ma quello che pareva più probabile era che, spaventati dalla morte di uno di essi e dalle detonazioni, si tenessero cheti in fondo alle camere di GraniteHouse, oppure nel magazzino. E quando si pensava alle ricchezze che conteneva quel magazzino, la pazienza, tanto raccomandata dall’ingegnere, finiva per mutarsi in una violenta irritazione, la quale, francamente, era giustificata.
«Decisamente è troppo stupido,» disse alla fine il giornalista «e non vedo proprio perché tutto questo non debba finire!»
«Bisogna pure far sloggiare quei farabutti» esclamò Pencroff. «Vi riusciremmo certamente, quand’anche fossero una ventina; ma per questo bisogna combatterli a corpo a corpo! Ah, non c’è, dunque, un mezzo di arrivare sino a essi?»
«Sì» rispose allora l’ingegnere, a cui era balenata un’idea.
«C’è?» disse Pencroff. «Ebbene, sarà senz’altro quello buono, dato che non ce ne sono altri! E qual è?»
«Proviamo a ridiscendere a GraniteHouse per l’antico scarico del lago» rispose l’ingegnere.
«Ah, per mille e mille diavoli!» esclamò il marinaio. «E io che non ci avevo ancora pensato!»
Era, infatti, il solo modo di penetrare in GraniteHouse, allo scopo di combattere la banda di animali e di espellerli. È vero che l’apertura dello scarico era chiusa da un muro di pietre cementate, che sarebbe stato necessario sacrificare, ma lo avrebbero rifatto. Fortunatamente, Cyrus Smith non aveva ancora effettuato il suo progetto di nascondere quell’apertura facendola sommergere dalle acque del lago, poiché, in quel caso, l’operazione avrebbe richiesto un certo tempo.