L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Nab strappò il cencio dalla bocca del cane: era un pezzo di grossa tela.
Top abbaiava sempre, e, con il suo andare e venire, sembrava invitare il padrone a seguirlo nella foresta.
«Là c’è qualche cosa che potrà forse spiegare il mio pallino di piombo!» esclamò Pencroff.
«Un naufrago!» esclamò Harbert.
«Ferito, magari!» disse Nab.
«O morto!» osservò il giornalista.
E tutti si precipitarono dietro al cane, fra i grandi pini che formavano il primo velario della foresta. Per qualunque evenienza, Cyrus Smith e gli altri avevano preparato le armi.
Dovettero inoltrarsi abbastanza addentro nei boschi, ma, con loro grande delusione, non videro alcuna impronta di passi. Cespugli e liane erano intatti e bisognò persino tagliarli con la scure, come era stato fatto nelle parti più fitte della foresta. Era, dunque, difficile ammettere che una creatura umana fosse già passata di là, e ciò nonostante Top andava e veniva, non come un cane che cerca a caso, ma come un essere dotato di volontà e che segue un’idea.
Dopo sette o otto minuti di cammino, Top si fermò. I coloni, arrivati a una specie di radura, contornata da grandi alberi, si guardarono attorno, ma non videro nulla, né sotto gli sterpi, né fra i tronchi d’albero.
«Ma che cosa c’è, Top?» disse Cyrus Smith.
Top abbaiò più forte, saltando ai piedi di un pino gigantesco. Tutto a un tratto, Pencroff si mise a gridare:
«Ah, bene! Ah, perfettamente!»
«Che cosa c’è?» domandò Gedeon Spilett.
«Noi cerchiamo un relitto sul mare o sulla terra!»
«Ebbene?»
«Ebbene, si trova invece nell’aria!»
E il marinaio mostrò una specie di gran cencio biancastro, impigliato sulla cima del pino; quello di cui Top aveva portato un pezzo caduto al suolo.
«Ma quello non è un relitto!» esclamò Gedeon Spilett.
«Domando scusa!» rispose Pencroff.
«Che cos’è?…»
«È tutto quanto resta della nostra nave aerea, del nostro pallone, che s’è incagliato lassù, in cima a quest’albero!»
Pencroff non si sbagliava, e gettò un evviva sonoro, aggiungendo:
«Ecco della tela buona! Ecco di che provvederci di biancheria per degli anni! Ecco di che fare fazzoletti e camicie! Eh, signor Spilett, che cosa ne dite di un’isola dove le camicie spuntano sugli alberi?»
Era veramente una lieta circostanza per i coloni dell’isola di Lincoln che l’aerostato, dopo aver fatto il suo ultimo balzo nell’aria, fosse ricaduto sull’isola e che avessero avuto la fortuna di ritrovarlo. Avrebbero potuto conservare l’involucro com’era, se volevano tentare una nuova evasione per le vie dell’aria, o adoperare utilmente la tela di cotone di buona qualità, una volta liberata dalla vernice, tela che misurava alcune centinaia di aune. Come ben si comprende, la gioia di Pencroff fu unanimemente e vivacemente condivisa.
Ma bisognava staccare il prezioso involucro dall’albero dal quale pendeva, per metterlo in luogo sicuro, e non fu un lavoro da nulla. Nab, Harbert e il marinaio saliti in cima all’albero dovettero fare prodigi di abilità per liberare l’enorme aerostato sgonfiato.
L’operazione durò quasi due ore, e non solo l’involucro, con la sua valvola, le sue molle, la sua guarnizione di rame, ma anche la rete, cioè una quantità considerevole di corda e di cordami, il cerchio che li tratteneva e l’ancora del pallone caddero al suolo. L’involucro, salvo la lacerazione, era in buono stato, e solo la sua appendice inferiore era strappata.
Era una fortuna caduta dal cielo.
«Tuttavia, signor Cyrus,» disse il marinaio «se caso mai ci decidessimo a lasciare l’isola, non sarà in pallone, vero? Le navi aeree non vanno dove si vuole; ne sappiamo qualche cosa! Vedete, se date retta a me, costruiremo una buona imbarcazione d’una ventina di tonnellate, e mi lascerete tagliare in questa tela una vela di trinchetto e un fiocco. Il resto, servirà a vestirci!»
«Vedremo, Pencroff,» rispose Cyrus Smith «vedremo.»
«Intanto, bisogna mettere tutto questo al sicuro» disse Nab. Infatti, non si poteva pensare di trasportare a GraniteHouse quel carico di tela, corde e cordame, il cui peso era considerevole, e mentre si aspettava un veicolo adatto per il trasporto era importante non lasciare più a lungo quelle ricchezze in balia del primo uragano. I coloni, riunendo i loro sforzi, riuscirono a trascinare il tutto sino alla spiaggia, dove scoprirono una cavità rocciosa abbastanza vasta, che né il vento, né la pioggia, né il mare potevano visitare, grazie alla posizione in cui si trovava.
«Ci occorreva un armadio e l’abbiamo trovato,» disse Pencroff «ma siccome esso non si chiude a chiave, sarà prudente nasconderne l’apertura. Non dico questo per i ladri a due piedi, ma per quelli a quattro zampe!»
Alle sei di sera tutto era chiuso nella grotta, e dopo aver dato alla piccola rientranza che formava la cala il nome giustissimo di Porto Pallone, fu ripresa la via del capo Artiglio. Pencroff e l’ingegnere parlavano dei diversi progetti, che occorreva mettere in esecuzione nel più breve tempo possibile. Bisognava, prima di tutto, gettare un ponte sul Mercy, allo scopo di creare una facile via di comunicazione con il sud dell’isola; poi si sarebbe ritornati con il carro a prendere l’aerostato, poiché la piroga non avrebbe potuto bastare a trasportarlo; poi si sarebbe costruita una lancia; poi Pencroff l’avrebbe armata a cutter e si sarebbero potuti intraprendere dei viaggi di circumnavigazione… intorno all’isola; poi, ecc., ecc.
Intanto, la notte andava calando e il cielo era già scuro, quando i coloni raggiunsero la punta del Relitto, nel punto stesso ove avevano scoperto la preziosa cassa. Ma anche là, come altrove, nulla indicava che vi fosse avvenuto un naufragio qualunque, e bisognò per forza ritornare alle conclusioni precedentemente formulate da Cyrus Smith.
Dalla punta del Relitto a GraniteHouse restavano ancora quattro miglia, che furono presto superate; ma era più di mezzanotte, quando, dopo essersi tenuti lungo il litorale sino alla foce del Mercy i coloni arrivarono al primo gomito formato dal fiume.
Là, il letto del fiume misurava una larghezza di ottanta piedi, ch’era difficile attraversare, ma Pencroff s’era impegnato a vincere questa difficoltà e fu, dunque, obbligato a farlo.
I coloni erano estenuati, bisogna convenirne. La tappa era stata lunga e l’incidente del pallone non aveva certo contribuito a riposare le loro gambe e le loro braccia. Avevano quindi fretta di ritornare a GraniteHouse per cenare e dormire, e se vi fosse stato il ponte, in un quarto d’ora si sarebbero trovati a domicilio.
La notte era scurissima. Pencroff si preparò allora a mantenere la sua promessa, costruendo una specie di zattera, che permettesse di effettuare il passaggio del Mercy. Nab e lui, armati di accette, scelsero due alberi vicini alla riva, con i quali contavano di far appunto una specie di zattera, e cominciarono ad attaccarli alla base.
Cyrus Smith e Gedeon Spilett, seduti sulla sponda, aspettavano che fosse venuto il momento di aiutare i loro compagni, mentre Harbert andava e veniva, senza allontanarsi troppo.
Improvvisamente, il giovanotto, che aveva risalito il fiume, ritornò precipitosamente, e additando il Mercy a monte:
«Ma che cos’è che va alla deriva laggiù?» gridò.
Pencroff interruppe il lavoro e scorse un oggetto mobile, che appariva confusamente nell’ombra.
«Una barca!» disse.
Tutti s’avvicinarono alla riva e videro, con estrema sorpresa, un’imbarcazione che seguiva la corrente.
«Voi della barca!» gridò il marinaio, per un residuo d’abitudine professionale e senza pensare che sarebbe stato forse meglio serbare il silenzio.
Nessuna risposta. L’imbarcazione continuava ad andare alla deriva, ed era soltanto a una decina di passi, quando il marinaio esclamò: