L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]
- Автор: Верн Жюль Габриэль
- Год: 1964
- Язык: итальянский
- Год: U. Mursia editore
- Переводчик: Lorenza Ester Aghito
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L’Isola Misteriosa [L'Île mystérieuse - it]». Краткое содержание книги:
Il giaguaro s’avanzò e guardò attorno a sé, il pelo irto, l’occhio infuocato, come se non fosse stata la prima volta che sentiva l’uomo.
In quel momento il giornalista superava le alte rocce e Harbert, supponendo ch’egli non avesse scorto il giaguaro, stava per slanciarsi verso di lui; ma Gedeon Spilett gli fece un segno con la mano e continuò a camminare. Egli non era alla sua prima tigre e, avanzandosi sino a dieci passi dall’animale, rimase immobile, senza che uno solo dei suoi muscoli trasalisse.
Il giaguaro, raccolto su se stesso, stava per scagliarsi sul cacciatore; ma al momento in cui stava per balzare, una palla lo colpì fra gli occhi e cadde morto.
Harbert e Pencroff si precipitarono sul giaguaro. Nab e Cyrus Smith accorsero pure e rimasero alcuni istanti a contemplare l’animale disteso al suolo, la cui magnifica pelle sarebbe stata l’ornamento del salone di GraniteHouse.
«Ah, signor Spilett! Come vi ammiro e vi invidio!» esclamò Harbert, in un naturale slancio d’entusiasmo.
«Perché, ragazzo mio?» rispose il cronista; «tu avresti fatto altrettanto.»
«Io! Un simile sangue freddo!…»
«Immagina, Harbert, che un giaguaro sia una lepre, e allora gli sparerai con la maggior tranquillità del mondo.»
«Ecco!» rispose Pencroff. «Infatti, non è più pericoloso di una lepre!»
«E ora,» disse Gedeon Spilett «giacché il giaguaro ha abbandonato la sua tana, non vedo perché, amici miei, non la potremmo occupare noi durante la notte.»
«Ma ne possono venire degli altri!» disse PencrofL
«Basterà accendere un fuoco all’ingresso della caverna,» disse il giornalista «e non si arrischeranno a varcarne la soglia.»
«Alla casa dei giaguari, allora!» concluse il marinaio, trascinandosi dietro il cadavere della bestia.
I coloni si diressero verso la tana abbandonata e là, mentre Nab scorticava il giaguaro, gli altri ammucchiarono sulla soglia una grande quantità di legna secca, che la foresta forniva in abbondanza.
Ma Cyrus Smith, avendo scorto il gruppo di bambù, andò a tagliarne una certa quantità, per mescolarli al combustibile già accumulato.
Quindi tutti si sistemarono nella grotta, la cui sabbia era cosparsa di ossa. A buon conto le armi vennero caricate, per il caso di un’aggressione improvvisa; fu consumata la cena, e poi, essendo venuto il momento di riposare, fu appiccato il fuoco al mucchio di legna accatastata all’ingresso della caverna.
E tosto si udì nell’aria un nutrito succedersi di schioppettii. Erano i bambù, toccati dalla fiamma, che esplodevano come fuochi d’artificio! Soltanto quello strepito sarebbe bastato a spaventare le belve più audaci!
Questo mezzo di provocare vive detonazioni non l’aveva inventato l’ingegnere, giacché, secondo Marco Polo, i tartari già da vari secoli l’usavano con successo per allontanare dai loro accampamenti le bestie pericolose nell’Asia Centrale.
CAPITOLO V
PROPOSTA DI RITORNARE DAL LITORALE SUD «CONFIGURAZIONE DELLA COSTA» ALLA RICERCA DEL PRESUNTO NAUFRAGIO «UN RELITTO IN ARIA» SCOPERTA DI UN PICCOLO PORTO NATURALE «A MEZZANOTTE SULLE SPONDE DEL MERCY» UNA BARCA ALLA DERIVA
CYRUS SMITH e i suoi compagni dormirono come innocenti marmotte nella caverna che il giaguaro aveva così cortesemente lasciata a loro disposizione.
Al levar del sole tutti erano sulla spiaggia, all’estremità stessa del promontorio, e i loro sguardi andavano ancora verso l’orizzonte, ch’era visibile per due terzi della sua circonferenza. E ancora una volta l’ingegnere poté costatare che nessuna vela, nessuna carcassa di nave appariva sul mare, e anche con il cannocchiale non fu possibile scoprire nessun punto sospetto.
Nulla neppure sul litorale, almeno nella parte rettilinea che formava la costa sud del promontorio per una lunghezza di tre miglia, giacché oltre quel tratto una leggera rientranza dissimulava il resto della costa; così pure dall’estremità della penisola Serpentine non si poteva scorgere il capo Artiglio, essendo nascosto da alte rocce.
Rimaneva, dunque, da esplorare la spiaggia meridionale dell’isola. Ora, dovevano i coloni tentare immediatamente quest’esplorazione e dedicarvi quella giornata del 2 novembre?
Questo non rientrava nel primitivo proposito. Infatti, quando la piroga era stata abbandonata alle sorgenti del Mercy, si era convenuto che, dopo aver osservato la costa ovest, sarebbero tornati a riprenderla per tornare verso GraniteHouse, lungo il corso del Mercy. Cyrus Smith credeva allora che la sponda occidentale potesse offrire ridosso sia a un bastimento in pericolo che a una nave in regolare corso di navigazione; ma, dal momento che questo litorale invece non presentava alcun approdo, bisognava cercare sul lido meridionale dell’isola quel che non s’era potuto trovare sull’occidentale.
Fu Gedeon Spilett che propose di continuare l’esplorazione, affinché il problema del presunto naufragio potesse essere definitivamente risolto. Egli chiese a quale distanza poteva trovarsi il capo Artiglio dall’estremità della penisola.
«A trenta miglia circa,» rispose l’ingegnere «se calcoliamo le curve della costa.»
«Trenta miglia!» rispose Gedeon Spilett. «Sarà una buona giornata di marcia. Nondimeno, io penso che dobbiamo ritornare a GraniteHouse seguendo il litorale sud.»
«Ma,» fece osservare Harbert «dal capo Artiglio a GraniteHouse ci saranno ancora dieci miglia, almeno.»
«Mettiamo quaranta miglia in tutto,» rispose il giornalista «e non esitiamo a farle. Almeno, esamineremo questo lido sconosciuto e non avremo poi da ricominciare l’esplorazione.»
«Giustissimo» disse allora PencrofL «Ma la piroga?»
«La piroga è rimasta solo per un giorno alle sorgenti del Mercy» rispose Gedeon Spilett «e può restarvi anche due! Sino a oggi non possiamo certo dire che l’isola sia infestata da ladri!»
«Nondimeno,» disse il marinaio «quando mi ricordo la storia della tartaruga, non ho più tanta fiducia.»
«La tartaruga! La tartaruga!» rispose Spilett. «Non sapete che è stato il mare a voltarla?»
«Chissà!» mormorò l’ingegnere.
«Ma…» disse Nab.
Nab aveva qualche cosa da dire, evidentemente, giacché apriva la bocca per parlare e non parlava.
«Cosa vuoi dire, Nab?» gli domandò l’ingegnere.
«Se ritorniamo, lungo la spiaggia, fino al capo Artiglio,» rispose Nab «dopo aver oltrepassato il capo stesso ci troveremo sbarrata la via…»
«Dal Mercy! Infatti,» rispose Harbert «e non avremo né ponte, né battello per attraversarlo!»
«Bene, signor Cyrus» rispose Pencroff; «con dei tronchi galleggianti non saremo imbarazzati a passare il fiume!»
«Non importa,» disse Gedeon Spilett «bisognerà costruirlo un ponte, se vorremo avere un accesso facile nel Far West!»
«Un ponte!» esclamò Pencroff. «Orbene, forse che il signor Smith non è ingegnere di professione? Egli ci farà un ponte, quando ne vorremo avere uno! Quanto a trasportarvi stasera sull’altra riva del Mercy e senza bagnare un filo dei vostri vestiti, me ne incarico io. Abbiamo ancora viveri per un giorno, è tutto quanto ci può occorrere, e del resto, la selvaggina probabilmente non mancherà oggi come non è mancata ieri. In cammino!»
La proposta del giornalista, vivissimamente sostenuta dal marinaio, ottenne l’approvazione generale, perché ognuno voleva finirla una buona volta con i dubbi, e ritornando per il capo Artiglio, l’esplorazione sarebbe stata appunto completa. Non c’era un’ora da perdere; una tappa di quaranta miglia era lunga, e non si poteva contare di raggiungere GraniteHouse prima di notte.