La corona di spade
- Автор: Джордан Роберт
- Серия: La Ruota del Tempo #7
- Язык: итальянский
- Переводчик: Valeria Ciocci
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «La corona di spade». Краткое содержание книги:
I sogni continuarono ad andare e venire, lei separava con impegno quelli importanti da quelli inutili, cercando disperatamente di interpretarli. Questo non le permetteva di riposare, ma era necessario.
E lei doveva fare ciò che era necessario.
11
Un giuramento
«Hai chiesto di essere svegliata prima che sorgesse il sole, Madre.»
Egwene aprì gli occhi — tra sé aveva stabilito che si sarebbe destata un pochino più tardi — e, pur non volendo, si girò di nuovo verso il cuscino distogliendo lo sguardo dal volto che l’osservava. Severo e coperto da un velo di sudore, non era una visione piacevole di prima mattina. Meri era più che rispettosa, ma il suo naso piccolo, la bocca sempre piegata verso il basso e gli occhi scuri torvissimi dicevano che quella donna era sempre impietosa nel giudicare chiunque, e il tono piatto della sua voce capovolgeva il significato di ogni sua parola.
«Spero che tu abbia dormito bene, Madre» disse, mentre con l’espressione riusciva ad accusarla di indolenza. I capelli scuri, acconciati in crocchie sopra le orecchie, parevano tirarle dolorosamente il viso. L’abito grigio e monacale che indossava sempre, anche se la faceva sudare, serviva solo ad aggiungere cupezza al suo aspetto.
Purtroppo, Egwene non era riuscita a riposare nemmeno un po’. Sbadigliò e si alzò dalla brandina, si spazzolò i denti con il sale, si lavò mani e viso mentre Meri le preparava gli indumenti, indossò le calze e una sottoveste pulita, e infine si sottopose al rituale della vestizione. ‘Sottoporsi’ era proprio la parola giusta.
«Temo che ti strapperò qualche nodo nei capelli, Madre» mormorò quella donna triste mentre passava la spazzola sulla testa di Egwene, che quasi le rispose che non li aveva certo aggrovigliati di proposito mentre dormiva.
«Mi pare di aver capito che oggi rimarremo qui, Madre.» L’immagine riflessa di Meri nello specchio diceva: ‘pigrizia assoluta’.
«Questa tonalità di azzurro si adeguerà perfettamente alla tua carnagione, Madre» disse Meri abbottonando il vestito di Egwene, mentre con il volto l’accusava di vanità.
Egwene,. sollevata dal fatto che quella notte ci sarebbe stata Chesa a servirla, indossò la stola e se ne andò non appena la donna ebbe finito di prepararla.
A est il sole non era ancora sorto. Il paesaggio era un continuo alternarsi di promontori e terrapieni, con pendii alti fino a dieci metri e zone in cui il terreno sembrava scavato da dita giganti. Le ombre ammantavano ancora l’accampamento, allestito in una delle ampie valli, ma erano tutti svegli in quella calura che non sembrava mai diminuire. L’aria era satura di odori di cucina e la gente era affaccendata, anche se non c’era la tipica fretta che precede i giorni di marcia. Solo le novizie vestite di bianco andavano quasi di corsa: una novizia intelligente svolge sempre i propri compiti quanto più alacremente possibile. I Custodi invece non avevano mai fretta, ma anche i servitori che portavano la colazione alle Aes Sedai sembrava che quel giorno se la prendessero comoda. Almeno a confronto con le novizie. Tutto l’accampamento stava approfittando del giorno di sosta. Egwene sentì un rumore metallico seguito da imprecazioni, un martinetto doveva essere caduto, questo significava che i carrettieri stavano facendo delle riparazioni. Un martellio distante diceva che i maniscalchi stavano ferrando i cavalli. Alcuni fabbricanti di candele avevano già allineato gli stampi, e i bricchi con i rimasugli di cera, raccolti con cura da ogni candela accesa, erano stati messi a scaldare. Grandi bacinelle nere erano sui fuochi a far bollire l’acqua per chi voleva fare il bagno o per il bucato, e uomini e donne ammucchiavano indumenti nelle vicinanze. Egwene prestò poca attenzione a tutte queste attività.
Era sicura che Meri non lo faceva di proposito, ma bastava il suo viso a renderle sgradita quella presenza, quasi avesse Romanda per cameriera. Quel pensiero la fece ridere di cuore. Romanda avrebbe messo in riga la propria padrona in un attimo, chiarendo senza dubbio chi delle due doveva correre e servire. Un cuoco con i capelli grigi si fermò mentre stava togliendo i carboni da sopra un forno di ferro e le sorrise come a voler condividere il suo divertimento. Ma solo per un istante. Poi si accorse che stava sorridendo all’Amyrlin Seat, non a una semplice donna di passaggio, e l’allegria svanì dal suo volto mentre lui si inchinava per poi tornare al lavoro.
Se Egwene avesse mandato via Meri, Romanda avrebbe trovato una nuova spia e Meri sarebbe finita di nuovo a morire di fame vagando di villaggio in villaggio. Si sistemò il vestito — era uscita davvero troppo in fretta dalla sua tenda — e portò la mano al sacchetto di lino che teneva legato alla cintura. Non ebbe bisogno di accostarlo al naso per sentire il profumo di petali di rose ed erbe rinfrescanti. Sospirò. Meri aveva il volto di un boia, e di sicuro la spiava per conto di Romanda e cercava di fare il suo dovere meglio che poteva. Perché queste cose non erano mai facili?
Mentre si avvicinava alla tenda che usava come studio — in molti la chiamavano comunque ‘lo studio dell’Amyrlin’, come se fossero le stanze della Torre —, una sensazione di solennità rimpiazzò la preoccupazione per Meri. Ogni volta che si fermavano per un giorno, Sheriam andava nel suo studio con una risma di petizioni. Una lavandaia che implorava clemenza per un’accusa di furto, nonostante fosse stata presa con dei gioielli cuciti nell’orlo dell’abito; un fabbro che chiedeva referenze per il proprio lavoro, che non gli sarebbero servite a nulla a meno che non intendesse allontanarsi; un fabbricante di bardature per cavalli che chiedeva all’Amyrlin di pregare per lui affinché avesse una figlia; uno dei soldati di lord Bryne che desiderava avere la benedizione personale dell’Amyrlin per il suo matrimonio con una sarta. C’erano sempre richieste di novizie anziane per ulteriori visite da Tiana e addirittura per avere degli incarichi extra. Tutti avevano il diritto di inviare una petizione all’Amyrlin, ma le persone al servizio della Torre lo facevano di rado, e le novizie mai. Egwene sospettava che Sheriam lavorasse sodo alla ricerca di persone che compilassero petizioni, qualcosa per distrarla, per tenerla lontana dai suoi affari mentre la Custode si occupava di ciò che considerava importante. Quella mattina, Egwene avrebbe potuto farle mangiare le petizioni per colazione.
Quando entrò nella tenda, però, Sheriam non c’era, cosa che forse non avrebbe dovuto sorprenderla visto quanto era accaduto la notte precedente. La tenda però non era vuota.
«Che la Luce ti illumini stamattina, Madre» disse Theodrin, con un inchino profondo che fece ondeggiare le frange marroni del suo scialle. La ragazza era dotata di tutta la famosa grazia domanese, anche se il vestito a collo alto che indossava era molto modesto. Le Domanesi non erano note per la loro modestia. «Abbiamo fatto ciò che ci hai ordinato, ma la scorsa notte nessuno ha visto un uomo avvicinarsi alla tenda di Marigan.»
«Alcuni ricordano di aver visto Halima» aggiunse Faolain acida, con un inchino molto meno profondo. «Ma a parte questo, non sanno nemmeno se sono o meno andati a dormire.» Molte donne disapprovavano la segretaria di Delana, ma fu la rivelazione successiva a rendere il volto rotondo di Faolain più tetro del solito. «Abbiamo incontrato Tiana mentre indagavamo. Ci ha ordinato di andare a letto, e di corsa.» Carezzò istintivamente le frange azzurre dello scialle. Le Aes Sedai promosse da poco lo indossavano più spesso del dovuto, le aveva spiegato Siuan.
Egwene rivolse alle due un sorriso che sperava fosse gradevole, quindi si sedette al suo posto dietro il tavolino, muovendosi con molta cautela. La sedia traballò per un momento, fino a quando lei non si abbassò per sistemarne la zampa. Da sotto il porta inchiostro di pietra sporgeva l’angolo di una pergamena ripiegata. Le mani le prudevano per la voglia di leggerla, ma si costrinse a non prenderla. Già troppe Sorelle avevano dimenticato le buone maniere. Non voleva farlo anche lei. Inoltre, quelle due ragazze rappresentavano un suo interesse.