Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
Tutto attorno, la città abbandonata continuava a bruciare. L’aria della notte era satura di fumo, nembi di ceneri ardenti salivano verso il cielo nero, offuscando le stelle.
«Non vedo alcun bisogno di aprire» rispose Yoren in tono minaccioso. «Quello che fate a questa città non m’importa niente, ma a noi lasciateci in pace. Non siamo vostri nemici.»
“Guardate con gli occhi” avrebbe voluto dire Arya a quel Lorch e ai suoi uomini. «Ma non lo vedono che non siamo lord né cavalieri?» disse in un soffio.
«Non credo gl’importi, Arry» sussurrò Gendry in risposta.
Allora Arya osservò la faccia di Lorch, lo fece nel modo in cui Syrio le aveva insegnato e capì che Gendry aveva ragione.
«Se non siete traditori, aprite le porte» insistette ser Amory. «Accerteremo che dite la verità e continueremo per la nostra strada.»
«Te l’ho detto» ribatté Yoren continuando a masticare una foglia amara. «Qua ci siamo soltanto noi. Vi do la mia parola.»
Il cavaliere con l’elmo a rostri sghignazzò: «Il corvo nero ci dà la sua parola».
«Cos’è, vecchio, ti sei perso?» lo derise uno dei lancieri. «La Barriera è mille miglia a nord di qui.»
«Ti comando ancora una volta» esclamò ser Amory «in nome di re Joffrey, di dare prova della lealtà che professi aprendo queste porte.»
Yoren rimase a rifletterci su per un lungo momento, senza smettere di masticare, poi sputò rosso. «Non credo che lo farò.»
«E sia. Disobbedite a un ordine del re, quindi vi proclamate tutti ribelli, mantello nero o no.»
«Ho solamente dei ragazzini qui dentro» insistette Yoren.
«I ragazzini muoiono come tutti gli altri. E lo stesso vale per i vecchi.» Ser Amory Lorch fece un gesto impercettibile e una lancia partì sibilando da una delle ombre illuminate dalle fiamme dietro di lui. Il bersaglio doveva essere Yoren, ma fu Woth, in piedi accanto a lui, a essere colpito. La punta della lancia lo centrò alla base della gola e gli fuoriuscì dalla nuca, scura e gocciolante. Woth riuscì ad afferrare l’asta, poi crollò dalla passerella come un sacco di stracci.
«Date l’assalto alle mura e uccideteli tutti.» Ser Amory ordinò con voce quasi annoiata.
Altre lance volarono nel buio. Arya afferrò Frittella per il retro della tunica e lo trascinò giù. Da oltre le mura, mescolati alle grida e alle imprecazioni degli uomini di Lorch e al rumore degli zoccoli dei cavalli, giungevano il tintinnare delle armature, il fruscio delle spade estratte dai foderi, il pestare delle lance contro gli scudi. Una torcia salì roteando sopra le teste degli assediati e si abbatté sul terreno del cortile interno, lasciando dietro di sé una scia di dita fiammeggianti.
«Alle armi!» ringhiò Yoren. «Sparpagliatevi sulla passerella, difendete le mura in tutti i punti in cui attaccano. Koss, Urreg: alla postierla. Lommy: tira fuori quella lancia da Woth e vieni quassù a prendere il suo posto.»
Frittella lasciò cadere la spada corta nel tentativo di estrarla. Arya la raccolse, rimettendogliela in pugno. «Io…» Frittella aveva gli occhi dilatati. «Io non la so usare, la spada.»
«È facile…» La menzogna che Arya stava per dire le morì in gola quando la prima mano nemica venne ad afferrare il bordo del parapetto. Arya la vide alla luce delle fiamme che bruciavano la città, così distintamente che pareva come se il tempo si fosse arrestato: una mano dalle dita tozze, callose, con ciuffi di peli che crescevano sulle nocche. C’era dello sporco accumulato sotto l’unghia del pollice. “La paura uccide più della spada” rammentò quando la sommità curva di un elmo apparve dietro la mano.
Arya calò la lama con tutte le sue forze. «Grande Inverno!» urlò nello sferrare il colpo. L’acciaio di Ago, forgiato nella fucina di Grande Inverno, azzannò le dita. Il sangue zampillò, falangi mutilate volarono via, e il volto dietro l’elmo svanì, rapidamente com’era apparso.
«Dietro di te!» urlò Frittella.
Arya vorticò su se stessa. Il secondo nemico era barbuto, senza elmo, il pugnale tra i denti in modo da avere entrambe le mani libere per arrampicarsi. Mentre cercava di portare una gamba oltre il parapetto, Arya gli fu addosso cercando d’infilzarlo tra gli occhi, ma Ago nemmeno lo sfiorò: l’uomo barbuto si tirò indietro, perse la presa e cadde. “Spero che picchi con la faccia e si stacchi la lingua.”
«Non guardare me, stupido!» Arya urlò a Frittella. «Guarda loro!»
Quando un terzo assalitore raggiunse la sommità, Frittella lo colpì ripetutamente sulle mani finché l’uomo cadde.
Ser Amory non aveva scale, ma le mura del fortino erano costruite con pietre grezze a secco, facili da scalare. E i nemici sembravano non finire mai. Per ognuno che Arya infilzava, mutilava o ricacciava indietro, ce n’era subito un altro che arrivava al parapetto. Il cavaliere con l’elmo a rostri raggiunse la cima, ma Yoren gli avvolse la cappa attorno alla lancia. Mentre il nemico cercava di liberarsi, il confratello nero gl’infilò il pugnale in gola.
Ogni volta che Arya guardava in alto, vedeva il cielo pieno di torce che volavano ad arco dentro il fortino, seguite da lunghe lingue fiammeggianti che rimanevano impresse nel suo sguardo. Vide lo stendardo con il leone dorato in campo porpora e pensò a Joffrey. Quanto avrebbe voluto piantare Ago nella sua faccia sogghignante.
Quando quattro uomini andarono all’assalto del portale, Koss li abbatté con le frecce uno dopo l’altro. Dobber trascinò un altro soldato giù dalla passerella e Lommy gli schiantò il cranio a colpi di pietra prima che questi riuscisse a rialzarsi, ma il suo ululato di vittoria morì nel vedere la daga che sporgeva dal ventre di Dobber e nel capire che nemmeno lui si sarebbe rialzato.
Arya saltò oltre il cadavere di un ragazzo non più vecchio di Jon, che giaceva sul terreno con un braccio mozzato. Non pensava di essere stata lei a ridurlo a quel modo, ma non ne era certa. Udì Qyle che implorava clemenza, prima che un cavaliere con una vespa incisa sullo scudo gli schiantasse la faccia con una mazza ferrata. C’era nell’aria un fetore di sangue e fumo e ferro e piscio, ma poi tutto quanto si fuse nello stesso odore repellente. Non vide l’uomo scarno che scalava il muro, ma quando apparve gli fu addosso con Gendry e Frittella. La spada di Gendry lo colpì all’elmo, facendoglielo volare via dalla testa. Sotto, l’uomo era calvo, con un’aria spaventata e i denti radi, la barba chiazzata di grigio. Ad Arya quasi dispiacque per lui, ma lo uccise comunque, al grido di «Grande Inverno! Grande Inverno!», mentre Frittella urlava «Frittella! Frittella!», le loro lame che scavavano nel suo collo rugoso.
Gendry strappò la spada al cadavere e corse nel cortile per continuare a combattere. Lo sguardo di Arya si spostò dietro di lui e vide ombre d’acciaio correre per il fortino, la luce delle fiamme che rimbalzava sulle armature e sulle lame. Capì che erano riusciti a penetrare dalle mura, in qualche punto, o forse avevano sfondato la postierla. Saltò dalla passerella, atterrando a fianco di Gendry nel modo che le aveva insegnato Syrio. La notte era piena del cozzare dell’acciaio, delle grida dei feriti e dei morenti. Per un istante, Arya non seppe che fare, né da che parte andare. C’era morte tutto attorno a lei.
«Ragazzo!» le urlò in faccia Yoren, in piedi di fronte a lei, scuotendola. «Vattene via! È finita: abbiamo perso! Raduna tutti quelli che puoi, lui e lui e gli altri… I ragazzi, portali fuori. Subito!»
«Da dove?»
«Dalla botola» gridò Yoren brandendo la spada a due mani. «La botola nella stalla!»
Detto questo, il confratello nero tornò a farsi inghiottire dalla furia del combattimento.
Arya afferrò Gendry per un braccio. «Ha detto di andare!» gli gridò. «Nella stalla… quel tunnel.»
Dietro le feritoie nell’elmo, gli occhi del Toro scintillavano al chiarore delle fiamme. Gendry annuì. Chiamarono Frittella, ancora sulle mura, e trovarono Lommy Maniverdi che giaceva al suolo e perdeva sangue da una ferita di lancia al polpaccio. Trovarono anche Gerren, ma era troppo malridotto per riuscire a muoversi. Stavano correndo verso la stalla, quando Arya individuò la bambina piangente seduta nel mezzo di tutto quel caos, circondata da fiamme e da cadaveri. L’afferrò per una mano e l’aiutò a rialzarsi, mentre gli altri continuavano a correre. La bambina non si mosse. Arya la schiaffeggiò, ma non servì. Cercò allora di trascinarla nella fuga con la mano destra, tenendo Ago nella sinistra. Più avanti, la notte era diventata di un rosso cupo. “La stalla… sta bruciando!” Una delle torce era caduta nella paglia, e ora tentacoli di fuoco salivano a contorcersi su per i muri. Si udivano provenire dall’interno le grida degli animali terrorizzati.