Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«I fabbri sono radunati nella tua sala udienze» disse mentre attraversavano il cortile interno. «In attesa della tua compiacenza.»
«Sentì, senti: “in attesa della mia compiacenza”. Mi piace il suono di questa frase, Bronn. Proprio da perfetto cortigiano. La prossima volta, magari ti vedrò fare anche un bell’inchino.»
«Fottiti, nano.»
«Quello è lavoro di Shae.» Tyrion udì la voce di lady Tanda chiamarlo cinguettando dalla sommità della scala a spirale della Fortezza Rossa. Lui fece finta di niente e aumentò l’andatura. «Fa’ preparare la mia portantina. Uscirò dal castello non appena avrò finito con questa udienza.»
Due dei Fratelli della Luna montavano la guardia alla porta della torre. Tyrion li salutò cordialmente, ma quel sorriso si dissipò alla sola idea di dare la scalata alla torre, un’impresa che gli faceva inevitabilmente dolere le gambe troppo corte.
Nelle sue stanze, trovò un ragazzino di circa dodici anni che stava disponendo gli abiti sul letto. Era Podrick Payne, il suo scudiero, talmente timido da essere furtivo. Tyrion non riusciva a scrollarsi di dosso il sospetto che suo padre gli avesse inflitto quel ragazzo in una sorta di scherno.
«Il tuo abbigliamento è pronto, mio signore» mormorò il ragazzo sentendo entrare il Folletto, lo sguardo fisso sui suoi stivali. Anche quando trovava il coraggio di parlare, Pod proprio non ce la faceva a guardare in faccia l’interlocutore. «Per l’udienza. E anche la tua collana, la collana del Primo Cavaliere.»
«Molto bene. Ora aiutami a vestirmi.»
Il farsetto era di velluto nero, costellato di borchie dorate lavorate a testa di leone. Le maglie della collana d’oro massiccio erano a forma di mano, le dita dell’una che andavano ad afferrare il polso di quella successiva. A tutti gli effetti, il Primo Cavaliere del re era “la mano” del re. Pod gli portò una cappa di seta color porpora orlata d’oro e tagliata per la sua altezza. Indossata da un uomo normale, sarebbe stata solo un mezza cappa.
La sala privata delle udienze del Primo Cavaliere non era grande quanto quella del re, ed era ben lontana dalla vastità della sala del Trono di Spade, ma a Tyrion piacevano i tappeti di Myr, gli arazzi alle pareti, il senso d’intimità.
Nel momento in cui fece il suo ingresso, il suo attendente annunciò: «Tyrion Lannister, Primo Cavaliere del re». Anche quell’introduzione gli piaceva, e parecchio.
L’accolta di fabbri, armaioli e mercanti di ferro che Bronn aveva radunato si prostrò istantaneamente in ginocchio. Il Folletto scalò l’alto scranno al di sotto della finestra circolare dorata e fece loro cenno di rialzarsi.
«Miei signori, so che tutti voi avete molto da fare, pertanto sarò molto breve. Pod, cortesemente, procedi pure.»
Il ragazzo gli porse un sacco di tela. Tyrion sciolse il nodo dello spago che lo chiudeva e ne rovesciò il contenuto sul pavimento. Ci fu un tonfo attutito di metallo contro il tappeto di lana spessa.
«Ho fatto fabbricare questi oggetti nella forgia del castello. Ne voglio altri mille, esattamente come questi.»
Uno dei fabbri si chinò a esaminare il manufatto che giaceva a terra: tre giganteschi anelli d’acciaio, connessi uno all’altro. «Catena possente» commentò.
«Possente, certo. Ma troppo corta» replicò il Folletto. «Proprio come me, per certi versi. Voglio una catena come questa, ma molto più lunga. Hai un nome, fabbro?»
«Mi chiamano Ventre di ferro, mio signore.» Il fabbro era tozzo e tarchiato, vestito dimessamente di lana e di cuoio, ma le sue braccia erano massicce quanto il collo di un toro.
«Voglio che ogni fucina di Approdo del Re si metta a fabbricare anelli come questi e a connetterli uno all’altro» riprese Tyrion… «Ogni altro lavoro deve essere messo da parte. Voglio che tutti gli uomini a conoscenza dell’arte di lavorare il metallo, mastri, operai o anche semplici apprendisti, siano assegnati a questo compito. Ogni volta che mi ritroverò a passare per la strada dell’Acciaio, voglio sentire i martelli in azione, giorno e notte. Infine voglio un uomo, un uomo forte, che si assuma la responsabilità di supervisionare il tutto. Sei tu quell’uomo, fabbro Ventre di ferro?»
«Potrei esserlo, mio signore. Ma come la mettiamo con le cotte di maglia e le spade che ha ordinato la regina?»
«Sua maestà ci ha comandato di fabbricare maglie di ferro e armature» intervenne un altro fabbro «spade, daghe e asce da guerra in gran numero. Per armare le nuove cappe dorate, mio signore.»
«Le cappe dorate possono aspettare» dichiarò Tyrion. «La catena viene prima di qualsiasi altra cosa.»
«Chiedo venia, mio lord, ma la regina ha detto che quelli di noi che non saranno in grado di far fronte all’ordine, avranno le mani schiacciate…» l’ansioso fabbro continuò «schiacciate sulle loro stesse incudini.»
“Adorabile Cersei, non perdi proprio occasione per farti amare dal popolino.” «Nessuno avrà le mani schiacciate. Avete la mia parola.»
«Il prezzo del ferro è molto aumentato» riprese Ventre di ferro. «Ne sarà necessario molto per costruire la catena che richiedi. E anche molto carbone, per i fuochi delle forge.»
«Lord Baelish farà in modo che abbiate tutti i fondi necessari» promise Tyrion, sperando di poter contare su Ditocorto quanto meno per questo. «Darò ordine alla Guardia cittadina di aiutarvi a reperire il ferro. Fondete ogni singolo ferro di cavallo di Approdo del Re, se necessario.»
Un uomo anziano si fece avanti, elegantemente vestito di una ricca tunica damascata con fibbie d’argento e di una cappa foderata di pelo di volpe. S’inginocchiò a terra, chinandosi a esaminare i grossi anelli di metallo che Tyrion aveva rovesciato sul pavimento.
«Mio lord» annunciò in tono cupo. «Questa è una manifattura grezza, a essere generosi. Non c’è arte in essa. Appropriata per comuni fabbri, questo è indubbio, per uomini che piegano ferri di cavallo e martellano pentole. Ma io, piaccia a milord, sono un mastro armaiolo. Questo non è lavoro per me, né per gli altri miei colleghi mastri. Noi fabbrichiamo spade affilate come canti di gloria, e armature che gli dei indosserebbero. Ma questo… questo no.»
Tyrion inclinò la testa di lato e scoccò all’uomo uno dei suoi sguardi asimmetrici: «Qual è tuo nome, mastro armaiolo?».
«Salloreon, piaccia a milord. E se il Primo Cavaliere del re mi permette, sarei estremamente onorato di forgiare per lui un’armatura completa congruente con la sua nobile Casa e con il suo alto uffizio.» Due fabbri sogghignarono, ma Salloreon continuò imperterrito. «Corazza a scaglie, direi. Le scaglie dorate e luminose quanto il sole, la corazza smaltata nel porpora scuro dei Lannister. Per l’elmo, suggerirei una testa di demone, coronata da alte corna dorate. Quando scenderai in battaglia, mio signore, gli uomini si ritrarranno terrorizzati.»
“Una testa di demone…” Tyrion annuì con aria compresa. “Ma che fa, allude, forse?”
«Mastro Salloreon, è da questo scranno che intendo combattere il resto delle mie battaglie. Sono quei grezzi anelli di ferro che mi servono, non corna dorate. Per cui, lascia che la metta in questo modo: o fabbricherai queste catene, o le indosserai. A te la scelta!»
Tyrion scese dallo scranno e uscì dalla sala delle udienze senza degnare nessuno di uno sguardo.
Bronn era rimasto ad aspettarlo sul portale della Fortezza Rossa con la portantina pronta e una scorta a cavallo di barbari delle Orecchie Nere.
«Sai dove siamo diretti» gli disse Tyrion, accettando una mano per montare in cabina.
Aveva fatto il possibile per nutrire la città affamata. Aveva dato l’incarico a svariate centinaia di carpentieri di mettersi a costruire barche da pesca invece di catapulte, aveva fatto aprire la foresta del Re a tutti quei cacciatori che osassero attraversare il fiume, aveva addirittura mandato le cappe dorate a dare una mano con i raccolti a ovest e a sud di Approdo del Re. Eppure, sguardi accusatori gli si piantavano addosso ovunque andasse. Le tende della portantina riuscivano a isolarlo da quelle occhiate, una pace che gli dava anche modo di pensare.