Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Серия: Cronache del ghiaccio e del fuoco #2
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-49654-1
- Переводчик: Sergio Altieri
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:
«Tre ore, mio lord.»
«Continuiamo verso nord» decise lord Mormont. «Se riusciamo a raggiungere quel lago, ci accampiamo sulle rive e forse prendiamo anche qualche pesce. Jon, portami della carta, è ormai tempo che io scriva a maestro Aemon.»
Dalla sacca della propria sella, Jon tirò fuori pergamena, penna e inchiostro e portò il tutto al lord comandante dei Guardiani della notte. “A Whitetree” scribacchiò Mormont. “Quarto villaggio. Tutto vuoto. I bruti sono scomparsi.”
«Trova Tarly e provvedi a che questo parta subito» disse Mormont porgendo il messaggio a Jon. Poi emise un fischio. Il suo corvo scese in planata dall’albero-diga e venne a posarsi sulla testa del cavallo. «Grano» suggerì il volatile. Il cavallo protestò con un nitrito.
Jon montò sul suo destriero, lo fece girare e si allontanò al trotto. Il resto del contingente dei Guardiani della notte era in attesa sotto alberi più piccoli, ben oltre l’ombra proiettata dall’immenso albero-diga. Si occupavano dei cavalli masticando strisce di manzo salato, pisciando, grattandosi, parlando. Nel momento in cui venne dato l’ordine di rimettersi in marcia, le chiacchiere cessarono e i confratelli montarono in sella. I primi a muoversi furono gli esploratori di Jarman Buckwell, seguiti dall’avanguardia di Thoren Smallwood alla guida della colonna. Poi veniva il Vecchio orso con il grosso delle forze, quindi ser Mallador Locke con i carri delle vettovaglie e i cavalli da carico. Il gruppo di ser Ottyn Wythers formava la retroguardia. Duecento uomini in tutto, con quasi trecento cavalli.
Durante il giorno, seguivano i sentieri della selvaggina e i percorsi dei fiumi: erano le “strade dei ranger”, che li avrebbero guidati ancora più in profondità nelle terre incolte invase da foglie e radici. Di notte, si accampavano sotto le stelle, guardando la cometa. I confratelli avevano lasciato il Castello Nero di buonumore, scherzando e scambiandosi aneddoti. Col tempo però, il silenzio sinistro della foresta aveva incupito tutti. Gli scherzi si erano fatti sempre più rari e i nervi sempre più fragili. Nessuno avrebbe ammesso di avere paura, dopo tutto erano uomini dei Guardiani della notte, ma Jon poteva percepire la tensione generale. Quattro villaggi, tutti vuoti, nessuna traccia dei bruti, perfino gli animali selvatici sembravano essere fuggiti chissà dove. Mai come in quel momento la foresta Stregata appariva più stregata. Su questo, perfino i ranger veterani erano d’accordo.
Mentre cavalcava, Jon si tolse il guanto destro per fare prendere un po’ d’aria alle dita ustionate. “Sono ridotte proprio male.” Gli tornò in mente di come era solito arruffare i capelli ad Arya. “Quello stecco di sorellina.” Non poté fare a meno di domandarsi come stesse, in quali condizioni si trovasse. Forse non le avrebbe mai più arruffato i capelli, e questo pensiero lo rese triste. Cominciò ad aprire e chiudere le dita, in modo da tenere la mano in esercizio. Se avesse lasciato che la mano con cui impugnava la spada diventasse rigida e maldestra, sarebbe stata la sua fine. Oltre la Barriera, un uomo aveva bisogno della sua spada.
Jon trovò Samwell Tarly insieme agli altri attendenti, impegnati ad abbeverare i cavalli. Sam ne aveva tre di cui occuparsi: il suo più due cavalcature da soma, ognuna delle quali trasportava una grossa gabbia di filo di ferro e canne piena di corvi messaggeri. Nel vedere Jon avvicinarsi, gli uccelli sbatterono le ali e gracchiarono. Alcuni di quei versi risuonavano come parole.
«Sam, non è che gli stai insegnando a parlare, vero?»
«Qualcosa. Due di loro sanno dire “snow”.»
«Perfetto. Come se non ne bastasse già uno di uccellaccio che sappia dire il mio nome.» Jon sbuffò. «Inoltre, “snow” non è esattamente la parola che a un confratello piace sentire.»
“Snow”: neve. Nel grande Nord, neve spesso significava morte.
«Trovato niente a Whitetree?»
«Ossa, ceneri e case deserte.» Jon diede a Sam la pergamena. «Il Vecchio orso vuole che Aemon ne sia informato.»
Sam prelevò un uccello da una delle gabbie, gli accarezzò il piumaggio e attaccò il messaggio a una zampa. «Ora vola a casa. Su, da bravo: a casa.»
«Croack!» Il corvo berciò qualcosa d’inintelligibile in risposta, poi Sam lo lanciò in aria. L’uccello dispiegò le ali e si levò al di sopra delle chiome degli alberi, verso il cielo.
«Vorrei che mi portasse con sé.»
«Ancora questa storia, Sam?»
«Be’… non sono più spaventato come prima, dico sul serio. La prima notte, ogni volta che sentivo qualcuno alzarsi per fare un goccio d’acqua, ero terrorizzato che fossero invece i bruti che venivano a tagliarmi la gola. Avevo paura di chiudere gli occhi, forse non li avrei mai più riaperti, ma poi… ecco… l’alba arriva sempre.» Samwell riuscì a fare un debole sorriso. «Sarò anche codardo, ma non sono stupido. Sono tutto indolenzito e la schiena mi fa un gran male dal cavalcare e dal dormire per terra, ma non sono più spaventato. Guarda, Jon…» sollevò una mano tesa, in modo da far vedere quanto fosse priva di qualsiasi tremito. «Ho continuato a lavorare sulle mie mappe.»
“Che strano, il mondo” non poté fare a meno di pensare Jon. Duecento uomini coraggiosi avevano lasciato la Barriera, e l’unico a non essere sempre più attanagliato dalla paura era Sam Tarly, codardo per sua propria ammissione.
«Forse è ora che ti passiamo nei ranger» scherzò Jon. «E poi chissà, magari la prossima volta vorrai metterti a fare anche tu il battistrada come Grenn. Vuoi che ne parli con il Vecchio orso?»
«Non osare farlo!» Sam alzò il cappuccio della sua immensa cappa e risalì goffamente in sella. Era un cavallo da tiro, grosso, goffo e lento, ma anche l’unico in grado di reggere il suo notevole peso, cosa che gli snelli destrieri del resto degli uomini in nero non poteva fare. «Avevo sperato che avremmo passato la notte nel villaggio» aggiunse con rimpianto. «Non mi sarebbe affatto dispiaciuto dormire per una volta con un tetto sopra la testa.»
«Spiacente, amico.» Jon montò a sua volta, rivolgendogli un sorriso di commiato. «Non ci sono abbastanza tetti per tutti.»
La colonna si era già messa in marcia. Per evitare di rimanere bloccato dalla massa di cavalli, Jon fece un ampio giro attorno al villaggio. A Whitetree aveva già visto tutto quello che c’era da vedere.
Spettro emerse dal sottobosco talmente all’improvviso che il cavallo di Jon arretrò, nitrendo di terrore. Il meta-lupo albino cacciava a notevole distanza dalla pista di marcia, ma nemmeno lui stava avendo più fortuna degli arcieri che Thoren Smallwood aveva mandato in cerca di selvaggina. I boschi erano vuoti come il villaggi, aveva detto una sera Dywen, mentre erano seduti attorno al fuoco. «Siamo un bel numero» era stata la risposta di Jon. «E con tutto il baccano che facciamo, li avremo spaventati noi, gli animali.»
«Qualcosa li ha spaventati di certo» aveva concluso Dywen.
Una volta che il cavallo si fu calmato, Spettro proseguì tranquillamente al suo fianco. Jon raggiunse Mormont mentre aggirava un folto sottobosco di arbusti di rovi.
«È partito l’uccello?» volle sapere il Vecchio orso.
«Sì, mio lord. Sam sta insegnando ai corvi a parlare.»
«Se ne pentirà presto» grugnì il Vecchio orso. «Quei pennuti balordi fanno un sacco di rumore, ma non dicono mai niente che valga la pena di sentire.»
Cavalcarono in silenzio per un po’. Alla fine, Jon disse: «Se anche mio zio Benjen ha trovato tutti questi villaggi vuoti…».
«… avrà di certo voluto scoprire il perché» concluse per lui lord Mormont. «E forse, qualcuno o qualcosa non voleva che lui lo scoprisse. Ebbene, una volta che Qhorin si sarà unito a noi, saremo trecento spade. Qualsiasi nemico ci aspetti là fuori, scoprirà che siamo un osso duro da masticarsi. Li troveremo, Jon, è una promessa.»